domenica 20 maggio 2018

Revenge (2017)

Quando Lucia consiglia un film è mooolto difficile che non incontri i miei gusti. Infatti Revenge, scritto e sceneggiato nel 2017 dalla regista Coralie Fargeat, è una bella bombetta.


Trama: Jen, amante di un uomo d'affari, viene violentata da uno dei compari di caccia di lui e, a seguito di un'escalation di violenza, viene lasciata in mezzo al deserto, presumibilmente morta. Ma Jen è viva e cercherà vendetta...


Il film della Fargeat, come da titolo, è un esempio del cosiddetto filone rape and revenge, genere di base piuttosto semplice: c'è una donna che viene violentata, spesso data per morta, e c'è la vendetta di lei contro i suoi aguzzini. Mi piacerebbe vederne un giorno una versione maschile (magari esiste già e non lo so! Help, anyone?), credo sarebbe un esperimento interessante, ma per ora l'unica variazione sul tema è l'approccio delle poche registe donne che si sono avvicinate all'argomento. Di fatto, solitamente il rape & revenge è pura exploitation, una scusa per mostrare femmine toste seminude che ricevono e danno violenza, ma se il punto di vista diventa quello femminile la cosa non è così semplice. Revenge non veicola chissà quali riflessioni né contribuirà mai alla presa di coscienza tanto cara a movimenti come il #meetoo: schiaffo alla suspension of disbelief e assolutamente 100% medically inaccurate, Revenge è pura goduria splatter dall'inizio alla fine (d'altronde la regista è francese e di gore i nostri cuginetti d'oltralpe ne sanno a pacchi!) però l'occhio dell'Autrice c'è e si palesa chiaramente fin dall'inizio grazie ad alcune scelte registiche particolarmente azzeccate che sottolineano ancor più l'inevitabile ribaltamento dei ruoli preda/predatore. E' interessante, infatti, vedere come all'inizio la protagonista sia l'incarnazione stessa dei sogni proibiti di un uomo e come la cinepresa indugi su ogni particolare in grado di renderla tale: i capelli biondi, le forme perfette, gli abitini striminziti, il chupachups in bocca, i colori sgargianti rendono Jen una tentazione ambulante, il perfetto trofeo di un uomo sicuro di sé e abituato a non chiedere mai. In sottofondo, gli amici leppegosi di lui inghiottono bava e rosicano d'invidia, soprattutto quando lei, dopo una serata alcoolica, si mette "un po' troppo in mostra" lanciando "chiari segnali" di voler venire scopata (d'altronde è bionda, quindi scema, quindi zoccola, quindi insomma se l'è andata a cercare) e quando al mattino la poveraccia OSA rifiutare le avances di uno dei due, quest'ultimo la violenta senza tanti problemi perché mica una può lanciare il sasso e poi ritirare la mano? Eh no, signora mia, non si fa. E così, messo alle strette, anche il bel principe azzurro teneramente diviso tra la moglie impegnata ad organizzare comunioni e la giovane amante diventa un mostro d'inaudita spietatezza, che prima cerca di comprare il silenzio di Jen (invece di cambiare i connotati ai due amichetti del cuore) poi decide di ucciderla senza pensarci tanto su.


Dal momento in cui Jen "muore", il registro del film cambia. Via i colori fluo, le musiche accattivanti, il richiamo costante al sesso e alla vita agiata: il sembiante di Jen si trasforma, letteralmente, e l'attrice Matilda Lutz, tra l'altro perfetta per il ruolo, passa da bambolotta sexy a guerriera inzaccherata di sangue e fango, tanto che persino i capelli diventano scuri, mentre intorno a lei ci sono solo deserto e polvere. La cinepresa della Fargeat, quasi pornografica nel suo costante indugiare sulle chiappe tornite della Lutz, comincia a spiare con più insistenza i tre baldi "cacciatori" smascherando la loro vera natura di uomini piccoli, disgustosi, tutti parole e niente sostanza: ogni ferita che rimedieranno i tre stronzi (per la gioia dello spettatore, ve lo garantisco) sarà un pezzo della loro maschera che cade, spogliandoli di soldi e sicurezza per mostrare la carne e il sangue di creature mortali e squallide (pure un po' cretine, talvolta), spinte solo dagli istinti più bassi. Sul finale, non è più la bionda Jen ad essere "oggettificata" come se non avesse un anima, bensì l'amante, esposto all'occhio dello spettatore nudo come un verme e incredibilmente vulnerabile; è vero, il buon Roland di Gilead diceva che un guerriero nudo merita rispetto ma, anche lì, gli uomini impietosamente ritratti dalla Fargeat dimostrano di essere solo dei fanfaroni tutti chiacchiere, scioccamente convinti di poter uccidere l'avversario a parole e strilli prima di mettere mano al fucile. E mentre sullo schermo della sala passano pubblicità fuffa americane atte a magnificare quei prodotti che consentono di avere un corpo perfetto, nell'elegante casa in affitto di Revenge si consuma la distruzione di quella stessa perfezione, con i personaggi che si rendono dolorosamente conto di come conti più tenersi a posto le viscere e il sangue rispetto all'avere muscoli torniti e addome piatto. Insomma, se piace il genere Revenge è davvero un gioiellino e io alla Fargeat auguro tutta la fortuna necessaria a imporsi sulla scena horror in particolare e cinematografica in generale, perché lo merita davvero.

Coralie Fargeat è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Francese, è al suo primo lungometraggio. Anche attrice, ha 42 anni.


Matilda Anna Ingrid Lutz interpreta Jen. Nata a Milano, ha partecipato a film come L'estate addosso e The Ring 3. Ha 26 anni.


Se Revenge vi fosse piaciuto recuperate M.F.A. ENJOY!

venerdì 18 maggio 2018

The Midnight Man (2016)

Dopo averlo distribuito al cinema, la Midnight Factory porta anche sul mercato dell'home video The Midnight Man, film diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Travis Zariwny.


Trama: due ragazzi scoprono in una soffitta un gioco attraverso il quale viene invocato il Midnight Man. Il gioco prevede una serie di regole da rispettare, pena la morte per mano della cupa entità...



Sulla copertina del DVD del film campeggia la dicitura Robert Englund's The Midnight Man. Lì per lì pensavo che il vecchio Robert avesse scritto, diretto o perlomeno prodotto la pellicola, invece, come purtroppo sempre più spesso accade, si è limitato a metterci la faccia per qualche minuto e a promuovere l'opera con un entusiasmo francamente eccessivo. Mi spiace spendere parole di biasimo per un attore a cui voglio bene ma, davvero, ultimamente il suo nome sta diventando sinonimo di sòla quasi assicurata: di fatto, se deciderete di guardare The Midnight Man solo per la sua presenza fareste prima a procurarvi altri film in quanto Englund qui fa la parte del Dottor Ignazio Spiegonis, la cui presenza si amalgama all'interno della storia come la paprika in una torta Sacher e raggiunge una conclusione a dir poco indegna (SPOILER: Lin Shaye e Robert Englund sono le due star della pellicola. Nella mente dei realizzatori un amante dell'horror dovrebbe bagnarsi, letteralmente, assistendo a uno scontro fisico tra i due. Nulla da eccepire, per quanto se voglio uno scontro tra mostri mi guardo Gamera vs Godzilla... ma davvero c'era bisogno che Englund si lasciasse scassare la faccia da una vecchia fino a farsi uccidere???). Ma, parliamoci chiaro, il pessimo utilizzo di un'icona horror non è proprio l'unico o il più grande difetto di The Midnight Man, l'ennesimo film sui boogeymen fatto con lo stampino e prevedibile dall'inizio alla fine, né bello né brutto ma solo terribilmente banale. Io credo che ormai quando uno sceneggiatore sceglie di cimentarsi in questo genere di pellicola lo faccia tenendo presente uno schema che si passano l'uno con l'altro, a mo' di documento segreto: non si spiega altrimenti perché mai TUTTI i film recenti aventi per protagonista uno spettro malvagio mostrino un'ora e dieci di decisioni scellerate dei protagonisti, "stuzzicati" da ombre che si muovono a bordo schermo, per poi concludersi con venti rapidi minuti in cui succede la qualunque, come se il mostro si fosse stufato di metter paura alle sue vittime e avesse deciso di ucciderle tutte per punire la loro fondamentale demenza.


E questo film, signori miei, è un po' la fiera del demente, eh. O, meglio, è la fiera dell'incertezza. Abbiamo infatti un gioco portato avanti da tre fanciulli (al quale una di loro, per inciso, non potrebbe nemmeno partecipare poiché non ha seguito alla lettera tutte le regole di "ingaggio") e lasciato in eredità dalla nonna della protagonista, all'interno del quale il Midnight Man del titolo dovrebbe uccidere chi non segue le regole alla lettera; in realtà, l'Uomo di Mezzanotte non ha ben chiaro in mente cosa fare perché nei flashback passati lo si vede ammazzare bambini senza troppe menate, mentre nel presente PRIMA tortura le vittime mettendole di fronte alle loro peggiori paure, POI li uccide, ma con calma. Della serie, se ne ho voglia bene, altrimenti vedete voi. In tutto questo, non c'è NESSUNO tra i compaesani dei protagonisti che abbia avuto l'idea di impedire l'accesso a una villa dove dovrebbero essere morti una decina di bambini e altre persone, perché la panzana che è stata propinata a laggente nel corso del tempo per giustificare tutti i delitti pare fosse "Eh, è una famiglia distrutta per colpa del DOLORE". Ah. Capisco il personaggio di Lin Shaye, i cui altarini vengono rivelati poco a poco, ma capire perché SPOILER il Dr. Harding abbia deciso di non emigrare in Antartide dopo aver subito il trauma infantile peggiore della sua vita FINE SPOILER me fallit, sono sincera. A fronte di una storia banale, una regia non particolarmente esaltante, effetti speciali nella norma e attori dimenticabili si salvano solo le belle scenografie, con un manichino più inquietante dello stesso Midnight Man e una parete di orologi molto artistica, oltre al cosiddetto  "momento coniglio", unico guizzo visionario e leggermente weird dell'ennesimo horror usa e getta destinato ad affogare nel mare delle infinite produzioni di genere che arrivano periodicamente dagli USA. Con buona pace, neanche a dirlo, dei fan di Englund e della Shaye.


Di Lin Shaye, che interpreta Anna Luster, e Robert Englund, ovvero il Dr. Harding, ho già parlato ai rispettivi link.

Travis Zariwny è il regista e co-sceneggiatore del film. Probabilmente americano, conosciuto principalmente come production designer, ha diretto film come il remake di Cabin Fever ed è anche attore e produttore.


L'edizione Midnight Factory conta come extra il libretto curato dalla redazione di Nocturno Cinema e il backstage del film. Detto questo, se The Midnight Man vi fosse piaciuto forse saranno di vostro gradimento anche Slumber - Il demone del sonno e The Bye Bye Man, sempre editi dalla Midnight Factory. ENJOY!


giovedì 17 maggio 2018

(Gio)WE, Bolla! del 17/5/2018

Buon giovedì a tutti! Siccome questa settimana le uscite interessanti erano solo due, si sono adeguati anche a Savona senza troppe difficoltà. Vediamo un po' cosa si può andare a vedere al cinema dunque... ENJOY!

Deadpool 2
Reazione a caldo: YAY!
Bolla, rifletti!: Chi lo ha già visto e ne è entusiasta, chi invece raffredda gli animi, però come posso io perdermi la seconda sortita cinematografica del Mercenario Chiacchierone? E poi ci sono Domino e Cable, quindi l'hype è a millemila!

Dogman
Reazione a caldo: Hm.
Bolla, rifletti!: Vorrei tanto andarlo a vedere ma temo che l'ultimo film di Garrone sia tosto da morire, una di quelle opere che ti fanno uscire dal cinema "sporca". Intanto vediamo se trovo qualcuno disposto ad accompagnarmi, che il Bolluomo mi pare davvero poco convinto...

Il cinema d'élite si "sposta" a Parigi!

Parigi a piedi nudi
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Storia di una canadese che non ha mai visto Parigi, né il resto del mondo se per questo. Boh, lì per lì mi ispira poco, sinceramente, quindi lo lascio a spettatori più illuminati e in vena di "sperimentare".

Il Bollodromo #50: Lupin III - Parte 5 - Episodio 7


Dopo il filler della settimana scorsa, Lupin III- Parte 5 torna a seguire il filone della storia principale... o forse no? Vediamo cos'è successo nel settimo episodio, その名はアルベール (Sono na ha Arubeeru - Il suo nome è Albert).


All'inizio della puntata, una didascalia conferma l'inizio della seconda parte della stagione. Via Ami, dunque, via il sito Marco Polo e via tutta la sottotrama legata ad hacker e deep web. Si comincia con un misterioso funerale, al quale partecipa il tizio occhialuto che campeggia da marzo nei materiali promozionali dedicati alla serie, dopodiché Lupin incontra un vecchio amico, un abilissimo falsario di nome Gaston. I due si sono visti l'ultima volta "quando Lupin portava ancora la giacca verde" e non si sentono da 10 o 20 anni, inoltre pare che Gaston avesse aiutato il protagonista agli inizi della sua carriera, quindi se tanto mi da tanto Lupin e soci hanno 50/60 anni portati benissimo, complimenti (soprattutto a Fujiko, alla quale Karen Walker fa un baffo!)! Ma a parte questi sproloqui temporali, Gaston chiede a Lupin di rubare una cosetta dal caveau di tale Mr. B, un vecchio suCCido che il nostro riesce ad ingannare travestendosi da Fujiko a rischio di venire incaprettato; assieme al fido Jigen, il ladro gentiluomo recupera così un quadrettino realizzato dal nipote di Gaston sul quale quest'ultimo ha apposto una falsa firma di Picasso, spacciandolo così come opera del famoso artista. I due restano un po' perplessi dalla richiesta di Gaston e dal fatto che quest'ultimo avesse fatto in modo che Mr. B (noto per avere un caveau "buco nero", dove le opere d'arte vengono riposte e dimenticate per non uscire mai più) lo acquistasse e i dubbi su cosa si celi realmente dietro l'operazione aumentano quando persino la DGSE (l'agenzia di spionaggio ufficiale francese, realmente esistente) comincia a perseguitare i nostri per ottenere il quadro incriminato.


Dopo una serie di inseguimenti, depistaggi e contrattazioni, Lupin e Jigen fanno fessa la DGSE e si siedono a un tavolo appartato credo dentro al Moulin Rouge (c'è un donnino che si spoglia sul palco, vecchi poVci!) per esaminare meglio il quadro rubato, scoprendo così che all'interno si cela nientemeno che Le Carnet Noir. Oddio, il Death Note? No, meglio: l'elenco di tutte le malefatte compiute o coperte nel corso del tempo dalla polizia francese! Lupin a questo punto si chiede giustamente due cose: in primis, perché l'amico Gaston fosse in possesso di un documento tanto compromettente e, seconda cosa, perché diamine decidere di tirarlo fuori dal caveau? Un'altra bella domanda sarebbe a che pro regalargli la BIBBIA di Napoleone Bonaparte (dopo il diario e le carte, adesso anche la Bibbia!!) e chiedergli di leggerne un passo nell'eventuale giorno della sua dipartita? Tutte queste domande apparentemente senza risposta portano Jigen e Lupin a lasciare Parigi e recarsi nel paese dove abita Gaston... solo per scoprire che quest'ultimo è morto da un mese! Ah. Oh, diamine. Ehm. Davanti alla tomba dell'uomo, Lupin tira fuori la Bibbia di Napoleone... e sul dorso delle pagine spunta fuori un nome: AlbeLt. Che sarebbe Albert, ma vai a dirlo ai giapponotti e all'atavica confusione di suoni. Lupin è MOLTO irritato dalla scoperta, Jigen è all'oscuro di tutto come al solito (povero pistolero! Però in questa puntata abbiamo imparato che legge tranquillamente in francese, bravo!), io sono solo curiosa: chi è Albel... ehm... Albert? Perché ha organizzato tutto ciò? Che rapporto ha con Lupin? Ma soprattuttamente: evviva, finalmente un personaggio apparentemente gaYo che non è conciato come RuPaul e non si comporta da checca isterica!! Aspettando di vedere come e se Goemon, Fujiko e Zenigata avranno un ruolo anche in questa seconda parte... vi do appuntamento alla settimana prossima! ENJOY!


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 5:

Episodio 1
Episodio 2
Episodio 3
Episodio 4
Episodio 5

mercoledì 16 maggio 2018

Bright (2017)

Prima di Natale Netflix ha fatto uscire Bright, diretto nel 2017 dal regista David Ayer e, forse aiutata da un istinto atavico, ci ho messo un po' a recuperarlo...


Trama: in una Los Angeles dove gli umani convivono con orchi, elfi, fate e altre creature, i poliziotti Daryl e Nick, rispettivamente umano e orco, devono cercare di proteggere un'elfa detentrice di bacchetta magica senza venire uccisi dai diversi gruppi che le danno la caccia.



Buoni propositi 2018: cercare di fare pace con Mark Duplass (anche se non guarderò MAI Creep 2, mai nella vita, never ever) ed evitare qualsiasi pellicola che abbia Joel Edgerton tra gli attori principali. Non nomino Will Smith perché l'ex principe di Bel Air ha smesso di piacermi negli anni '90 e ogni sua apparizione mi provoca da decenni un tedio inenarrabile, la stessa cosa che succede in presenza di Joel Edgerton. Sono andata a rileggere i post relativi a tutti i film interpretati dall'attore e non c'è una sola recensione in cui mi sia ritrovata ad apprezzarlo, piuttosto davanti alla sua faccia la palpebra comincia a calarmi. Qui hanno cercato di darmela a bere seppellendolo sotto un trucco da Uruk-hai ma non stiamo a prenderci in giro: Joel Edgerton fa dormire sempre e comunque, con buona pace dei millemila fan dell'attore, orco o umano che sia. Date le premesse, ovvero la micidiale combo Smith/Edgerton, obiettivamente, come diamine avrebbe fatto a piacermi un film come Bright? Le persone si lamentano dell'umorismo presente nei film Marvel o in Star Wars ma io qui ammetto pubblicamente che preferirei diecimila Thor: Ragnarok e mille telefonate scherzo al roscio di Star Wars piuttosto che sopportare Will Smith che dice "non siamo in una profezia, siamo in una Toyota" mentre tutto intorno a lui è triste, cupo e violento peggio che in un Batman di Nolan venuto male. Povero Ayer. Prima è stato costretto a mettere mano a Suicide Squad, adesso si è preso in carico il compito di "nobilitare" e rendere seria una belinata da nerd senza fantasia come questo Bright e il risultato è il solito pasticciaccio brutto di un film né carne né pesce, poco divertente, non abbastanza violento e soprattutto affatto interessante. Per dire che il commento finale congiunto mio e del Bolluomo è stato: "Hanno sbagliato. O realizzavano una supercazzola totale piena di battute e personaggi scemi oppure spingevano il pedale sul cattivo gusto gore e buona camicia a tutti". Invece vogliamo fare gli Autori quando abbiamo in mano una robetta di sceneggiatura appena abbozzata, non giustificabile col fatto di voler realizzare una trilogia o, come invocano tutti on line, una serie TV.


L'alchimia tra Smith e Edgerton, umano e orco il cui rapporto è la copia blanda di quello già visto in mille altri buddy cop movies, non scatta mai nemmeno per sbaglio. Smith interpreta sempre il solito duro che vorrebbe ma non può, che millanta bastardaggine ma non farebbe male nemmeno ad una mosca perché "Ah, la famiglia, ah i figli" (moglie e figlia compaiono sì e no cinque minuti in tutto il film, per inciso) mentre Edgerton è l'ennesimo paria, orco tanto buonino come Lupo de Lupis che per questo viene odiato dagli altri orchi in quanto "traditore" e dagli umani leghist... ehm, poliziotti corrotti in quanto immigrat...ehm, orco. Il fulcro del rapporto tra i due è il solito odio malriposto da parte del polo apparentemente più avvantaggiato (SPOILER: Will Smith) verso il suo compare che è semplicemente un po' scemino, ingenuo ma fondamentalmente buono e il risultato finale di tutte le avventure è tanto scontato quanto loffio, soprattutto quando a fare da background c'è un universo fantasy abbozzato in modo talmente banale che forse persino un quattordicenne avrebbe fatto di meglio. Gli orchi sono dei cattivoni gangsta, gli elfi dei fighetti ricchissimi, i latinos rimangono tali e gli altri umani non latinos sono impegnati a scacciare le fatine dai prati; ogni tanto spunta un bright, ovvero gente capace di usare le bacchette magiche, e alcuni elfi non sono felici dei loro privilegi e vorrebbero far tornare in vita il Signore Oscuro (Voldemort, Sauron, Berlusconi, nominatene uno a caso...) proprio grazie alle suddette bacchette. Punto. La povera Lucy Fry, costretta a fare la portatrice di bacchetta muta o gemente per un buon 90% del tempo (SPOILER: di Milla Jovovich ne Il quinto elemento ce n'è una, signori, mi spiace), non ha un centesimo della verve che la caratterizzava in Wolf Creek - La serie e i poveri spettatori già scoglionati dopo mezz'ora di 'sta tiritera imbarazzante, come me, non aspettano altro che vedere la sempre cazzutissima Noomi Rapace pigliare a calci nel sedere lei e i suoi due protettori, possibilmente in un profluvio di sangue & viscere oltre che morte & distruzione. Bon, sinceramente non ho più voglia di spendere tempo per parlare di 'sta cretinata. Personalmente non mi sono divertita guardandola quindi non la consiglio, se invece pensate che il genere possa piacervi dategli un'occhiata ma poi non dite che non vi avevo avvertiti. A 'sti punti, Rapace per Rapace e Netflix per Netflix consiglierei piuttosto la visione del pregevolissimo Seven Sisters, ad Ayers invece suggerisco di smettere di lavorare a scopo alimentare e prendersi un paio d'anni sabbatici a riflettere.


Del regista David Ayer ho già parlato QUI. Will Smith (Daryl Ward), Joel Edgerton (Nick Jacoby), Noomi Rapace (Leilah), Edgar Ramirez (Kandomere), Lucy Fry (Tikka) e Jay Hernandez (Rodriguez) li trovate invece ai rispettivi link.

Kenneth Choi interpreta Yamahara. Americano, ha partecipato a film come Captain America - Il primo vendicatore, The Wolf of Wall Street, Suicide Squad, Spider-Man: Homecoming e serie quali Più forte ragazzi, Roswell, La vita secondo Jim, Dr. House, CSI, 24, Heroes, Agents of S.H.I.E.L.D. e American Crime Story. Ha 47 anni e quattro film in uscita.


Pochi giorni fa Netflix ha annunciato ufficialmente il seguito di Bright, sempre con David Ayer alla regia e Will Smith e Joel Edgerton come protagonisti: buon per loro ma non starò a trattenere il fiato! Nel frattempo, se Bright vi fosse piaciuto, recuperate End of Watch - Tolleranza zero (al quale Max Landis si è ispirato per la sceneggiatura). ENJOY!

martedì 15 maggio 2018

Loro 2 (2018)

Sabato sera si è concluso anche il viaggio nella mente (?) di Berlusconi con Loro 2, diretto e co-sceneggiato da Paolo Sorrentino nonché, ovviamente, seguito di Loro 1.


Trama: nella sua villa in Sardegna, Berlusconi si ritrova a dover orchestrare il  ritorno in politica e a salvare un matrimonio ormai allo sfascio...



"Lei ha l'alito di mio nonno. Non è né profumato, né maleodorante, è solo... l'alito di un vecchio". Stralcio di dialogo ripreso da Loro 2, utilissimo per riassumere il mio pensiero alla fine della visione, con tutte le modifiche del caso. Per me, l'ultimo film di Sorrentino non è né profumato come vorrebbe dare a intendere la cVitica illuminata, né maleodorante come ritengono i feroci detrattori del grande regista italiano. Piuttosto, sta lì, stuck in the middle. Ha l'"alito di Sorrentino", il che è esattamente quello che mi sarei aspettata guardando il film, ovvero un'opera fatta di immagini bellissime e pochissima sostanza, resa ancora più inconsistente dalla natura vuota e fondamentalmente inutile della persona presa ad oggetto della disamina, specchio di un'Italietta triste che va matta per i "venditori di fumo e merda" (cit. aulica & forbita), come dimostra la nascita della Grande Alleanza governativa attuale. E in quanto specchio di un'Italietta triste, è un film facilmente prevedibile, dall'inizio alla fine, soprattutto da chi in quest'Italietta ci vive da quasi quarant'anni ed è cresciuta con la divertente, inquietante Maschera del Cavaliere, novello Pulcinella cantore e barzellettaro col piglio mefistofelico di chi conosce tutto e tutti, di chi non può essere psicanalizzato ma psicanalizza, un po' imprenditore di sé stesso e del Paese, un po' eterno Peter Pan costantemente alla ricerca di "vita" e proiettato verso il futuro, un po' salvatore della Patria in quanto unico depositario del Dio denaro. Veramente, un ritratto così di Berlusconi avrei potuto scriverlo io, parentesi tragica e lirica sul terremoto dell'Aquila compresa, in un gioco di contrasti talmente elementare da sembrare quasi confezionato da Panfilo Maria Lippi "per venire in contro alle nostre capacità mentali". Certo, come avevo preventivato, Sorrentino in questa seconda parte ci consegna un Silvio triste, fiaccato dalla vecchiaia, ripetitivo appunto come gli anziani ("Poi accendiamo il Vulcano, eh?"), protagonista di una parentesi di Storia tra le più imbarazzanti del nostro Paese... ma, ribadisco, l'avevo preventivato e Loro 2 scorre dall'inizio alla fine liscio come la potato di Euridice Axen, ripresa nell'inquadratura più raffinata dell'intera pellicola mentre si depila il montarozzo cespuglioso con un rasoio usa e getta a bordo piscina, ennesima metafora cheap dello squallore celato da glamour, balletti e festini.


So che da quello che ho scritto finora non si direbbe ma Loro 2 mi è piaciuto molto più di Loro 1 e per un semplicissimo motivo: al di là della ricercatezza formale di Sorrentino, sono rimasta a bocca letteralmente spalancata davanti alla prova attoriale di Servillo e (unica cosa davvero inaspettata) di Elena Sofia Ricci. Il quasi monologo di Berlusconi al telefono, fatto di logorroiche promesse di vita migliore e silenzi da brividi, conditi da sorrisi malvagi, è l'apoteosi della bellezza e mette un nervoso inaudito, al punto che se avessi mai dato una volta nella vita il voto a Silvio starei infilando le mani nello sterco per prendermi meglio a schiaffi, mettendomi nei panni della povera signora bibina e gabbata da colui che "conosce il copione della vita" e conseguentemente ti rigira come vuole. La seconda scena da applausi è invece l'incalzante dialogo tra Servillo e la Ricci, un pre-finale in cui i due attori duettano con una tristezza e una cattiveria incredibili rinfacciandosi a vicenda tutto ciò che, obiettivamente, il pubblico rinfaccerebbe ai veri Berlusconi e Veronica Lario ma senza dare il fianco alla faciloneria, lasciando all'interno del loro rapporto una frattura fatta di incomprensione, mistero e angoscia che è la parte più bella e, ahimé, meno sfruttata dell'intero film. E' un peccato che Sorrentino abbia puntato maggiormente sul vuoto e sul trash, lasciando solo affiorare, di tanto in tanto, elementi rabbiosi e realmente tristi oppure perturbanti come il meraviglioso "tuttofare" Carlo, è un peccato che Loro 2 si concluda con delle immagini bellissime e con un silenzio che avrei gradito l'avesse fatta da padrone nel corso di entrambe le pellicole invece di sfruttare musica, immagini, passera, trailer trash che nemmeno Maccio Capatonda o René Ferretti e vuote chiacchiere per stordire lo spettatore. Peccato davvero, perché nell'insieme il dittico di Loro è sicuramente un'opera particolare e meritevole dal punto di vista artistico, ma rischia di non lasciare traccia nella memoria dello spettatore, effimero com'è nei contenuti. Un po' come Silvio, a cui per farsi ricordare serve un'esposizione mediatica costante e un periodico ritorno, nemmeno fosse uno di quei boogeyman dei film slasher, cosa che purtroppo al film di Sorrentino non credo verrà concessa a meno che non arrivino un Loro 3, Loro 4 o Loro 5. Posso quindi solo augurare a Loro la stessa memoria "selettiva" che gli italiani mostrano di avere quando si parla del Berlusca, così da assicurare alla pellicola gloria imperitura ed immeritata nonostante i moltissimi errori.


Del regista e co-sceneggiatore Paolo Sorrentino ho già parlato QUIToni Servillo (Silvio Berlusconi), Elena Sofia Ricci (Veronica Lario), Riccardo Scamarcio (Sergio Morra), Kasia Smutniak (Kira), Fabrizio Bentivoglio (Santino Recchia), Anna Bonaiuto (Cupa Caiafa), Giovanni Esposito (Mariano Apicella) e Ricky Memphis (Riccardo Pasta), li trovate invece ai rispettivi link.


Oltre a Ugo Pagliai, che torna nel ruolo di Mike Bongiorno, in Loro 2 compare anche Max Tortora nei panni del produttore Martino. Come sempre, se Loro 2 vi fosse piaciuto, oltre a recuperare Loro 1 consiglio anche Il divo, La grande bellezza e The Wolf of Wall Street. ENJOY!


domenica 13 maggio 2018

Killing Ground (2016)

Sempre grazie ai suggerimenti di Lucia giunti sotto le feste di Natale, ho recuperato anche Killing Ground, diretto e sceneggiato nel 2016 dal regista Damien Power.


Trama: Una coppia va in campeggio in un'impervia zona australiana e si ritrova a fare i conti con due cacciatori locali stufi delle solite prede a quattro zampe.



Ah, l'Australia. Terra sconfinata di bush, misteriose leggende, canguri saltellanti, zone in cui non prende il cellulare manco a morire, dove nessuno può sentirti urlare e dove il maniaco di turno non si fa scrupoli a volgere a proprio vantaggio tutte le scomodità che devono affrontare i turisti, l'isolamento in primis. Dopo Wolf Creek, Dying Breed e altri esponenti dell'ozploitation è arrivato anche Killing Ground, di base assai simile ai suoi sanguinosi cugini ma diverso per un paio di scelte a livello di montaggio e approfondimento psicologico dei due protagonisti. Anche qui c'è la coppia di turisti che si ritrova a dover affrontare un paio di bushman pronti a sfogarsi contro i "benestanti" stranieri che decidono di portare le loro arroganti chiappe in terra australiana, tuttavia questo non è l'unico filo da cui si dipana la trama; il montaggio alterna senza soluzione di continuità le vicende di Ian e Sam (coppia numero uno) a quelle di un'altra famiglia composta da genitori, figlia adolescente e bimbetto che ha appena iniziato a camminare, affiancando due diversi piani temporali che arrivano ad unirsi in maniera deflagrante più o meno a metà pellicola. La "solita" storia dei turisti trasformati in prede viene messa in scena in maniera glaciale e distaccata, senza l'ironia e il gusto per lo splatter spettacolare che era appannaggio della serie Wolf Creek e quindi ancora più pesante da digerire per lo spettatore, costretto ad assistere ad omicidi compiuti con un atteggiamento di menefreghismo assoluto, in piena luce, oppure ad immaginare agghiaccianti efferatezze che colpiscono il cervello sia con un campo lungo di potenza devastante sia con un semplice, allucinante suono capace di rivoltare lo stomaco a chiunque abbia un briciolo di sensibilità in corpo. Il resto del film mette in scena scelte già viste, tuttavia si fa ricordare per un'altra particolarità.


Sin dall'inizio Killing Ground ricorda un po' il devastante Eden Lake, soprattutto per quel che riguarda il rapporto tra i due protagonisti, dolce coppietta in procinto di sposarsi e ovviamente innamoratissima. Anche qui, verso il finale, è la donna a tirare fuori le palle e manifestare una durezza di carattere, un coraggio e uno sprezzo del pericolo tali da poter condurre ad una risoluzione catartica; a differenza di Eden Lake e di tanti suoi emuli, tuttavia, l'uomo della coppia si dimostra terribilmente umano e ben lontano dai modelli di maschio alfa che si lanciano a testa bassa in difesa della bella in pericolo. Nel corso del film Ian prenderà delle scelte discutibili che tuttavia, per la prima volta in vita mia, mi hanno portata ad empatizzare con il protagonista di un film horror riconoscendole come qualcosa che chiunque (me compresa) potrebbe fare presa dal terrore e da un banalissimo calcolo delle probabilità: ha più senso che io, dottore mezzo pippa e disarmato, attacchi una bestia armata di fucile rimediando un colpo in testa se va bene oppure la "gioia" di vedere la mia amata violentata e sventrata non necessariamente in quest'ordine prima di crepare, oppure che cerchi di rubare la macchina al bruto diversamente impegnato, tentando di raggiungere il più vicino posto di polizia? Comunque vada, io ve lo dico, il risultato sarà comunque un nulla di fatto ma finalmente mi è capitato di assistere ad una reazione verosimile all'interno di un horror e ciò ha fatto sì che venissi ancor più coinvolta dalla terribile vicenda narrata. Quindi, se vi piacciono gli ozploitation, consiglierei di recuperare anche Killing Ground... chissà che non vi serva per sopravvivere (o almeno provarci...) nel corso di un eventuale viaggio in Australia!

Damien Power è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo e finora unico lungometraggio. Australiano, è anche attore.


Stephen Hunter, che interpreta Chris Armstrong, ha partecipato alla trilogia de Lo Hobbit nei panni di Bombur ed è stato la stupenda meteora Ritchie nei primi episodi della seconda stagione di Wolf Creek mentre Ian Meadows, che interpreta Ian, era nel cast di Scare Campaign. Detto questo, se Killing Ground vi fosse piaciuto potete recuperare i già citati Wolf Creek, Wolf Creek 2, Dying Breed, Eden Lake e magari aggiungere anche L'ultima casa a sinistra. ENJOY!


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