lunedì 23 gennaio 2017

Nicolas Cage Day: Stress da vampiro (1988)


Con il solito gruppetto di bloggerZ siamo tornati a celebrare Nicolas Cage, un uomo un perché. Tranquilli, il mese prossimo arriva un bello speciale su Carrie Fisher ma siccome gennaio è un mese un po' impegnato per i cinefili, abbiamo scelto di snebbiare la mente con l'uomo dalla faccia di gomma e la parrucca di stoppa. Ho deciso quindi di sfidare i miei ricordi di decenni e ridare una chance a Stress da vampiro (Vampire's Kiss), diretto nel 1988 da Robert Bierman. You don't say?



Trama: Peter Loew è un editore che passa le serate nei club e ogni sera si porta a casa una donna diversa. Quando una delle sue amanti occasionali lo morde, rivelandosi un vampiro, Peter comincia a perdere il senno e a convincersi di stare diventando a sua volta una sorta di Nosferatu...




Mi era capitato di vedere Stress da vampiro decenni fa, quando ogni film "strano" che veniva passato in TV era per me fonte di gioia e motivo per azionare il registratore. Ricordo di aver finito la visione con un'espressione di WTF stampata sul viso, aggravata dal fatto che, all'epoca, Nicolas Cage mi piaceva davvero e non era ancora diventato un attore da perculare per le sue scarse scelte di copione o per le sue parrucche indecenti, né, tantomeno, il principe dei meme tratti appunto da questo film. QUESTO  meme è stato preso paro paro da uno dei momenti più genuinamente disturbanti e assurdi di Stress da vampiro, quello in cui Peter tortura psicologicamente la povera impiegata Alva, rea di non riuscire a trovare un importantissimo contratto, ma probabilmente il 90% di quelli che utilizzano il meme in questione su internet non immaginano che la pellicola di Robert Bierman contenga momenti di Cageanità MOLTO ma MOLTO più terrificanti di questo! Stress da vampiro è infatti lo one man show di un Nicolas Cage esageratissimo, senza freni inibitori né amor proprio, la discesa progressiva nella follia di un antenato di Patrick Bateman privo, ahilui, della raffinatezza del personaggio creato da Bret Easton Ellis ma comunque matto come un cavallo. Anzi, come un vampiro. Stavolta il titolo italiano rende benissimo la natura grottesca della pellicola: vero è che tutto nasce dal bacio di una procace vampira (o meglio, dal morso), tuttavia il protagonista del film ci viene mostrato nella prima scena sdraiato sul lettino di una psichiatra, già impegnato a raccontarle sogni inquietanti che mettono in allerta non solo lo spettatore ma perplimono la stessa dottoressa. Peter non è un uomo normale, lo si capisce da subito, la sua latente follia viene a malapena dissimulata da accenti raffinati o abiti costosi e la vampira Rachel (il cui arrivo è preceduto da un altro episodio, quello in cui un pipistrello entra nella stanza di Peter) non è altro che la miccia per scatenarla. Ma Rachel esiste o è solo frutto dell'immaginazione di Peter? Mi spiace dirvelo ma non lo saprete mai: probabilmente c'è una Rachel in carne e ossa ma non è detto che sia realmente una vampira, anche perché la sceneggiatura di Joseph Minion (lo stesso di Fuori orario) dice tutto e il contrario di tutto e l'unica cosa certa, ad un certo punto, è che Peter si convince di essere diventato un vampiro, con tutto ciò che ne consegue. You don't say?



Dal momento in cui Peter viene morso, Cage diventa praticamente la parodia di sé stesso e, diciamolo, mette male provare simpatia per qualcuno che, di punto in bianco, fa dell'umoralità il suo punto di forza. Anche Patrick Bateman era un uomo di merda ma il suo mondo era talmente grottesco e assurdo che il suo prenderlo sul serio provocava la risata e un perverso senso di pietà nei suoi confronti (pietà nel senso di "ma povero mentecatto!") e poi Christian Bale era figo, non dimentichiamolo. Cage invece fa ridere, e parecchio, nella prima parte del film, con quella fisicità che gli consente di sfoderare pose da rocker mentre cazzia senza pietà la segretaria sempre più disperata e terrorizzata, tuttavia quando il film sfocia nel patetico verrebbe voglia di prenderlo a ceffoni. Certo, vedere la "metamorfosi" di Peter in vampiro non ha prezzo, soprattutto per come se la crede Cage, che ha palesemente improvvisato buona parte delle reazioni del personaggio: fare finta di non vedere il proprio riflesso allo specchio, infilarsi a dormire sotto un divano utilizzato a mo' di bara, urlare disperato davanti ad un raggio di sole solo per poi dimenticarlo e rimanerci piantonato davanti come se niente fosse, soprattutto indossare canini di plastica sgranando gli occhi a mo ' di Nosferatu (il parallelo tra Peter e lo storico personaggio di Murnau è qualcosa di favoloso) prima di iniziare a deambulare per New York con un cavicchio puntuto (cit.) sotto braccio manco fosse una baguette sono cose che non tutti gli attori farebbero con lo stesso sprezzo del pubblico ludibrio e questo merita a Cage eterno riconoscimento da parte di tutti gli amanti del weird. Per il resto, Stress da vampiro è proprio poca roba: innanzitutto risente di una pesantissima atmosfera anni '80 che lo ha portato ad invecchiare malissimo, in più la sceneggiatura visionaria viene resa ammorbante da una regia piatta come poche che, combinata a pettinature e costumi improbabili, rende la visione del film ancora più sconcertante. Della serie, meno male che c'è Cage a gigioneggiare, altrimenti Stress da vampiro non potrebbe neppure godere del titolo di cult che si è guadagnato nel corso degli anni! "Se l'avesse girato David Lynch sarebbe stato meglio!!11!!111!"... You don't say?





Nicolas Cage, nonostante tutto, è praticamente ospite fisso del Bollalmanacco e qui trovate i link che vi porteranno a scoprire le mille sfaccettature di costui:

Snowden (2016)


Pay the Ghost (2015)


L'ultimo dei templari (2011)


Kick-Ass (2010)


L'apprendista stregone (2010)


Astro Boy (2009)


Ghost Rider (2007)


Il prescelto (2006)


Il ladro di orchidee (2002)


Al di là della vita (1999)


Con Air (1997)


Cuore selvaggio (1990)


Ed ecco i link dei blogger che hanno partecipato alla celebrazione:

Director's Cult
Non c'è paragone
Pietro Saba's World
In Central Perk 
White Russian
Una mela al gusto pesce
Cooking Movies

venerdì 20 gennaio 2017

The Monster (2016)

Prima che il 2016 finisse ero riuscita a vedere un altro degli horror che sono finiti nella classifica horror di fine anno di Lucia, ovvero The Monster, diretto e sceneggiato da Bryan Bertino, ma a causa della mia solita lentezza riesco a parlarne solo ora.


Trama: una madre e una figlia rimangono in panne dopo un incidente, solo per venire cacciate da un terrificante mostro nascosto nei boschi.



Il mio primo e unico impatto con Bryan Bertino era stato quel terrificante The Strangers che ancora oggi non ho il coraggio di riguardare per l'ansia che mi aveva messo addosso, cosa che gli aveva conseguentemente guadagnato il mio odio eterno. Anche per questo, onestamente, non sapevo neppure che avesse diretto Mockingbird - In diretta dall'inferno che, dalla trama, mi pare superficialmente simile all'opera prima del regista e sceneggiatore, mentre con The Monster questo losco figuro ha scelto di abbandonare l'insicurezza delle quattro mura per sbattere le due povere protagoniste in mezzo alla wilderness più nera, dove stanno nascosti quei mostri che, di regola, non dovrebbero neppure esistere. L'ambiente "aperto" non ha reso meno angoscianti i suoi film, questo è certo, ma perlomeno stavolta non ho odiato Bertino, anzi, gli ho persino voluto bene. The Monster racconta infatti di una piccola famiglia allo sfascio, all'interno della quale la piccola Lizzy è costretta a sopportare la presenza di una giovane madre ubriacona, sboccata e fancazzista che passa le giornate a sbevazzare e dormire, quando non è impegnata a piagnucolare per l'ennesimo fidanzato redneck che la tratta male. Il punto di vista iniziale, quello da cui veniamo condizionati, è quello di Lizzy. Non possiamo fare altro che provare pietà per questa ragazzina costretta a crescere in modo squilibrato (la vediamo curare, letteralmente, la madre come fosse lei l’adulta delle due, eppure non molla per un istante il cagnolino di pezza per il quale Lizzy è obiettivamente troppo grande, quasi fosse la sua coperta di Linus) e a un certo punto arriviamo ad odiare Kathy, giovane madre nervosa che è l'incarnazione stessa dell'autodistruzione, tanto che una parte di me quasi sperava che il mostro del titolo fosse un'estensione cronenberghiana della rabbia della bambina, pronta a reclamare tremenda vendetta. E invece The Monster si è rivelato molto più sfaccettato e crudele di così, perché nella realtà i sentimenti non sono mai netti e definiti. C'è la vergogna profonda di Kathy, accompagnata da un odio per sé stessa altrettanto profondo, un sentimento terribile che la spinge a gettare la spugna e a lasciare che la bambina la detesti, così da offrirle la chance di una vita migliore col padre, probabilmente risposato e benestante; c'è l'innocente amore di una bambina per la madre, ché un conto è pregare che la genitrice muoia e arrivare quasi a tagliarle la gola in un impeto di disperazione, un conto è vederla dilaniata dalle zanne di un mostro proprio nel momento in cui il suo amore materno si mette a brillare come una fiamma nel buio, mandando al diavolo ogni istinto di autoconservazione.


C'è ovviamente un mostro, anzi, IL mostro, per l'appunto. Che non ha un'origine o un perché, in quanto a noi non deve fregare nulla di come sia arrivato nei boschi di una parte di America non meglio definita. Gli incubi più terribili hanno mai un motivo? Solitamente no, soprattutto quando ci arrivano addosso inaspettati e crudeli e sconvolgono la nostra esistenza con accanimento e ferocia. La creatura di The Monster è terrificante nel vero senso della parola, un essere alieno zannuto ed artigliato che assicura almeno un paio di jump scare ma non l'ho trovato un elemento così importante della pellicola. A farmi riflettere ed apprezzare l'operazione di Bertino è piuttosto il modo in cui il regista e sceneggiatore sfrutta il mostro per sviscerare ancora di più la personalità delle protagoniste e il loro complicato rapporto, costringendole in una situazione senza via d’uscita e sotto la minaccia di un pericolo mortale, innescando in qualche modo un cambiamento in entrambe e, soprattutto, portando lo spettatore ad affezionarsi terribilmente alle due. Semplificando, si potrebbe dire che The Monster è la versione riveduta e (s)corretta di Cujo ma non è la stessa cosa: lì si trattava di una “cattiva moglie” di cui tuttavia non veniva mai messo in dubbio il ruolo di madre e di un bimbetto talmente piccino che l’empatia scattava in automatico, nel film di Bertino la natura positiva di madre e figlia non è così scontata. Ecco perché, per far funzionare un film simile, diventa indispensabile la bravura delle due attrici protagoniste, ancor più della validità dell’effetto speciale (per quanto apprezzabile ed artigianale, grazie a Dio). Zoe Kazan, giusto per rimanere in tema, è mostruosa, oltre che di una bellezza esagerata. Sarà anche un cliché ma ammetto di avere avuto il magone per un po’ durante i flashback che la vedono impegnata a rifiutare, inutilmente, la bottiglia, per poi ritrovarsi addormentata in bagno, abbracciata dalla figlioletta (qui fa tanto anche l’eleganza di Bertino, che consacra ai posteri una delle inquadrature più belle del 2016) e anche nelle scene più “action” la Kazan tira fuori una grinta tale da far venire voglia di vederla un po’ più spesso sul grande schermo. Altrettanto brava la giovane Ella Ballentine, capace di gestire al meglio il ruolo di ragazzina precocemente segnata dalla vita ma con un preoccupante lato infantile, sfaccettature psicologiche che, in mano ad attori meno capaci, rischierebbero di sconfinare nell’esageratamente patetico (per dire, è uno spasso vedere le due attrici urlarsi in faccia nella sequenza del garage ma fidatevi che il fuck you sussurrato dalla Ballentine alla fine spezza il cuore). Non è quindi un caso che The Monster sia finito in tante classifiche di fine anno stilate dagli appassionati di horror perché l’ultimo film di Bertino è davvero più di un semplice film di genere ed è sicuramente una splendida, sanguinosetta favola nera con la quale iniziare al meglio il 2017.  



Del regista e sceneggiatore Bryan Bertino ho già parlato QUI  e nello stesso link trovate anche Scott Speedman, che interpreta Roy.

Zoe Kazan interpreta Kathy. Americana, ha partecipato a film come Revolutionary Road, Ruby Sparks e a serie quali Medium. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 34 anni e due film in uscita.


Pur non avendo ancora visto Under the Shadow credo potrebbe essere un buon titolo da recuperare in caso The Monster vi fosse piaciuto. ENJOY!


giovedì 19 gennaio 2017

(Gio)WE, Bolla! del 19/01/2017

Buon giovedì a tutti! Premettendo che l'unico film davvero imperdibile questa settimana potrebbe essere Your Name di Makoto Shinkai che però, essendo in programma solo dal 23 al 25 gennaio, verrò proiettato esclusivamente in un pugno di sale esterne alla provincia di Savona, che altro rimane per i poveri cinefili costretti a vivere nel terzo mondo? Qualcosina c'è, via! ENJOY!

Arrival
Reazione a caldo: Questo sì!
Bolla, rifletti!: Non amo molto la fantascienza ma mi piacciono sia Villeneuve che la Adams che Renner e poi la protagonista è una linguista, ergo non posso perderlo, soprattutto dopo la candidatura della rossa ai Golden Globes.

L'ora legale
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Simpatici Ficarra e Picone, però in televisione. Al cinema non ho voglia.

xXx: Il ritorno di Xander Cage
Reazione a caldo: Bwahahahahah!!!!
Bolla, rifletti!: Piuttosto che andare a vedere l'ennesimo sequel di xXx mi sparo oppure torno a rileggere la parodia che ne fece Stefano Disegni all'epoca su Ciak, ancora oggi insuperata. Davvero, Vin Diesel mi sta troppo sulle scatole.

Qua la zampa!
Reazione a caldo: Meeeeeh....
Bolla, rifletti!: A me Lasse Hallström non è mai dispiaciuto, qui lo dico e qui lo nego. Ma un cane doppiato da Jerry Scotti... non so, non me la sento. E poi temo lacrime copiose visto come finisce il 90% dei film con animali domestici...

Al cinema d'élite speravo programmassero The Founder e invece...

Dopo l'amore
Reazione a caldo: Uff.
Bolla, rifletti!: Storia della fine di un amore. No, dai, il pippone angoscioso franco/belga non me lo merito.

mercoledì 18 gennaio 2017

Detention - Terrore al liceo (2011)

Qualche sera fa mi è capitato di guardare Detention - Terrore al liceo (Detention), diretto e co-sceneggiato nel 2011 dal regista Joseph Kahn, aspettandomi una schifezza della peggior specie. E invece...


Trama: alla Grizzly Lake High School un killer chiamato Cinderhella fa strage di studenti ma questa non è l'unica cosa strana con la quale si trovano ad avere a che fare i ragazzi di questo liceo...



Detention è un film fantasioso ed esilarante, sul quale sarebbe peccato mortale dire qualcosa in più riguardo alla trama, rispetto a quello che ho scritto sopra. Il bello della pellicola di Joseph Kahn è affrontarla con tutti i pregiudizi del caso, aspettandosi l'ennesima versione becera di un film come Scream, So cosa hai fatto e compagnia cantante per poi ritrovarsi a ridere come dei matti e non capire più una mazza, arrivando alla fine di Detention esclamando "Ma cosa diamine ho visto??!!". Quel che posso dire è che Detention è un mix psichedelico che unisce scazzi e stereotipi liceali (incarnati nella solita lotta per la popolarità combattuta tra i corridoi della scuola a son di stupidera, mosse da cheerleader, sfide all'ultimo pugno e balli scolastici), l'inquietante figura di un killer mascherato che, apparentemente, agisce come il ghostface di Scream (Cinderhella copia il look di un film popolare tra i personaggi, uccide le persone più vicine alla protagonista e si limita a "stuzzicarla" cercando di farla fuori senza mai riuscirci, un po' come accadeva a Neve Campbell), e mille altri elementi che apparentemente striderebbero con la sceneggiatura ma in realtà rendono la pellicola talmente assurda e fuori dagli schemi che è impossibile non amarla. Ad accompagnarci in questo strano cammino c'è la buffa Riley, goffa quanto una Bella Swan qualsiasi ma, ahimé, non altrettanto desiderata, perlomeno non dai fighi della scuola, tra i quali rientra il suo migliore amico Clapton; quest'ultimo è un cretino fatto e finito ma perlomeno è simpatico, e il suo problema pressante è ovviamente quello di non farsi cacciare dalla scuola a causa dei suoi voti scarsi, che gli hanno guadagnato l'antipatia del preside del liceo. In più, Clapton deve anche evitare di venire ucciso dal bullo della scuola, al quale ha rubato la bionda e svampitissima fidanzata, un tempo migliore amica di Riley. Cosa c'entri tutto questo con un killer bendato e conciato come l'incubo dei topolini di Cenerentola risulterà chiaro (forse) col proseguire del film, ma vi dico fin da ora che tutto, anche quello che dai dialoghi vi verrebbe voglia di dismettere come un pettegolezzo inutile, concorrerà alla risoluzione finale di un enigma che non si limita al mero "chi si nasconderà sotto la maschera di Cinderhella?" ma raggiunge nuovi scampoli di assenza per quel che riguarda il genere horror-demenziale.


Detention inoltre è realizzato benissimo e conquista fin dai titoli di testa, anzi, prima. Joseph Kahn non è un cretino, si è fatto le ossa sui videoclip di artisti che possono non piacere ma che comunque hanno raggiunto una notorietà mondiale (qualcuno ha detto Britney Spears?) e questa esperienza viene interamente riversata nella realizzazione del film, accattivante sotto moltissimi aspetti. La sequenza iniziale è un esempio perfetto della natura ibrida di Detention: il logorroico ed isterico one woman show di Taylor Fisher, viziata reginetta della scuola nonché B.I.T.C.H. (Beauty, Intelligence, Talent, Charisma e Hoobastank) serve a presentare allo spettatore sia l'ambiente sciocco del liceo, sia la minaccia di Cinderhella sia, soprattutto, lo stile pop scelto dal regista, fatto di scritte in sovraimpressione, parodie non solo del genere horror ma anche e soprattutto del modo di vivere dei liceali moderni (tanto, troppo simile a quello dei teenager anni '90), superamenti della cosiddetta "quarta parete" e riferimenti metacinematografici. Detention prosegue per tutta la durata seguendo questo stile, senza perdere mai verve, neppure per un secondo, e complicandosi piacevolmente inserendo qua e là flashback, retroscena, spezzoni di film mai esistiti (anche se io il film Cinderhella vorrei vederlo per davvero!) e tutto ciò che serve per arrivare a conoscere meglio i personaggi o a non capirli del tutto, dipende. Altro aspetto importantissimo di Detention è la colonna sonora, soprattutto quando viene giocata la carta nostalgia (la panoramica della sala di detenzione che lentamente porta indietro nel tempo, con conseguente cambio di look e musica, è da applauso), oltre ad una cura nel trucco e nel parrucco che non si limita a rappresentare la personalità dei protagonisti ma diventa componente fondamentale per capire alcuni risvolti della trama. Insomma, non mi aspettavo nulla da Detention e invece credo proprio di avere trovato un cult che probabilmente riguarderò negli anni a venire: recuperatelo e preparatevi a farvi esplodere il cervello... in senso positivo, ovvio!


Di Richard Brake, che interpreta il padre di Billy Nolan, ho già parlato QUI mentre Ron Jeremy, che interpreta Beauty Beast, lo trovate QUA.

Joseph Kahn è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato in Corea del Sud, ha diretto film come Torque - Circuiti di fuoco e una sequela di video per artisti quali Backstreet Boys, Britney Spears, U2, 50 Cent e Garbage. Anche attore, ha 44 anni e un film in uscita.


Josh Hutcherson interpreta Clapton Davis. Americano, lo ricordo per film come Polar Express, Viaggio al centro della terra, Aiuto vampiro, Hunger Games, Hunger Games: la ragazza di fuoco, Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte I e Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte II, inoltre ha partecipato a serie quali E.R. Medici in prima linea. Anche produttore e regista, ha 24 anni e cinque film in uscita.


Spencer Locke interpreta Ione. Americana, ha partecipato a film come Resident Evil: Extinction, Resident Evil: Afterlife e doppiato film come Monster House; ha inoltre partecipato a serie quali Cold Case, The Vampire Diaries, CSI: Miami e Due uomini e mezzo. Ha 25 anni e cinque film in uscita, tra i quali l'ultimo capitolo della saga Insidious.


Shanley Caswell, che interpreta Riley, ha partecipato al film The Conjuring - L'evocazione. Detto questo, se Detention vi fosse piaciuto recuperate Tucker and Dale vs Evil e almeno la prima stagione della serie Scream Queens. ENJOY!

martedì 17 gennaio 2017

Silence (2016)

Potevo esimermi dal vedere l’ultimo film diretto e co-sceneggiato da Martin Scorsese? Assolutamente no! Come ennesima prova d’amore sono stata accompagnata nientemeno che dal povero Mirco allo spettacolo pomeridiano di Silence, tratto dall’omonimo libro di Shusaku Endo. Segue post lunghissimo e sconclusionato che potete anche non leggere ma che è servito a me per dare un senso a ciò che ho visto. Se volete un riassunto: il film è bellissimo, andatelo a vedere ma astenetevi se non avete la pazienza di sopportare tempi cinematografici dilatati a dismisura.  Banalmente, se già non avete sopportato The Wolf of Wall Street questo vi ucciderà.


Trama: due missionari gesuiti si recano in Giappone per scoprire quale sia stato il reale destino di Padre Ferreira, presumibilmente ucciso durante le persecuzioni cristiane oppure convertitosi agli usi locali…


Se Quentin Tarantino è per me aMMore, quello di una fangirl che mai riscontrerà un solo difetto nelle sue opere, quello per Scorsese è sempre stato un sentimento più serio, che mi accompagna più o meno dagli anni delle superiori, da quando cioè sono rimasta folgorata da Quei bravi ragazzi. Martin Scorsese è una fede, qualcosa da studiare a fondo, qualcuno con cui non essere sempre d’accordo ma verso il quale il rispetto non deve mai venire meno, anche quando sforna robette come Hugo Cabret che ti fanno alzare un po’ il sopracciglio e guardare oltre, nell’attesa che arrivi il prossimo film capace di toglierti il fiato. Onestamente, fiato me ne è rimasto parecchio dopo la visione di Silence (che non è, almeno per me, IL film più bello di Scorsese come sentirete dire da molti) eppure è stata l’unica pellicola recente del regista che mi ha spinta a recuperare libri e saggi universitari per rituffarmi nello studio della poetica del buon Martin, cercando di capire cosa potesse nascondersi dietro la passione per la storia raccontata da Shusaku Endo e, soprattutto, per comprendere il punto di vista di chi ha passato anni cercando di realizzare un film simile. Il dubbio, ovviamente, è nato fin da subito ed è stato condiviso a lungo con l’amico Toto: per chi, come noi, è ipercritico nei confronti del cattolicesimo, cosa potrebbe significare guardare quasi tre ore di film apprezzato dai prelati che lo hanno visto proiettato in anteprima in Vaticano e tratto da un’opera scritta da un convertito? Saremmo stati costretti a subire tre ore di pippone pro-cattolico, all’urlo di “che cattivi i Giapponesi e poveretti i cristiani”? Sinceramente, non lo credevo possibile e sono contentissima di non essermi sbagliata, perché la poetica scorsesiana dell’”incertezza”, dell’essere umano incapace di distinguere tra giusto e sbagliato, dell’uomo in lotta contro la società, della solitudine e delle illusioni si riafferma prepotentemente in Silence, al di là del contenuto cattolico della pellicola. La storia dei due missionari che vanno in Giappone per recuperarne un terzo è l’ennesima conferma che solo il Cristo de L’ultima tentazione è stato capace di prendere in mano il proprio destino e fare una scelta dettata dalla propria coscienza (giusta o sbagliata, questo non sta a noi deciderlo) mentre tutti gli altri personaggi di Scorsese sono stati influenzati o dalla società in cui sono nati e cresciuti o da una limitata visione del mondo, ritrovandosi così privi del controllo sulla loro vita. 


Lo stesso, ovviamente, accade al vero protagonista di Silence, Padre Rodrigues. Il film prende il via dalla missione “gesuitica” che porta lui e Padre Garupe ad andare in Giappone per scoprire cosa ne è stato di Padre Ferreira ed inizialmente si ha davvero l’impressione di stare guardando un’opera incentrata sulle persecuzioni dei Gesuiti e in generale di tutti i cristiani in terra nipponica: le torture iniziali, la disperazione di chi si ritrova privo di guide religiose, la speranza di avere nel villaggio ben due preti (trattati alla stregua di reliquie), l’inquisizione del terrificante Inoue, sono tutti elementi importanti ma in qualche modo fuorvianti. Presto la sceneggiatura (scritta dallo stesso Scorsese e da Jay Cocks) si focalizza sui dubbi umani di Padre Rodrigues, ritrovatosi solo in terra straniera e messo costantemente alla prova da immagini di violenza, da una cultura che non capisce e, soprattutto, dal SILENZIO. Silence è un film quasi privo di colonna sonora e quando i personaggi non dialogano si sentono solo i monologhi interiori di Padre Rodrigues, i suoni della sofferenza o quelli di una natura spietata ed indifferente: la pellicola si apre e si chiude con l’assordante frinire delle cicale che, come ben sa chi legge manga (ed è talmente sfigato da non avere mai vissuto in Giappone, come la sottoscritta), è un suono tipico dell’estate giapponese, calda e soffocante, perfetta per rappresentare la prigione fisica e spirituale in cui viene a ritrovarsi il protagonista. Dio già non dava risposte a Cristo, l’umanissimo Cristo raccontato da Scorsese negli anni ’80, figurarsi se la sua voce può venire in soccorso di un giovane gesuita che, paradossalmente, si addossa una vocazione da martire talmente egoistica da fargli perdere completamente il senso di ciò che lo circonda. Padre Rodrigues non sente la voce di Dio (come tutti, del resto) eppure arriva a credersi l’incarnazione di Cristo sulla Terra, il depositario di tutte le sofferenze dei cristiani giapponesi, chiudendosi ancora di più nelle sue convinzioni superbe e causando così la morte di coloro che hanno deciso di seguirlo e resistere in suo nome; le illusioni di cui è preda (che lo portano persino ad immaginarsi la voce di Cristo che lo perdona, giacché il silenzio non era abbastanza) offrono gioco facile all’inquisitore giapponese che invece, forte di un senso pratico interamente collegato alla realtà storico-culturale in cui vive, riesce a portare a termine il suo compito con disarmante leggerezza e lucida spietatezza, senza tuttavia risultare un personaggio completamente negativo.  


Quello che temevo, ovvero che i cristiani venissero dipinti interamente come buoni e i giapponesi come dei maledetti torturatori, fortunatamente non è successo perché ogni personaggio viene tratteggiato con delle sfumature di grigio, fortemente connotato da qualcosa che supera la sua indole naturale. L'inquisitore Inoue, la cui identità coglie di sorpresa tanto noi quanto Rodrigues (ed ecco il pregiudizio su cui fa leva quella volpe di Scorsese), è figlio del Giappone e se ci si prendesse la briga di andare oltre le sue pose da aristocratico e l'interpretazione magistrale e molto caricaturale dell'attore nipponico Issei Ogata si capirebbe chiaramente come tutto ciò che l'uomo racconta a Rodrigues corrisponda ad una triste realtà che, nonostante non possa essere intesa come verità assoluta (ma lo stesso vale per la religione cristiana), è comunque radicata all'interno di una società antica, provvista di regole ben chiare e resa fragile da problemi di politica interna; se, di nuovo, ci si prendesse la briga di contestualizzare la vicenda di Silence, si capirebbe come la religione cristiana, dopo essere stata bene accolta ai tempi di Oda Nobunaga, venisse vista negli anni seguenti come un tentativo di colonizzare il Giappone e sovvertire l'ordine sociale, anche perché molti gesuiti offrivano supporto armato ai daimyo cristiani, tra le altre cose. Quindi torturare cristiani inermi è una buona cosa? Assolutamente no ma Scorsese si premura lo stesso di sottolineare la profonda differenza tra l'atteggiamento aggressivo-passivo di Rodrigues e quello più "aperto" di Padre Ferreira, per quanto quest'ultimo sia stato imposto con la forza. Ferreira è quindi migliore di Rodrigues? Anche lì, Scorsese non da risposte e lascia tutto alla sensibilità dello spettatore, ma a me verrebbe da dire no. Anche Ferreira è un uomo che lasciato che altri decidessero per lui e, pur di non perdere la vita a sua volta, oltre che la fede, ha accettato non solo di abiurare ma persino di aiutare il governo giapponese a scovare le immagini religiose nascoste dai cosiddetti キリシタン (la traslitterazione in katakana di "christian"), rimanendo quindi privo di uno scopo nella vita e, probabilmente, continuando a soffrire per l'impossibilità di sentire la voce di Dio: Ferreira sicuramente alla fine salva i prigionieri e il corpo di Rodrigues ma lo lascia poi allo sbando, abbandonando l'anima del suo ex discepolo in balìa degli stessi dubbi che attanagliano lui. 


Chi invece agisce come veicolo di salvezza, per quanto improbabile, è il peculiare Kichijiro. Ubriacone, sporco, traditore e paraculo (posso anche dirlo, tanto ormai chi è arrivato a leggere fino qui??), Kichijiro è il tipico cristiano che compie le nefandezze peggiori confidando comunque nel perdono di Dio e, nonostante non smetta di tormentare per un attimo Rodrigues, alla fine viene comunque ringraziato da quest'ultimo in un toccante confronto. Lì per lì pensavo che Kichijiro fosse la rappresentazione di Giuda, invece diventa per il protagonista l'ultimo baluardo di fede, l'estrema prova di coraggio che porta a perdonare i peccati più empi e a rimettere le colpe anche quando la persona in questione non lo merita; probabilmente Kichijiro è l'unico ancora in grado di far sentire a Rodrigues che la voce di Dio, per quanto flebile, esiste e forse viene persino considerato un modello di forza per la sua capacità di attaccarsi alla fede anche dopo assere stato schiacciato, gettato nel fango e deriso. Forse invece sono io che mi faccio troppi viaggi mentali, spinta dalla complessità degli argomenti trattati e dalla bellezza che Scorsese, in quanto regista, riesce a ricreare attraverso le immagini, anche quando queste ultime mostrano soltanto sangue, morte e desolazione, sfruttando il creato "divino" come mezzo per spegnere le vite dei fedeli. Il regista italoamericano, come al solito, non lascia nulla al caso e non spreca neppure un'inquadratura o un suono (quel gallo che canta tre volte a me ha messo i brividi), così che ogni splendida immagine ed ogni sequenza diventano l'equivalente di immagini sacre per tutti coloro che amano il buon cinema. E già che sono arrivata al quarto paragrafo di post annichilendo il 99% di chi passerà di qui posso sfogare anche la mia anima scema, visto che ho scritto queste righe per puro piacere personale: Adam Driver è stato deluso dalla fede, ecco perché è passato al lato Oscuro della Forza (e comunque, figlio mio, sei brutto come il peccato, non ti si può guardare!!), ad Andrew Garfield non avrei dato due lire invece non è mai stato così bravo e Tadanobu Asano è figo, tremendamente figo, persino con l'orrido taglio di capelli che andava di moda in Giappone nel 1600. 浅野忠信 遊びに行こう!

Del regista e co-sceneggiatore Martin Scorsese ho già parlato QUI. Andrew Garfield (Rodrigues), Adam Driver (Garupe), Liam Neeson (Ferreira), Tadanobu Asano (Interprete), Ciarán Hinds (Padre Valignano) e Shin'ya Tsukamoto (Mokichi) li trovate invece ai rispettivi link.


Daniel Day-Lewis avrebbe dovuto interpretare Padre Ferreira ma la lunga produzione del film (è dai tempi di Gangs of New York che Scorsese avrebbe voluto girarlo) ha fatto sì che l'attore fosse impossibilitato a partecipare e lo stesso è successo a Gael García Bernal e Benicio Del Toro, in parola per i ruoli di Padre Rodrigues e Padre Garupe. Tadanobu Asano ha invece sostituito Ken Watanabe nel ruolo di interprete. Il romanzo di Shusaku Endo era già stato portato sullo schermo nel 1971 dal regista Masahiro Shinoda, col titolo Chinmoku; ovviamente non l'ho mai visto ma se Silence vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete L'ultima tentazione di Cristo e magari Kundun. ENJOY!

domenica 15 gennaio 2017

Bollalmanacco On Demand: Riti, magie nere e segrete orge nel trecento... (1973)

 "Incontro sempre qualcosa di duro nella mia vita..."
... Vabbé.

Gesù, basta. Getto la spugna. Obsidian ha vinto la strenua battaglia a colpi di titoli trash. Dopo Riti, magie nere e segrete orge nel trecento... diretto e sceneggiato da Renato Polselli (o Ralph Brown, fate voi) la cosa peggiore che potrebbe chiedermi di guardare è il filmino delle vacanze sulla neve di Brunetta quindi Obsidian spara pure le tue cartucce peggiori, NUN TE TEMO! (Disse, prima di venire internata). Per la cronaca, il prossimo film On Demand sarà Un sapore di ruggine e ossa.


Trama (ri-vabbé...): per riportare in vita la strega Isabel, un gruppo di vampiri le sacrifica periodicamente delle giovani fanciulle. La situazione precipita quando nel castello del villaggio arriva la reincarnazione di Isabel, accompagnata da un gruppo di amiche...


Con la sola imposizione delle mani...
Urge una premessa prima di cominciare a parlare di Riti, magie nere e segrete orge nel trecento... . Ho spulciato i pochissimi blog italiani che ne hanno parlato, giusto per curiosità, e la cosa più assurda che ho scoperto durante questa ricerchina è che se mai passasse per caso qualche fan di Renato Polselli e leggesse ciò che sto per scrivere, i commenti diventerebbero una fucina di insulti rivolti alla mia persona. Cito testualmente da uichipìdia: "Negli ultimi anni, l'opera di Polselli è stata oggetto di rivisitazione da parte della critica, che si è soffermata soprattutto sulla sua produzione horror e su quella barocca ed eccessiva degli anni settanta, tanto da assegnargli la fama di "autore maledetto"". Ma che sia maledetto non lo discuto, però per tredici generazioni come diceva Depardieu ne La maledizione dei Templari! Quindi, volete dirmi che c'è gente che riesce ad apprezzare questo regista di cui fino ad oggi non conoscevo neppure il nome e di cui giusto ieri ho giurato di non guardare mai più un solo film? C'è gente capace di riconoscere valore a una roba come Riti, magie nere e segrete orge nel trecento...? Va bene, d'accordo, avete vinto, cari fan di Renato Polselli. Prese singolarmente le immagini di questo abominio POTREBBERO anche avere un qualche tipo di fascino psichedelico e riconosco al regista visionarietà e fantasia da vendere, allo stesso modo in cui posso riconoscere a Klaus Kinski un fascino particolare derivante da un mix di follia e carisma. Poi però basta, se mi costringete a riconoscere valore ad una pellicola diretta ignorando le più elementari regole del buonsenso, montata alla caz2o (nella stessa sequenza a volte è notte altre è giorno, oppure gli attori cambiano colore di capelli o abito, non scherzo), scritta col chiulo e recitata in maniera a dir poco atroce allora mi metto a fare cinema anche io, lo giuro: tanto, basta avere un mucchio di fantasia, giusto? Più che fantasia, "per fare questo viaggio ci vuol tanto coraggio", e lo dico per gli spettatori incauti. Ma andiamo con ordine.


Riti, magie nere ecc. avrebbe potuto essere un banalissimo horror gotico a base di sangue, sacrifici umani, vampirismo e reincarnazioni se solo questi elementi non fossero stati mescolati senza logica alcuna e con un senso della consecutio temporum discutibile. Già le storie che coinvolgono reincarnazioni e flashback passati sono un casino da gestire normalmente, in questo caso abbiamo una novella Barbara Steele (seh, te piacerebbe) che nel presente è una frigida fidanzatina con la stessa verve di una protagonista della Telenovela piemontese (il livello recitativo dei coinvolti è quello) mentre nel passato era l'"amante di Dracula", una strega vampira la cui unica colpa probabilmente era quella di far invaghire tutti gli uomini del villaggio senza darla a nessuno di loro; ovviamente, TUTTI gli uomini che l'hanno vista impalettata prima e bruciata al rogo poi, si sono reincarnati nel presente come vampiri/stregoni/servi gobbi dal nome e dalla personalità intercambiabile. Giuro, non si capisce una cippa: il padre di oggi era l'amante di ieri e si chiama come il gobbo, un po' sfregiato un po' no, il padrone di mezzo castello (solo mezzo, ché il resto l'ha venduto appunto al padre della protagonista) passa per essere cattivo invece alla fine diventa buono, il 90% degli uomini del film sono vampiri ma se ne ricordano solo quando arrivano al castello, per il resto hanno vissuto fino a quel momento lavorando, pregando e mettendo al mondo reincarnazioni delle loro ex fidanzate. Vomito, non ce la faccio. In tutto 'sto casino, bisognava giustificare il bieco titolo distributivo. Le segrete orge nel trecento, che saranno mai? Innanzitutto, non sono orge e non sono nel trecento: se il film si ambienta nel 1973 (e dagli orrendi abiti che comprendono gilet di muflone, tutine rosse per i diavoli/vampiri e ciglia talmente finte da fare orrore alla compianta Moira Orfei, non vedo perché dubitarne) e gli eventi passati sono accorsi 500 anni prima, il calcolo è presto fatto e, come diceva Pedro in Excel Saga, "non torna". Passando alle orge, vero è che buona parte delle protagoniste dormono truccatissime e parruccate ma nude (non si sa mai nella vita...) e che le torture dei vampiri prevedono almeno dieci minuti di palpate con conseguente urletto orgasmico della malcapitata e una sorta di musichetta zozzerella in sottofondo, ma il massimo dell'orgia è un disgustoso threesome a ritmo di musica jazz tra una bionda, un uomo al cui confronto Ron Jeremy è Apollo e il mio idolo incontrastato Steffy.

Steffy. Grazie di esistere!
Steffy, per inciso, è l'unico motivo che mi spingerebbe a consigliare la visione di Riti, magie nere ecc. perché un personaggio così nescio, caricaturale e weird non l'ho mai visto neppure in una pellicola di John Waters. Mi pare quindi giusto che sia lei ad inaugurare la parte scema del post, quella in cui vi delizierò con dialoghi riportati paro paro dal film e con alcune chicche genuinamente trash. All'inizio della pellicola schiatta tale Rachel (pronunciato come si scrive: ['rakel] Altre perle di pronuncia sono Lauren ['lauren] e Viveca [vi'vɛka]) e la wannabe lesbica se ne esce con "Io non credo ai demòni - con l'accento sulla O, n.d.B. -, ma un piacere pazzo che uccide, uccide in una follia d'amore, che da l'ebbrezza del sangue!" mentre giustamente la garrula e saltellante Steffy esclama "Hanno ucciso Rachel? Ma no, non mi dire! Che bello, andiamo a vedere!!". Sempre lei, dopo essere caduta per la sesta volta su qualcosa di DURO (!) da la colpa ad un "Mostro mostruoso da impazzire, coi capelli verdi... perché TUTTI i mostri hanno i capelli verdi!" mostro, per inciso, che vede solo lei e, alla morte di Christa, esclama "Christa è defunta! E' defuntissima! Correte!!" prima di lamentarsi con un laconico "Proprio di vampiri...? Sono di uno sconvolgente!". Insomma, tra lei e le cretine di Paganini Horror è una bella sfida a chi dice la str**zata più grossa. Altre sciccherie sono i paesani che, invece di lapidare la strega, le lanciano palle di cacca come farebbero le scimmie, il cosiddetto "Cunicolo delle serpi" popolato da un verme e un pipistrello di gomma che fa GNI!, vampiri che dovrebbero cercare donne giovani e pure ma, come direbbe Vivèca, "nasciamo tutte vergini" quindi alla fine si accontentano di una manica di bagasse, bastoni biforcuti che scrivono sulla pelle come pennarelli rossi, impalettamenti che durano ore e lasciano i malcapitati con un bubbone al centro del petto, gente che dovrebbe essere morta ma respira, ecc. ecc. Insomma, un capolavoro, ve lo consiglio proprio. E ora scusate ma vado al Castello di Balsorano per buttarmi dalla torre più alta sperando di non vedere mai più nulla di simile!

Renato Polselli è regista (col nome Ralph Brown) e sceneggiatore del film. Nato ad Arce, ha diretto film come Delitto al luna park, L'amante del vampiro, Ultimatum alla vita, Il mostro dell'Opera, La verità secondo Satana, Rivelazioni di uno psichiatra sul mondo perverso del sesso, Oscenità e Marina e la sua bestia. Anche produttore e attore, è morto nel 2006, all'età di 84 anni.


Se vi fosse piaciuto questo film... no, niente, come non detto, chi diamine lo avrà guardato a parte me (vi interessasse mai, lo trovate QUA. Vi sfido. Coraggio, vi sfido, ca**o!!!!)? Ma se DAVVERO vi fosse piaciuto Riti, magie nere e segrete orge nel trecento... innanzitutto vergogna, poi recuperate l'opera omnia di Renato Polselli perché non saprei davvero cos'altro consigliarvi di guardare! ENJOY!

venerdì 13 gennaio 2017

Sing (2016)

Tra anteprime saltate e date di uscita non rispettate mi ha fatta un po' penare ma finalmente martedì ho visto Sing, diretto nel 2016 dai registi Christophe Lourdelet e Garth Jennings.


Trama: per salvare il suo teatro ormai cadente e sommerso dai debiti, l'impresario Buster Moon decide di indire un concorso canoro aperto a tutti gli abitanti della città. Un errore di stampa richiama più gente del previsto ma anche una montagna di guai...


Tra le (molte) cose che detesto ci sono i film che raccontano di come giovanotti/e di belle speranze riescano a diventare tra mille traversie delle star del mondo dello spettacolo e, neanche a dirlo, i reality show a tema musicale. I primi li detesto perché sono quanto di più fasullo e banale esista al mondo (solo Chazelle col suo Whiplash è riuscito a conquistarmi, vedremo se riuscirà anche con La La Land!), popolati da personaggi bellocci ma insipidi che, solitamente, sfondano profondendosi in balli e canzoni di dubbio gusto bimbominkiesco che già da soli basterebbero ad uccidermi; i secondi li odio perché fondati sul concetto di "giuria popolare" che di musica non capisce mediamente una mazza e vota in base a simpatie che nulla hanno a che vedere con l'effettiva qualità del cantante in gara, spesso influenzata da giudici che già non si possono definire cantanti, figurarsi esperti di musica. Soprattutto, di entrambi i generi detesto la serietà tipica di chi se la crede tantissimo ed è per questo che, invece, ho adorato Sing, film d'animazione che racchiude in sé la storia di persone che diventano famose unita al concetto "appassionati allo sbaraglio" tipico del reality odierno, arrivando a ricordarmi i bei tempi nostalgici de La corrida, con un koala pasticcione e sognatore al posto di Corrado. La trama di Sing è un pretesto per regalare allo spettatore quasi due ore di scoppiettanti numeri musicali che accompagnano le storie di "ordinaria" quotidianità di personaggi che sentono di poter dare qualcosa in più: accanto a due animali da palcoscenico come il maiale Gunther e il topo Mike ci sono infatti Rosita, casalinga frustrata, la timida Meena, dotata di una voce splendida ma impossibilitata ad esibirsi davanti ad altri, il giovane Johnny, che il padre vorrebbe instradare in una vita criminale, e la ribelle Ash, reduce da una relazione finita male. Ad unirli tutti assieme sotto lo stesso tetto ci pensa Buster, impresario teatrale in pesante odore di fallimento che non è riuscito a tenere in piedi il teatro regalatogli dal padre nonostante l'indubbio entusiasmo e l'amore per il mondo dello spettacolo; tornando al tema reality, i tempi purtroppo cambiano e Buster non è riuscito a cogliere il mutamento dei gusti del pubblico, che al giorno d'oggi vuole le canzonette, lo scontro sul palco e la possibilità di sognare in grande piuttosto che l'aulica bellezza di un'opera o l'aura da gran diva di una primadonna come la pecora Nana.


E così, partendo da questa trama simpatica ma esile, dove persino il messaggio di fondo un po' si perde (bisogna sempre inseguire i propri sogni e fare quello che si ama per riuscire al meglio, va bene, ma non per tutti nella realtà è così quindi la cosa mi pare un po' superficiale: come giustamente ha detto Toto alla fine "Sì ma Buster rimarrà sempre e comunque un impresario incompetente!"), quello che veramente rimane di Sing sono i numeri musicali, a dir poco esilaranti. La colonna sonora comprende la bellezza di ottantacinque canzoni, che spaziano dagli anni '40 ad oggi, più arie di musica classica, brani di colonne sonore e ovviamente pezzi scritti apposta per il film (peraltro molto gradevoli, soprattutto Set it All Free e l'immancabile Faith, che fanno sentire alla radio tutti i giorni), rendendo così Sing una full immersion musicale modellata alla perfezione su ogni personaggio e situazione rappresentata, al punto che persino chi non sopporta i musicarelli non potrà fare a meno di cantare e ballare sulla poltrona del cinema. Per non fare spoiler, non sto ad elencare i numeri e le canzoni che mi sono piaciute di più, anche perché altrimenti scriverei un post chilometrico, dico solo che la palma del miglior personaggio va al già citato Gunther e alla vecchia iguana Miss Crowley, un trionfo di senilità ambulante, ma il gruppetto che meriterebbe uno spin-off o che, perlomeno, avrebbe meritato una scena post credit (che non c'è, alzatevi pure appena i calamari finiscono di cantare Faith) è quello delle tenerissime pandine rosse giapponesi che si infervorano sulle note di Kira Kira Killer, cantata dall'immancabile Kyary Pamyu Pamyu. Un plauso ai responsabili del doppiaggio italiano che, per una volta, non hanno italianizzato nessuna delle canzoni presenti e, soprattutto, non sono ricorsi ad eventuali cantantucoli figli di qualche reality ma hanno scelto di lasciare intatte le performance dei doppiatori originali: Seth MacFarlane è giustamente famoso per la sua imitazione di Sinatra e sarebbe stato un peccato non poterlo ascoltare mentre Scarlett Johansson, Taron Egerton e Tori Kelly hanno delle voci talmente belle e adatte allo stile dei loro personaggi che sostituirle sarebbe stato un delitto. Insomma, Sing è il film ideale per passare una serata in allegria e credetemi quando vi dico che, usciti dalla sala, vi verrà una voglia di cantare inaudita!


Di Matthew McConaughey (voce originale di Buster Moon), Reese Witherspoon (Rosita), Seth MacFarlane (Mike), Scarlett Johansson (Ash) e John C. Reilly (Eddie) ho già parlato ai rispettivi link.

Christophe Lourdelet è il co-regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Francese, è conosciuto principalmente come animatore e, per quanto sia assurdo, non riesco a trovare foto di costui.
Garth Jennings è il co-regista e sceneggiatore della pellicola, inoltre doppia la folle Miss Crawley. Inglese, ha diretto film come Guida galattica per autostoppisti e Son of Rambow. Anche attore, ha 45 anni.


Taron Egerton è la voce originale di Johnny. Inglese, ha partecipato a film come Kingsman: Secret Service e Legend. Ha 28 anni e tre film in uscita tra cui Kingsman: The Golden Circle.


Peter Serafinowicz è la voce originale del padre di Johnny. Inglese, lo ricordo per film come Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma, Shaun of the Dead, Grindhouse, The World's End e Guardiani della Galassia; come doppiatore, ha partecipato a serie quali American Dad!, Adventure Time e South Park. Anche sceneggiatore, produttore e compositore, ha 45 anni e tre film in uscita tra i quali il seguito di John Wick.


L'elefantina Meena è doppiata in originale da Tori Kelly, cantante americana di cui, sinceramente, non avevo mai sentito parlare e pare che nel cast di voci ci siano anche Wes Anderson, Chris Renaud ed Edgar Wright. Se Sing vi fosse piaciuto recuperate Pets - Vita da animali e Zootropolis. ENJOY!

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