mercoledì 17 gennaio 2018

Morto Stalin se ne fa un altro (2017)

Approfittando dell'illuminata programmazione del cinema d'élite savonese e della zampa ancora infortunata, sabato scorso sono andata a vedere Morto Stalin se ne fa un altro (The Death of Stalin), diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Armando Innucci e tratto dalla graphic novel La morte di Stalin, di Fabien Nury e Thierry Robin.


Trama: alla morte di Stalin, il collettivo di suoi più stretti collaboratori deve decidere le dinamiche della successione e come gestire una Nazione potenzialmente allo sbando...


Avevo letto benissimo di Morto Stalin se ne fa un altro sul blog della Poison, a seguito della programmazione al Festival del Cinema di Torino (dove ha vinto il premio Fipresci) ed ero rimasta parecchio incuriosita, non solo dalla foto di un Jason Isaacs particolarmente gnocco in divisa militare. Ho varcato la soglia della sala in lieta ignoranza, ché ormai la storia della Russia è per me un po' nebulosa, aspettandomi sinceramente di capire poco di un film che rivedeva in chiave satirica i giorni successivi alla morte di Stalin, invece mi sono goduta una commedia grottesca dove la Storia viene ridotta a gioco per bambini stupidi e dove anche le tragedie più grandi vengono mostrate come il risultato delle decisioni scellerate di individui egoisti e "piccini", con ben poca considerazione della vita umana. Punto di partenza, come dice il titolo, è la morte di Stalin, dittatore dal pugno di ferro che istillava nella nazione cieco terrore e altrettanto cieco (ed inspiegabile, lo ammetto) rispetto attraverso un sistema di spie, divieti, liste e purghe che non risparmiava nessuno, nemmeno i suoi più stretti collaboratori; per un Nikita Khruschchev che detta alla moglie tutte le frasi pronunciate in presenza di Stalin, così da pararsi le chiappe, c'è un Molotov che accetta di accusare di tradimento la consorte per mettersi in salvo, per ogni figlio che consegna il proprio padre alla polizia c'è un direttore d'orchestra che sviene temendo di avere offeso Stalin per sbaglio ed essere stato registrato. Gli esempi di questo clima di follia, purtroppo vero, continuano per tutta la pellicola, che si concentra sulla lotta di potere scoppiata dopo la morte di Stalin soprattutto tra Khruschchev e il capo della sicurezza Lavrenty Beria, i due poli "complottisti" capaci di ergersi in mezzo a un gruppo di lacchè incapaci e di mettere in moto eventi terribili per affermare la rispettiva supremazia. In mezzo viene a trovarsi Georgy Malenkov, diretto successore di Stalin descritto nel film come un imbecille senza spina dorsale che prende decisioni a seconda di chi, tra i suoi consiglieri, riesce a fare la voce più grossa, un uomo che da Stalin ha imparato solo le "pose" da leader, non il carisma. Questo tristissimo triangolo di individui cerca di sopravvivere ai due tragicomici giorni seguenti la morte di Stalin, tra funerali organizzati neanche fossero un matrimonio, mine vaganti in forma umana (uno su tutti il figlio del leader), scontri tra esercito e milizia privata, accenni di depravazione sessuale e pochissime voci fuori dal coro che morirebbero pur di non dover sottostare ad un regime così assurdo.


Per ogni risata che viene strappata da questa satira feroce, arriva la mazzata tra capo e collo di una realtà fatta di esseri umani che muoiono per un capriccio o un dubbio mai comprovato del tutto, a seconda di cos'è più comodo per il regime. La figura di Beria, uomo rubicondo al quale non si darebbe un centesimo (per di più se doppiato in italiano da Mino Caprio, la voce italiana di Peter Griffin, fonte di grandi risate solo mie, ché il resto del pubblico superava i 60 anni), è l'emblema di questa dicotomia: un essere molliccio, quasi ridicolo, che tuttavia gestisce gli aspetti più terribili delle purghe e ama torturare uomini e seviziare donne, soprattutto ragazzine. Lo spettatore non può non ridere dei dialoghi assurdi che intercorrono tra lui e gli altri personaggi eppure si prova anche un terribile senso di revulsione all'idea che probabilmente, al netto dell'umorismo grottesco alla Monty Python, queste persone forse erano davvero così, opportuniste, ignoranti, crudeli ed infide... come il novanta per cento dei politici attuali, del resto, in tutto il mondo, non solo in Russia e non solo durante una dittatura. Anche per questo Iannucci ha fatto un enorme lavoro sugli attori, prima ancora che sulla regia, comunque assai valida. Steve Buscemi, Jason Isaacs, Jeffrey Tambor e Michael Palin regalano le migliori interpretazioni da anni, riuscendo nel difficile compito di rimanere in equilibrio perfetto tra farsa e dramma (vedere il finale per credere), senza trasformare i loro corrispettivi reali in caricature senza profondità alcuna. Altro aspetto bellissimo del film è la colonna sonora, che si apre sulle note del Lago dei cigni di Tchaikovsky e continua con l'originalità dello score di Christopher Willis, ispirato alle melodie del compositore Sostakovich, in attività non a caso proprio ai tempi di Stalin benché spesso censurato dal regime (non è che so tutte queste cose perché nasco saputa ma la colonna sonora, per una volta, mi ha colpita particolarmente e mi sono chiesta se fossero musiche originali oppure di qualche compositore famoso ma a me sconosciuto). Se dovessi proprio trovare un difetto a Morto Stalin se ne fa un altro, oltre all'orripilante titolo nostrano, è la scellerata distribuzione italiana, che lo ha fatto arrivare in pochissime sale in tutta Italia, quando una simile commedia nera meriterebbe maggior riconoscimento alla faccia di tutti quelli che dicono che ridere di simili tragedie è di cattivo gusto. Recuperatelo, in lingua o doppiato, che ne vale la pena!


Di Steve Buscemi (Nikita Khruschchev), Jason Isaacs (Georgy Zhukov), Andrea Riseborough (Svetlana Stalin), Jeffrey Tambor (Georgy Malenkov), Richard Brake (Tarasov), Paddy Considine (Compagno Andryev) e Michael Palin (Vyacheslav Molotov) ho già parlato ai rispettivi link.

Armando Iannucci è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Scozzese, ha diretto film come In the Loop ed episodi di serie quali I'm Alan Partridge e Veep - Vicepresidente incompetente. Anche produttore e attore, ha 53 anni.


Tom Brooke, che interpreta Sergei, era l'esilarante Fiore della serie Preacher. Se Morto Stalin se ne fa un altro vi fosse piaciuto potreste recuperare la graphic novel La morte di Stalin, edita da Mondadori, e guardare In the Loop. ENJOY!

martedì 16 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Fresco di quattro Golden Globe (Miglior Film Drammatico, Miglior Sceneggiatura, Frances McDormand Miglior Attrice Protagonista per un film drammatico, Sam Rockwell Miglior Attore Non Protagonista) è arrivato anche a Savona Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri), scritto e diretto dal regista Martin McDonagh. Vediamo se mi ha colpita com'è successo con la stampa estera!


Trama: Mildred, madre di una ragazza stuprata mentre veniva uccisa dai suoi aguzzini, decide di affittare tre enormi cartelloni pubblicitari appena fuori Ebbing, la città dove vive, per dare una scossa al sonnolento corpo di polizia...



Se c'è una cosa che mi ha colpita enormemente guardando Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (che, per comodità, da qui in poi chiamerò solo "Tre manifesti") è la capacità di Frances McDormand di comunicare tutta la rabbia, il dolore e l'umanità del suo personaggio alzando semplicemente un sopracciglio e stringendo le labbra in una fessura sottilissima. Il volto segnato dell'attrice, che ho imparato ad amare già ai tempi di Fargo, qui diventa la granitica rappresentazione di una donna che ha deciso di non fermarsi davanti a nulla pur di consegnare alla giustizia l'assassino (o gli assassini) della figlia o, meglio, di spingere la polizia a fare il proprio lavoro e dare una svegliata agli agenti mangiaciambelle. Mildred è una spietata macchina di caos, una madre incazzata che non accetta né la mancanza di prove, né il fatto che le indagini siano arrivate ad un punto morto dopo meno di un anno e come si può pensare di darle torto, di spingerla ad arrendersi perché "queste sono le leggi e non ci si può fare niente"? La sua protesta silenziosa ma implacabile, la decisione di dire le cose come stanno e scriverle sulla stessa strada dov'è morta la figlia a caratteri cubitali è comprensibile e, verrebbe da dire, è anche poco rispetto a quello che il suo dolore potrebbe spingerla a fare... però è abbastanza per sconvolgere gli equilibri di una piccola cittadina di provincia dove tutti si conoscono e dove non è facile per gli abitanti simpatizzare con una donna conosciuta per essere "peculiare", nonostante quello che le è capitato. Le parole di Mildred toccano personalmente lo sceriffo, figura di riferimento per tutti i cittadini, uomo integerrimo con un terribile segreto, e le persone bene di Ebbing ci mettono un secondo a trasformare la madre a cui hanno ucciso la figlia in una matta da ostacolare a tutti i costi, talvolta da minacciare, e la cosa assurda di Tre manifesti è la plausibilità di questo voltafaccia, avvallato dall'ignoranza gretta di poliziotti incompetenti e compaesani che magari non hanno mai sopportato né Mildred né la figlia Angela (la quale, non a caso, è finita nel dimenticatoio dopo pochi mesi). Non è un caso che gli unici alleati di Mildred, abitante di una cittadina ubicata in uno Stato di frontiera dove il razzismo è ben lungi dall'essere stato sradicato, siano i "freak" del paese o i diversi: messicani, neri, nani, gli unici a sostenere la donna fino all'ultimo sono loro, quasi la guerra di Mildred fosse una guerra dei reietti contro il potere costituito, quando invece la donna pensa (egoisticamente ma comprensibilmente) solo a sé stessa, senza regalare mai un sorriso o un gesto di conforto ai suoi aiutanti ma, anzi, andando avanti come uno schiacciasassi alla faccia di tutto quello che possa capitare a loro, alla sua famiglia, al figlio superstite.


Quella di Tre manifesti è una storia drammatica, eppure nel corso della pellicola si ride. E' un riso amaro, di cui ci si vergogna, perché si ride non coi personaggi (forse solo con lo sceriffo, nonostante la meschinità del suo tragico gesto di "vendetta") bensì DEI personaggi, peccando della stessa cecità degli abitanti di Ebbing. Si prenda ad esempio l'agente Dixon, interpretato da un Sam Rockwell a dir poco magistrale. Non mi è mai capitato di trovare sullo schermo un personaggio da odiare un minuto prima, per il quale provare un'immensa pietà quello dopo, fino ad arrivare a volergli bene anche se è scemo, un po' come fa lo sceriffo. Questa, se vogliamo, è la vera magia di sceneggiatura che ho avvertito guardando Tre manifesti, una pellicola che per altri motivi non mi ha convinta fino in fondo, troppo "superficiale" in alcuni punti (ma davvero un poliziotto può mandare all'ospedale un cittadino e farsi impunemente i fatti propri, persino nell'America di provincia Trumpiana? A che pro intimorire una persona se con la faccenda non si ha nulla a che fare, giusto per introdurre un "cattivo" più cattivo?) e melodrammatica in altri (sottolineare il senso di colpa di Mildred era necessario ma lo scambio di battute con la figlia l'ho trovato gratuito e agghiacciante), ma sicuramente in grado di definire personaggi sfaccettati e, come del resto accadeva già in In Bruges, impossibili da definire come positivi o negativi. La crociata di Mildred, l'ossessione per quei tre cartelloni rossi come il sangue e il fuoco, è giusta? Sì, assolutamente, soprattutto se la figlia è stata dimenticata. Ma anche no, perché "la violenza genera altra violenza" e bisogna pensare anche, e soprattutto, a chi rimane in vita. L'atteggiamento dello sceriffo è condivisibile? Sì, poveraccio, cosa ci si può fare se non esistono indizi? Ma a mettersi nei panni di Mildred verrebbe anche voglia di prenderlo a schiaffi. Dixon è deprecabile? Assolutamente sì ma le persone possono cambiare, anche gli imbecilli che non hanno ragione di esistere nel corpo di polizia, perché forse bastano una parola o un gesto gentili per stimolare anche i cervelli più bacati. Tre manifesti ha la lucidità di raccontare una storia tremenda, grottesca e sfaccettata come la realtà, una storia che non necessita di happy ending né di una conclusione definitiva, perché la vita non è mai lineare come viene dipinta nei film... e stavolta, anche la "quadratura" di In Bruges, lungi dall'essere risolutiva, porta a delusione e ulteriore perdita di speranza. Forse. Tra i tanti "dubbi" rimasti sul finale, c'è perlomeno la certezza di un cast di una potenza unica (a Woody Harrelson una nomination e un Oscar quando diavolo glieli diamo?) e della bravura di Martin McDonagh non solo come regista (il modo in cui si scopre il contenuto dei tre cartelli è angosciante, l'utilizzo di Chiquitita in una delle scene più tristi e grottescamente divertenti da standing ovation) ma soprattutto come scrittore di dialoghi, al punto che parecchie battute hanno rischiato di strapparmi l'applauso solitario nella sala affollata oltre a un paio di risate di cuore. Proprio lì', per inciso, rimarrà Tre manifesti, film a cui vorrò sempre bene anche in assenza di un colpo di fulmine vero e proprio.


Del regista e sceneggiatore Martin McDonagh ho già parlato QUI. Frances McDormand (Mildred), Caleb Landry Jones (Red Wilby), Sam Rockwell (Dixon), Woody Harrelson (Willoughby), Abbie Cornish (Anne), Lucas Hedges (Robbie), Zeljko Ivanek (Agente addetto alle comunicazioni col pubblico), Peter Dinklage (James) e Samara Weaving (Penelope) li trovate invece ai rispettivi link.

Kerry Condon interpreta Pamela. Irlandese, ha partecipato a film come This Must Be the Place, Dom Hemingway e a serie quali The Walking Dead, inoltre ha prestato la voce all'intelligenza artificiale Friday nei film Avengers: Age of Ultron, Captain America: Civil War e Spider-Man: Homecoming. Ha 35 anni e tre film in uscita.


John Hawkes interpreta Charlie. Americano, lo ricordo per film come Scuola di polizia, Scary Movie, Freaked - Sgorbi, Dal tramonto all'alba, Rush Hour - Due mine vaganti, Incubo finale, Identità, Miami Vice, Contagion e Lincoln, inoltre ha partecipato a serie quali Millenium, Nash Bridges, ER Medici in prima linea, Buffy l'ammazzavampiri, Più forte ragazzi, X-Files, 24, Taken, CSI, Monk e Lost. Anche musicista e produttore, ha 58 anni e tre film in uscita.


Il musetto antipatico di Kathryn Newton, che compare in un flashback nei panni di Angela, è destinato a diventare ricorrente in TV (è l'odiosa Amy del Piccole Donne prodotto dalla BBC, una splendida miniserie che vi consiglio di recuperare) e al cinema (è tra le protagoniste dell'imminente Lady Bird). Detto questo, se Tre manifesti a Ebbing, Missouri, vi fosse piaciuto, recuperate In Bruges - La coscienza dell'assassino e Fargo. ENJOY!

domenica 14 gennaio 2018

In Bruges - La coscienza dell'assassino (2008)

L'uscita e il successo internazionale di Tre manifesti a Ebbing, Missouri (che dovrei andare a vedere proprio stasera...), mi ha portato la consapevolezza di non avere mai visto un film di Martin McDonagh. Spinta da commenti positivi ho così recuperato In Bruges - La coscienza dell'assassino (In Bruges), diretto e sceneggiato nel 2008 proprio dal regista inglese.


Trama: dopo un lavoro finito malissimo, il killer Ray si rifugia a Bruges assieme al collega Ken su richiesta del loro spietato boss ma il paese non è proprio di suo gradimento...


Conoscevo Bruges solo di nome, per un paio di motivi. Primo, a un certo punto di Austin Powers in Goldmember il Dr. Male saluta tutti i suoi homies di Bruges, città dove il malvagio è cresciuto; secondo, da alcuni anni a Natale, un corriere di cui non farò il nome omaggia me e alcuni altri dipendenti della ditta dove lavoro con uno "scrigno" di cioccolatini Jeff De Bruges, sopraffine specialità del Belgio che solo a nominarle perdo venti litri di bava (agevolo il sito. Non avete idea di cosa sia mangiare uno di questi cioccolatini). Guardando il film di McDonagh ho deciso, assieme al Bolluomo, che prima o poi andremo a Bruges perché, per parafrasare il cattivissimo Harry, lì "sembra di stare in una fiaba": cigni, canali, strade acciottolate, chiese gotiche, opere d'arte, un'adorabile atmosfera medievale che mi ha ricordato molto Praga, benché con meno caos. Insomma, su di me la cittadina ha sortito l'effetto opposto rispetto a Ray, protagonista del film, il quale fin dall'inizio odia Bruges con tutto sé stesso proprio per i motivi che spingerebbero me a visitarla. Ray è un killer che, poveraccio, alla sua prima missione ha scazzato nel peggiore dei modi e, "tutorato" dal collega Ken, viene spedito dal boss a Bruges per far calmare le acque; la strana coppia di assassini, anche troppo buoni e umani per il lavoro che fanno, cercano così di passare il tempo tra una birra e una visita al museo, parlando di passato e futuro, inferno e paradiso, vita e morte, colpa e redenzione. In Bruges è un film molto dialogato, permeato da un umorismo grottesco che ricorda molto quello dei Coen e che culla lo spettatore nella falsa illusione di avere davanti una commedia, almeno finché il sangue non comincia a scorrere riportandolo alla brusca realtà di un mondo popolato da assassini e uomini d'onore ciechi alle suppliche persino degli amici di una vita, desiderosi di fare giustizia pur nel loro modo perverso. Piccolo purgatorio in guisa di bomboniera europea, luogo da favola in cui accadono le cose più assurde, Bruges diventa il posto ideale ove attendere il giudizio per le colpe commesse in vita e spalancare le porte dell'inferno o del paradiso (benché per Ray l'inferno sia proprio l'idea di vivere a Bruges e per Harry l'esatto contrario), una città dalla quale è impossibile fuggire e dove ogni azione, anche la più semplice, causa una reazione capace di manifestarsi anche dopo ore o giorni, formando un perfetto cerchio sul finale.


Tra nani attori e scorci da cartolina, McDonagh scrive una sceneggiatura surreale e piena di rimandi ad opere d'arte e cinema, rendendo Bruges protagonista fondamentale, tanto quanto i personaggi umani e forse anche di più; come regista, l'inglesotto dimostra di saper gestire al meglio sia le sequenze più action e sanguinose sia quelle più leggere o "intimiste" e, sul finale, si concede persino una scena surreale che ai cinefili potrebbe ricordare A Venezia un dicembre rosso shocking mentre un cultore dell'arte riconoscerà personaggi usciti dritti dal Giudizio universale di Bosch, con un'atmosfera parimenti angosciante e "spirituale" che fa a pugni col registro più allegro di inizio film. Passando agli attori, In Bruges ha la fortuna di vedere coinvolto un terzetto mica da ridere, oltre a un gruppo di caratteristi a dir poco ottimi. Colin Farrell mostra una sensibilità incredibile e offre l'interpretazione divertente ma non superficiale di un giovane killer alle prese con un senso di colpa soverchiante e col desiderio di non pensare, neppure per un secondo, alle circostanze che lo hanno portato a Bruges; gli fa da spalla un Brendan Gleeson perfetto, capace di combinare un atteggiamento da vecchio zio borbottante a quello di criminale (riluttante) perfettamente consapevole delle regole del gioco ma anche stanco di sottostare a persone fuori di testa, per i quali l'onore viene prima di ogni cosa ma che, in sostanza, rasentano la psicopatia, come il superbo Harry interpretato da Ralph Fiennes (mai così cattivo neppure nei panni di Voldemort ma perlomeno coerente con le sue scelte di vita). Nonostante siano passati dieci anni ringrazio quindi tutti quelli che, con infinita pazienza verso la mia manifesta ignoranza, mi hanno parlato di In Bruges - La coscienza dell'assassino in occasione dell'uscita di Tre manifesti a Ebbing, Missouri; ho trovato un film decisamente nelle mie corde, ironico, assurdo e anche malinconico come piace a me, con un terzetto di attori in formissima. E ora tocca a Sette psicopatici, nonostante tutti lo reputino inferiore... ma al titolo non si comanda!


Di Colin Farrell (Ray), Ralph Fiennes (Harry), Brendan Gleeson (Ken) e Ciarán Hinds (il prete) ho già parlato ai rispettivi link.

Martin McDonagh è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto 7 psicopatici e Tre manifesti ad Ebbing, Missouri. Anche produttore, ha 47 anni.


Zeljko Ivanek interpreta il canadese. Sloveno, ha partecipato a film come Donnie Brasco, Hannibal, Argo, 7 psicopatici, X-Men: Apocalisse, Tre manifesti ad Ebbing, Missouri e a serie quali X-Files, La signora in giallo, Millenium, Ally McBeal, E.R. Medici in prima linea, 24, CSI - Scena del crimine, Bones, Cold Case, Lost, Numb3rs, Doctor House e Heroes. Anche produttore, ha 60 anni.


Clémence Poésy, che interpreta Chloe, era Fleur Delacourt nella versione cinematografica di Harry Potter mentre il nano Jordan Prentice ha vestito i panni leggendari di Howard il Papero in Howard e il destino del mondo. In una delle scene eliminate c'era l'undicesimo Dottore Matt Smith ad interpretare un giovane Harry, impegnato a decapitare un poliziotto corrotto reo di aver ucciso una donna (la sequenza è stata eliminata in quanto la CGI della decapitazione era imbarazzante); inoltre, lo script mostra come Ray non muoia alla fine del film. Detto questo, se In Bruges vi fosse piaciuto recuperate Lock & Stock - Pazzi scatenati, Snatch - Lo strappo e Burn After Reading - A prova di spia. ENJOY!

venerdì 12 gennaio 2018

The Killing of a Sacred Deer (2017)

Tra gli ultimi film visti l'anno scorso c'è stato The Killing of a Sacred Deer, diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Yorgos Lanthimos, che verrà distribuito in Italia temo solo ad Aprile. NO SPOILER, ovviamente.


Trama: un brillante chirurgo si ritrova a dovere affrontare le conseguenze di un errore compiuto qualche anno prima.



Non essendo un'esperta di cinema non posso dire di conoscere Yorgos Lanthimos, regista di cui finora avevo visto solo The Lobster, film molto apprezzato. A differenza di altri cinefili con le palle non ho quindi accolto con folle gioia ed enormi aspettative l'uscita di The Killing of a Sacred Deer ma un paio di opinioni scorse in rete che arrivavano a definirlo uno dei migliori horror mai girati mi ha spinta a recuperarlo il prima possibile e a ringraziare per una volta le iperboli dei social (oltre ad altri strumenti on line che permettono ai poveri cinefili italiani di non dover aspettare anni per vedere i film salvo rimanerci poi di sasso quando le pellicole in questione vengono distribuite in due sale in tutto il Paese, cosa che inevitabilmente accadrà a quest'opera). The Killing of a Sacred Deer, per quanto raffinato e "glaciale", caratteristica su cui tornerò più avanti, è un film d'orrore fatto e finito perché tocca un argomento capace di orripilare qualsiasi spettatore dotato di un minimo di sensibilità e sottopone i protagonisti ad un lento ed angosciante stillicidio i cui dettagli non vengono risparmiati al pubblico. Gli intenti della pellicola sono palesi fin dall'inizio, che mostra una vera operazione a cuore aperto durante la quale la cinepresa indugia sul muscolo pulsante, sul sangue e sugli strumenti chirurgici; la brutale e "sporca" realtà del corpo umano stride con la sequenza successiva, durante la quale chirurgo e anestesista parlano del più e del meno, come se la realtà di una vita tenuta tra le mani non li toccasse minimamente, circondati come sono da un ambiente efficiente, pulito ed asettico. Allo stesso modo, è la vita del protagonista, il chirurgo Steven, ad essere efficiente, pulita ed asettica. Casa bellissima, moglie bellissima, figli perfetti divisi equamente negli affetti tra i due consorti, una carriera brillante... eppure, qualcosa, anche lì, "stride". Qualcuno. All'inizio vediamo Steven interagire con un ragazzo, Martin, e il rapporto tra i due suona subito strano, forse per i motivi sbagliati. Intuiamo che c'è qualche segreto che permette a Steven di portare avanti la sua vita perfetta proteggendo la sua Stepford Wife e i suoi bambini dagli elementi esterni e la situazione precipita nel momento in cui muscoli e sangue non sono più semplici accessori di una professione ma diventano ascrivibili ad un nome e un cognome, a un uomo che aveva un volto, una vita e, a sua volta, una famiglia. A Steven, ex alcolista e chirurgo di fama, non rimane quindi altro da fare che accettare il suo essere non già un Dio col potere di controllare la vita sua e degli altri, bensì un povero mortale, un Agamennone qualsiasi costretto a chinare il capo e a prendersi la responsabilità dei suoi errori nel peggiore dei modi.


The Killing of a Sacred Deer è il titolo ironico e colto di un film che di ironico non ha proprio nulla. La pellicola di Lanthimos è angosciante per la sua natura fredda e terribile, per il modo asettico in cui mette in scena l'orrore rivoltando lo stomaco dello spettatore come non riuscirebbero nemmeno opere più visivamente esplicite, popolate da personaggi più accattivanti: sinceramente, non c'è uno solo dei protagonisti del film che non brucerei sul rogo, tutti ugualmente superficiali, egoisti e superbi, bambini compresi, eppure l'ineluttabilità della spietatezza del regista fa stare male e si arriva a provare pena per tutti i coinvolti, persino per quelli più "malvagi". The Killing of a Sacred Deer è ancora più angosciante in quanto la natura della pena inflitta a Steven non viene mai spiegata (un po' come accade nel citato Ricomincio da capo, non a caso il film preferito di Martin) quindi non si riesce a provare nemmeno un minimo di speranza, per quanto magari temporanea, nessun sollievo derivante dai soliti esorcisti o sensitivi che popolano i normali film horror, c'è solo l'orrore del tempo che scorre e di una spada di Damocle appesa ad un filo sempre più sottile che si sfilaccia inesorabile mandando al diavolo moralità, amore e sanità mentale. Questa asettica ed elegante mazzata tra capo e collo, oltre ad essere confezionata benissimo (non basterebbe un post per elencare tutte le splendide immagini con le quali Lanthimos ci scava la fossa, addolcendo questo terribile ed amarissimo veleno), è anche recitata divinamente, benché presupponga da parte dello spettatore la volontà di accettare delle interpretazioni volutamente monocordi, fredde, quasi "lette" invece che recitate: i personaggi sembrano partecipare ad una tragedia già scritta dall'inizio, paiono vagare sul palcoscenico della vita talmente anestetizzati da risvegliarsi solo quando non c'è più niente da fare mentre chi ha già perso ogni speranza si limita ad esigere una fredda vendetta che sicuramente non lo riporterà alla vita ma si limiterà a pareggiare un conto, occhio per occhio e dente per dente. Per poi ricominciare di nuovo come se niente fosse successo, la sporcizia nuovamente spazzata sotto il tappeto, la scintilla fugace data dalla paura e dall'odore della morte di nuovo spenta... o forse no? Chissà. Quel che è certo è che The Killing of a Sacred Deer, se avrete lo stomaco di affrontarlo, vi lascerà sconvolti come pochi altri film, in positivo o in negativo.


Del regista e co-sceneggiatore Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Nicole Kidman (Anna Murphy), Alicia Silverstone (la mamma di Martin) e Colin Farrell (Steven Murphy) li trovate invece ai rispettivi link.

Barry Keoghan interpreta Martin. Irlandese, ha partecipato a film come Codice criminale e Dunkirk. Ha 25 anni e due film in uscita.


Raffey Cassidy interpreta Kim Murphy. Inglese, ha partecipato a film come Dark Shadows, Biancaneve e il cacciatore e Tomorrowland: Il mondo di domani. Ha 15 anni.


giovedì 11 gennaio 2018

(Gio) WE, Bolla! del 11/01/2018

Buon giovedì a tutti! Comincia la stagione degli Academy Awards e per una volta anche Savona segue il trend, portando in riviera uno dei film più attesi della stagione! ENJOY!

Benedetta follia
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Non me ne voglia Verdone ma avrei preferito arrivasse a Savona The Midnight Man con Lin Shaye e Robert Englund. Commedia tra sacro e profano, crisi di mezza età e la solita ventata d'aria fresca a scombinar la vita di un neo-divorziato... mah, niente di che. Attenderò al limite un passaggio televisivo.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Reazione a caldo: Evvivaaaa!!!!
Bolla, rifletti!: Nonostante il poster campeggiasse da una settimana all'ingresso del multisala temevo lo avrebbero snobbato. Invece, fresco di quattro Golden Globe, l'ultimo film di Martin McDonagh è arrivato anche da noi e io non vedo l'ora di correre in sala a gustarmelo dall'inizio alla fine!!

Al cinema d'élite danno un film che correrò a vedere ora che sono di nuovo automobile-munita!

Morto uno Stalin se ne fa un altro
Reazione a caldo: Yay!
Bolla, rifletti!: Secondo colpaccio Savonese. Dopo averne letto bene dalla Poison non posso farmelo scappare, soprattutto visto il parterre di attori (Jason Isaaaaaacssss!!!) che lo popola!

mercoledì 10 gennaio 2018

Lake Bodom (2016)

A dicembre la Midnight Factory ha fatto uscire sul mercato dell'home video Lake Bodom (Bodom), diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Taneli Mustonen.


Trama: un gruppetto di studenti si reca sulle rive del lago Bodom per ricostruire il massacro avvenuto lì negli anni '60. Il problema è che l'assassino di allora potrebbe essere ancora a piede libero...


Lake Bodom (o Bodom, fa lo stesso) è uno slasher che si basa su un fatto di cronaca realmente avvenuto in Finlandia, nel 1960. All'epoca, quattro ragazzi (due coppie di giovani fidanzati) si erano recati sulle rive del lago e tre di essi erano stati trovati il giorno dopo accoltellati e colpiti a morte da oggetti contundenti e l'unico sopravvissuto, tale Nils Gustafsson, se l'era cavata giusto con una mascella rotta e diverse altre fratture. Recentemente Gustafsson è stato accusato degli omicidi della fidanzata e degli amici ma per diversi anni il dubbio su chi fosse l'autore del massacro è rimasto (e, in verità, ancora rimane, ché le accuse non sono certe al 100%) e da qui trae spunto Lake Bodom, che parte dalla decisione di quattro adolescenti di recarsi sulle sponde del lago e ricostruire l'accaduto. La prima regola dello slasher impone che un gruppo di ragazzi privi di supervisione e pronti non solo ad indagare ma anche a fare "cosacce" all'interno di una tenda diventino il principale bersaglio di qualsiasi killer si ritrovi a vagare nei pressi: a questo assunto non si sottrae Lake Bodom, fin dalle prime scene, che mostrano come i boschi finlandesi siano popolati da strane luci, giovinetti armati di coltello, probabilmente un assassino che per una quarantina d'anni è rimasto in attesa di persone così stupide da andarlo a stuzzicare. Ma non c'è solo questo nell'horror che arriva dalla Finlandia. C'è la reminescenza, e più non posso dire per non fare spoiler, di un vecchio film d'inizio millennio da me molto amato ma magari dimenticato dai più, capace di cambiare le carte in tavola e trasformare un semplice slasher nello specchio del disagio malato di una società basata sul pettegolezzo, sulle "bufale", sul "mi ha detto mio cuGGino che... quindi dev'essere vero" e, soprattutto, sul desiderio di fare del male alle persone che non si sono comportate in modo "giusto" nonostante tale comportamento abbia danneggiato solo loro stesse. Senza contare che, conoscendo la storia vera, tutto torna alla fine come in un cerchio perfetto, cosa ancora più apprezzabile.


Per quel che riguarda la realizzazione, tanto di cappello. La regia di Taneli Mustonen può rivaleggiare con quella di molti slasher americani, spesso superandola senza neppure voltarsi a rimpiangere un budget più alto oppure un respiro più "internazionale": i boschi freddi della Finlandia si fanno "paese", diventano terrificanti ed isolati come quelli della Strega di Blair ed insidiosi quanto il bush australiano. Sempre per non dimenticare Mick Taylor (d'altronde sto guardando la seconda stagione di Wolf Creek...) il twist di metà pellicola viene seguito da un'angosciante sequenza automobilistica che aggiunge ulteriori tacche d'ansia e, per quanto gli omicidi avvengano fuori campo, sapete meglio di me che non c'è nulla di peggio che vedere un horror dove montaggio e regia si coalizzano onde offrire allo spettatore le peggiori suggestioni visive e uditive, costringendolo a guardare oltre le ombre e gli sporadici lampi di luce rivelatoria. Anche gli interpreti mi sono sembrati all'altezza, soprattutto le due ragazze che interpretano Nora e Ida-Maria ma anche i due maschietti non scherzano, soprattutto il biondo Atte, con quella faccia un po' così da nerd sfigato e leggermente inquietante, perfetto per spingere lo spettatore a porsi domande fondamentali per la riuscita del film. L'horror nordico quindi sta bene e potrebbe essere un ottimo bacino da cui pescare titoli interessanti nel futuro, un po' come accadeva qualche anno fa con Francia e Spagna, soprattutto per il modo in cui tende ad essere meno gore e più "psicologico", proprio come piace a me.

Taneli Mustonen è il regista e co-sceneggiatore del film, famoso in patria per il dittico comico composto da Reunion e Reunion 2: The Bachelor Party. Anche attore e produttore, ha 39 anni.


L'edizione home video della Midnight Factory contiene un making of e un video con le reazioni del pubblico oltre a un libriccino curato dalla redazione di Nocturno Cinema. Se Lake Bodom vi fosse piaciuto recuperate The Hole e cominciate ad ascoltare i Children of Bodom, band che prende il nome proprio dalla tragedia che ha ispirato il film. ENJOY!


martedì 9 gennaio 2018

Stand by Me - Ricordo di un'estate (1986)

Ormai sono dieci anni che esiste il Bollalmanacco e mi rendo conto che, nell'elenco dei film "recensiti", mancano alcuni capisaldi fondamentali. Uno di essi è Stand by Me - Ricordo di un'estate (Stand by Me), diretto da Rob Reiner nel 1986 e tratto dal racconto Il corpo di Stephen King, contenuto nella raccolta Stagioni diverse.


Trama: quattro ragazzini decidono di intraprendere un lungo viaggio per andare a vedere il cadavere di un loro coetaneo, scoperto dal fratello di uno di loro. Lungo il cammino, tra uno scherzo e un pericolo, alcuni di loro cresceranno e cominceranno a pensare al futuro...



Essendo sempre stata una ragazzina più attratta dalla fantasia e dall'horror più che da altro genere di storie, il mio rapporto con Stand by Me non si è cementato nel tempo come accaduto ad altri miei amici o conoscenti e il film di Rob Reiner non è mai entrato a far parte del mio novero di film cult. Anzi, non vorrei sbagliare ma credo che questa sia stata la seconda volta in cui sono riuscita a vederlo tutto e purtroppo devo ammettere che non ricordo di avere letto il racconto di Stephen King (dev'essere successo quell'estate in cui tra King, Bret Easton Ellis e libri di scuola assortiti devo aver toccato i due/tre titoli la settimana). Trainata dalla visione di It e in cerca di qualcosa di breve da vedere con Mirco, ora che comincio un po' a conoscere i suoi gusti, sono tornata a riguardare Stand by Me dopo decenni e a farmi catturare dalla malinconica avventura di quattro ragazzini in cerca di un cadavere, accompagnati da una delle colonne sonore più belle ed iconiche di sempre. All'età di 36 anni ho finalmente capito perché da bambina il film non aveva fatto presa su di me; tolta la "patina" di commedia in cui i quattro amici scherzano tra loro e si prendono in giro, le loro disavventure non sono quelle dinamiche di un Marty McFly che cerca di mettere a posto la linea temporale o di una Fairuza Balk intrappolata in una Oz da incubo, bensì il compendio di una giornata "qualunque" che porta tutti i protagonisti, consapevolmente o meno, a un crocevia che una bambina non può arrivare a comprendere. Quella che viene mostrata nel film è l'ultima, memorabile "missione" di un branco di perdenti che di lì a poco avrebbero preso tutti strade diverse per non vedersi mai più e l'intera pellicola è permeata da quest'atmosfera "sospesa", di attesa e timore per il futuro, del desiderio di liberarsi da una cittadina che condanna chi rimane ad una vita da sfigato, delle colpe dei padri che ricadono su figli inconsapevoli, di bulli stupidamente crudeli e più penosi delle loro vittime, di bambini che escono di casa per raccogliere mirtilli e incontrano invece la morte. Insomma, più che un'avventura quella di Gordie e compagnia sembra l'ultimo grido disperato di ragazzini che vorrebbero tenersi stretta la loro infanzia, per quanto orribile, e la loro amicizia, prima che esse vengano spazzate via dai problemi e dalle regole dell'età adulta, quelle stesse "convenzioni" che non permetteranno la coesistenza di un gruppo di caratteri così eterogeneo.


"Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Cristo, chi li ha?" Questa è la frase che chiunque ricorda dopo aver visto Stand by Me e non a caso è quella che racchiude il senso dell'intera vicenda. Gordie, Chris, Teddy e Vern sono una ben strana accozzaglia di mocciosi, ben distanti dal suscitare l'istantanea simpatia dei Goonies, se vogliamo rimanere in tema Feldman; di loro, solo Gordie è dotato di una caratteristica peculiare, il biglietto che, alla faccia del padre che aveva occhi solo per il figlio maggiore defunto, lo porterà via dalla cittadina in qualità di narratore, di creatore di storie, di persona capace di superare i limiti della realtà. Gli altri, poverelli, sono dei perdenti fatti e finiti. Chris è sì il migliore amico di Gordie ma è fatto di una pasta diversa, probabilmente è il più adulto del gruppo e l'unico in grado di vedere le cose per quello che sono, provandone ovviamente un enorme dolore: tuttavia, il ragazzo che dovrebbe essere il peggiore di tutti a causa di una storia familiare poco felice risulta alla fin fine la mente del quartetto, capace di infondere coraggio in chi merita di perseguire i suoi sogni ma anche abbastanza lucido da capire che Teddy e Vern, per quanto amati, per quanto anch'essi amici, sono condannati ad essere lasciati indietro e a vivere l'esistenza della white trash perché troppo stupidi (o, nel caso di Teddy, probabilmente troppo traumatizzati) per crearsi un destino diverso. Eppure tutto questo non conta perché a dodici anni, ovviamente, non ci si pensa e conta solo lo stare bene, il litigare, il cercare un modo per non soccombere alla follia del mondo "adulto", il crearsi inconsapevolmente ricordi che dureranno una vita e che meritano di essere messi su carta per venire magari tramandati ai propri figli. E' proprio da queste sensazioni che non mi riesce di mettere nel post in maniera comprensibile che nasce, da una storia amarissima di Stephen King (non clemente come Reiner nel decretare il destino finale delle proprie creature), un film dolceamaro che ha accompagnato generazioni di spettatori, in miracoloso equilibrio tra commedia, coming of age e dramma, con in più quel tocco di follia capace di renderlo strano ed indimenticabile: come non ricordare, infatti, la terribile vendetta del ciccione alla gara di mangiatori di torte?


In questo periodo di "ritorno agli anni '80" Stand by Me è diventato uno dei film più saccheggiati da produzioni come Stranger Things e il nuovo It, sia per lo stile dei ragazzini protagonisti sia per gli omaggi ad intere sequenze come quella, al cardiopalma, del treno in arrivo, eppure per chi "c'era", per chi 'sti maledetti anni '80 cantati da Raf li ha vissuti, buona parte del fascino della pellicola risiede anche nella bravura di attori dal destino triste quanto quello dei personaggi che interpretano. Più che il Gordie Lachance di Wil Wheaton, chi rimane inevitabilmente nel cuore è il fragile, umanissimo Chris Chambers interpretato dallo sfortunato River Phoenix, ragazzino accusato ingiustamente e messo davanti alla banalità della cattiveria umana e del pregiudizio dal comportamento scorretto di un'insegnante (sfido chiunque a non piangere con lui durante lo sfogo nel bosco), assieme ad un Corey Feldman particolarmente ispirato e complesso; non è da tutti a quindici anni riuscire a dar vita a un personaggio come quello di Teddy, stupido e tragico al tempo stesso, emblema dell'amico cazzone che sicuramente tutti abbiamo avuto eppure talmente segnato dalla follia del padre da spezzare il cuore a un sasso. Se penso che questi due attori dal fulgido futuro sono uno morto per overdose e l'altro condannato a vedersi la carriera distrutta da droga, pedofilia, depressione e quant'altro, Stand by Me diventa automaticamente non solo il ricordo di un'estate ma anche e soprattutto la metafora di un'epoca mitica, che ora tendiamo inspiegabilmente ad idealizzare, ma che nascondeva dentro di sé marciume ed insidie abilmente celate che non tutti sono riusciti a superare per emergerne più maturi e forti. Col senno di poi (e non con la mentalità di una bambina sognatrice, perfettamente a suo agio nella beata ignoranza di un paesino pacifico) Stand by Me ha così finalmente raggiunto anche per me lo status di cult che tutti gli attribuiscono da anni, perché se è vera la frase "non ho più visto film come quelli che ho visto a 12 anni" è altrettanto vero che certe cose si apprezzano al meglio solo invecchiando. Ulteriore conferma, per inciso, che il mio rapporto d'amore col Re è ben lungi dall'essere già privo di sorprese!


Del regista Rob Reiner ho già parlato QUI. River Phoenix (Chris Chambers), Corey Feldman (Teddy Duchamp), Jerry O'Connell (Vern Tessio), Kiefer Sutherland (Asso Merrill), Bradley Gregg (Caramello Chambers), Marshall Bell (Mr. Lachance), Frances Lee McCain (Mrs. Lachance), Richard Dreyfuss (Lo scrittore) e John Cusack (Denny Lachance) li trovate invece ai rispettivi link.

Wil Wheaton interpreta Gordie Lachance. Americano, lo ricordo per film come Giochi stellari, La fattoria maledetta, Scuola di eroi, Flubber - Un professore tra le nuvole e Sharknado 2, inoltre ha partecipato a serie quali Casa Keaton, I racconti della cripta, Star Trek: The Next Generation, Oltre i limiti, CSI - Scena del crimine, Numb3rs, Criminal Minds e The Big Bang Theory; come doppiatore, ha lavorato nel film Brisby e il segreto di Nimh e per serie come The Slayers, I Griffin, Robot Chicken e Teen Titans Go!. Anche sceneggiatore e produttore, ha 45 anni.


River Phoenix aveva fatto l'audizione per il ruolo di Gordie ma il regista lo ha ritenuto più adatto per quello di Chris; quest'ultimo avrebbe dovuto essere interpretato da Corey Haim (amico fraterno di Corey Feldman, per inciso) ma l'attore ha preferito unirsi al cast di Lucas mentre Adrian Lyne ha lasciato il timone a Rob Reiner perché impegnato nelle riprese di 9 settimane e 1/2. Detto questo, se Stand by Me - Ricordo di un'estate vi fosse piaciuto recuperate I Goonies e It (la versione nuova). ENJOY!


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