venerdì 20 ottobre 2017

L'uomo di neve (2017)

Pur non avendo mai letto nulla di Jo Nesbø, il potere di Fassbender mi ha portata in sala per vedere L'uomo di neve (The Snowman), diretto dal regista Tomas Alfredson e tratto appunto dal romanzo omonimo dello scrittore norvegese. NO SPOILER, tranquilli.


Trama: Harry Hole, investigatore alcoolizzato, viene sfidato da un serial killer che firma i suoi delitti lasciando sulla scena del crimine un pupazzo di neve.


Come ho specificato all'inizio, di Jo Nesbø e del suo personaggio Harry Hole non so assolutamente nulla, quindi ho affrontato L'uomo di neve con lieta ignoranza, spinta da un trailer accattivante e sottilmente horror oltre che dalla presenza del bel Fassbender (che, per inciso, a un certo punto viene mostrato gratuitamente a torso nudo. Punto per lui!). Il nome Tomas Alfredson mi ha un po' spaventata, sono sincera. Dopo lo splendido Lasciami entrare il regista mi aveva annichilita con La talpa, formalmente ineccepibile e sontuoso ma anche una discreta mattonata sulle palle, siamo sinceri, e non so perché temevo che L'uomo di neve potesse seguire sentieri talpiani e tramortirmi sulla poltrona del cinema. Come sempre, la verità sta nel mezzo, almeno per quel che mi riguarda. L'uomo di neve non è un thriller dinamico zeppo di scene d'azione, non è neppure una pellicola dalla narrazione lineare o benedetta/maledetta da un bello spiegone prima della risoluzione finale, né un giallo dalla logica a prova di bomba; è, piuttosto, un film che si prende i suoi tempi e chiede allo spettatore molta attenzione, una certa sensibilità e, soprattutto, la disponibilità a seguire un percorso investigativo quasi "sottotono", privo di rivelazioni eclatanti o superdetective, zeppo di dettagli talvolta fuorvianti ma spesso importantissimi e, soprattutto, una vicenda che interseca un passato e un presente non separati da una linea netta e facilmente comprensibile. Il protagonista, Harry Hole, è sì dotato di un curriculum prestigioso ma è anche disilluso e piagato da un passato al quale si accenna appena, giusto in modo da fornirgli un minimo di profondità, e i suoi metodi investigativi non sono quelli geniali di uno Sherlock Holmes, quanto piuttosto quelli di un uomo taciturno ed introverso, che predilige l'osservazione e il silenzio allo sfoggio di intelligenza in grado di scioccare l'audience. La sua Watson, d'altra parte, è ancora più ambigua di lui benché molto più irruenta e la sua presenza punta a "sdoppiare" la trama, ramificando la rete di sospetti ed accuse così da impegnare lo spettatore nel più classico dei "whodunnit" mentre ci si domanda quanto marcio ci possa essere in Danim... Norvegia. Il pubblico paziente viene ripagato non solo da una storia cupa ed angosciante ma anche da un killer particolarmente efferato ed insidioso, silenzioso come i fiocchi di neve che cadono ogni volta in cui decide di agire e uccidere una donna "colpevole", e sapete bene quanto me che il rosso del sangue sul bianco della neve ci sta sempre molto bene.


La vena horror percepita nel trailer viene sviluppata anche nel film. Di nuovo, non si tratta di un'atmosfera horror scioccante, bensì qualcosa di sottile e capace di mettere brividi di inquietudine. Spesso, guardando L'uomo di neve, ho pensato che Dario Argento ci sarebbe andato a nozze (anche perché il povero Val Kilmer sembra Adrien Brody in Giallo. Il problema è che Brody era truccato, Kilmer è così al naturale, giusto Cielo...) ma l'approccio del regista italiano e quello di Alfredson non avrebbero potuto essere più diversi; le bufere di neve, l'oscurità e soprattutto l'abbondanza di vetrate e finestre prive di imposte, così che chiunque possa vedere cosa accade all'interno delle case svedesi, sono elementi che uniti provocano un tremendo senso di vulnerabilità, fanno sentire nudi davanti all'occhio nascosto del killer e dei suoi macabri pupazzetti di neve, eppure Alfredson gioca di sottrazione piuttosto che far saltare le coronarie agli astanti con qualche morte grandguignolesca preceduta da vetri spaccati o labirintiche fughe nell'oscurità. Prendiamo il killer, per esempio: figura oscura e mai mostrata non dico in viso ma quasi nemmeno a figura intera, "l'uomo di neve" uccide fuori campo ma allo spettatore vengono mostrati comunque i risultati delle sue azioni e se le fucilate in pieno volto appaiono finte come i soldi del Monopoli, così non è per gli arti che vengono recisi e dati in pasto ai pennuti, che qui abbondano più che in altri film. E poi, quei meravigliosi paesaggi innevati, santo Cielo, cosa non sono. Quelle grandiose panoramiche ad abbracciare ponti sospesi nel vuoto, montagne, sterminate distese di neve, laghi ghiacciati, paesini arroccati, il tutto splendidamente fotografato, instillano nel cuore dello spettatore mediterraneo un senso di straniamento, un'istintiva ritrosia (al cinema eravamo dieci persone: una si è infilata il maglione, altri due la giacca, due dietro di me hanno cominciato a starnutire come ascari e io, arrivata a casa, mi sono infilata sotto il plaid) e una desolazione infinita, al punto che questi personaggi costretti a vivere in zone simili appaiono, erroneamente, freddi come il paesaggio che li circonda. Il killer, con tutte le sue discutibili motivazioni, sembra quasi voler scuotere le coscienze addormentate dal gelo, i sentimenti trattenuti, lo sguardo triste di un Fassbender perfetto, persino il glamour raffinato e quasi regale di persone che sotto l'eleganza della neve fanno cose turpi, nascondendo segreti e perversioni. Il problema de L'uomo di neve, che leggo stroncato da più parti, forse è proprio quello di essere troppo "trattenuto" per il pubblico medio mentre invece Alfredson si riconferma maestro nel trasformare l'ovattato terrore nascosto nella neve in qualcosa che colpisce e fa sanguinare. E ora scusate ma dopo tutto questo parlare di gelo ho proprio bisogno di una cioccolata calda!


Del regista Tomas Alfredson ho già parlato QUI. Michael Fassbender (Harry Hole), Rebecca Ferguson (Katrine Bratt), Chloë Sevigny (Sylvia Ottersen e Anne Pedersen), Charlotte Gainsbourg(Rakel), J. K. Simmons (Arve Støp), James D'Arcy (Filip Becker), Toby Jones (Investigatore Svensson) e David Dencik (Idar Vetlesen) li trovate invece ai rispettivi link.

Val Kilmer interpreta Gert Rafto. Americano, lo ricordo per film come Top gun, Willow, The Doors, Una vita al massimo, Batman Forever, Heat - La sfida, L'isola perduta, Spiriti nelle tenebre e Déjà vu - Corsa contro il tempo, inoltre ha partecipato a serie quali Numb3rs e lavorato come doppiatore per Il principe d'Egitto e serie come Robot Chicken. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 58 anni e un film in uscita.



L'uomo di neve avrebbe dovuto originariamente venir diretto da Martin Scorsese ma il regista alla fine è rimasto solo come produttore. Detto questo, se L'uomo di neve vi fosse piaciuto recuperate magari Seven. ENJOY!



giovedì 19 ottobre 2017

(Gio) WE, Bolla! del 19/10/2017

Buon giovedì a tutti!! Oggi è il giorno in cui esce IT in tutta Italia, finalmente. Non dovrebbero, di regola, esistere altri film perché la pellicola di Muschietti è splendida e dovete andarla a vedere tutti. Ma se non amate l'horror potreste volere dell'altro, quindi guardiamo un po' cosa c'è... ENJOY!

It
Reazione a caldo: Lo splendore!
Bolla, rifletti!: Tutto quello che penso del film, senza spoiler, lo trovate QUA. Se l'avete visto (o quando lo vedrete) passate a lasciare un commento sotto il post, non mi stancherei mai di parlare di It!!

Brutti e cattivi
Reazione a caldo: Ahò, pare Frodo!
Bolla, rifletti!: Sono settimane che vedo il trailer e, non so, il nano travestito da Freddy Krueger mi fa ridere. Non sarà di sicuro il nuovo Lo chiamavano Jeeg Robot ma bravo Santamaria che si sta riciclando in questi assurdi ruoli da coatto cartoonesco.

Vita da giungla: alla riscossa!
Reazione a caldo: Ma che è?
Bolla, rifletti!: Ma smettetela, che è sta schifezza franzosa tratta dall'ennesima serie TV che guardano i bimbi d'oggi, notoriamente privi di gusto estetico e figli di genitori privi di polso? Ai miei tempi papà mi imponeva il telegiornale, altro che balle!

La battaglia dei sessi
Reazione a caldo: Hm, sembra carino!
Bolla, rifletti!: Ultimamente sto rivalutando Steve Carell e, visti i tempi che corrono, un film sul confronto tra uomini e donne potrebbe portare seriamente a riflettere qualcuno dei troppi trogloditi ancora presenti sul pianeta Terra. Magari la settimana prossima...

Al cinema d'élite hanno evidentemente rinunciato a Madre!...

Una donna fantastica
Reazione a caldo: Anche questo non sembra male però...
Bolla, rifletti!: Prodotto da Pablo Larraín, il film parrebbe la storia di sogni infranti e segrete speranze legate ad un amore particolare, con ovvi riferimenti ad un Paese per certi aspetti difficile come il Cile. Segno come possibile recupero!

mercoledì 18 ottobre 2017

It (2017)

Domani uscirà l'attesissimo It diretto da Andy Muschietti. Ne parlo oggi, in quanto ho avuto l'onore di vederlo un mese fa a Praga, con un post rigorosamente SPOILER FREE. Se non vi fidate e quindi non volete leggere quanto segue sappiate almeno questo: It è un film splendido, che merita di essere visto sul grande schermo, pena la persecuzione eterna di Pennywise.


Trama: nella cittadina di Derry i bambini scompaiono o vengono ritrovati morti in circostanze misteriose. Un gruppo di ragazzini, uno dei quali ha perso il fratellino l'anno prima, scoprono che il responsabile è un mostro terrificante, capace di assumere le sembianze dei loro peggiori incubi...


Chi mi conosce sa che davanti a It non riesco ad essere obiettiva. Con tutti i suoi difetti, è il romanzo di Stephen King che ho amato di più, che rileggo da anni con piacere, che avrei sempre voluto vedere portato su grande schermo da un regista valido e da sceneggiatori capaci di non affondare dentro le mille e fischia pagine del libro, così da estrapolare ciò che di esso conta davvero. Nella fattispecie, al di là della figura di Pennywise sulla quale poi tornerò, il cuore di It (o meglio, di quelle parti del romanzo ambientate negli anni '50, condensate per comodità in una pellicola unica come già fatto da Tommy Lee Wallace nella miniserie del 1990) è il percorso di un gruppo di bambini costretti ad affrontare le tragedie della vita, le prese in giro dei loro coetanei, il mondo degli adulti, l'incombere della pubertà e, non ultima, tutta una serie di piccoli problemi magari sciocchi per i loro genitori e gli insegnanti ma assolutamente importanti ed insormontabili per questi ragazzini; personalmente, leggendo It ho sempre apprezzato di più i momenti in cui Beverly, Ben, Bill e gli altri si ritrovavano ad aver a che fare con tutti i problemi legati ai loro difetti fisici o le dinamiche familiari, alcune incredibilmente complesse, oppure quelli in cui la loro amicizia si rinsaldava in maniera "naturale", senza l'intervento di una Tartaruga o chissà quale altra forza magica, tra litigi infantili, primi amori o il desiderio di fare comunella per non soccombere ad un Henry Bowers sempre più imprevedibile e pericoloso. L'It di Muschietti mi ha dato tutto questo, ha messo il cuore davanti ad ogni cosa, persino davanti ai jump scare (che ci sono, tranquilli), ed è riuscito rendere reali ed indimenticabili almeno cinque personaggi su sette, ai quali aggiungo anche Henry Bowers, grazie all'aria stupidamente fragile di Nicholas Hamilton, un moccioso che vorrebbe fare il bulletto ma è destinato a finire vittima di problemi mentali più grandi di lui. Vedere il Club dei Perdenti prendere vita sullo schermo, a volte tratteggiato grazie a piccoli dettagli che solo chi ha letto il libro potrà apprezzare appieno (il modo in cui i ragazzi sistemano le biciclette, per esempio), altre grazie a dialoghi serrati e divertenti ma anche incredibilmente commoventi e rivelatori, mi ha riempito il cuore di gioia e gli occhi di lacrime, al punto che sul finale avrei voluto che la storia continuasse per vedere come sarebbero cresciuti QUESTI Perdenti, ben distanti dai bambocci monoespressivi della tanto celebrata serie degli anni '90, nonostante Stan e soprattutto Mike rimangano purtroppo un po' sullo sfondo. All'incredibile bellezza di una Beverly che sembra già ben più grande dei suoi coetanei, ferita nel profondo da una figura paterna molto ambigua prima ancora che violenta, si affiancano i problemi del "New Kid on the Block" cicciottello Ben, un Richie dalla logorrea incontrollabile, un Eddie che è più di una spalla per quest'ultimo e che finalmente riceve una storyline "materna" degna di questo nome, e soprattutto un Big Bill terrorizzato all'idea di non essere più nulla per i genitori distrutti dalla scomparsa del fratellino Georgie e quindi vero motore della storia, vero "capo" dei perdenti, l'unico dotato dell'incrollabile volontà di fare fuori Pennywise per riaffermare la propria esistenza prima ancora di vendicare il piccolo. A proposito, parliamo un po' di Pennywise, vah.


A quelli che "Tim Curry è l'unico vero Pennywise" (per quanto io adori comunque Tim, ci mancherebbe) rispondo citando le voci della Luna che ascolta Henry Bowers nel romanzo e dico "Ha-Ha ALL OVER you!!". Bill Skarsgard è la punta di diamante di un cast quasi perfetto, la sua voce mette letteralmente i brividi e quegli occhietti scompagnati già di suo sono la ciliegina sulla torta, che abbiano le iridi azzurre oppure gialle/rosse; è risaputo che l'attore abbia partecipato alle riprese solo all'ultimo, per ottenere dai giovani co-protagonisti delle reazioni di terrore più genuine possibili, ma sono lo stesso rimasta deliziata e sconvolta dalla faccia orripilata di Sophia Lillis durante il confronto con Pennywise nella casa di Neibolt Street, si vede proprio l'orrore negli occhi della ragazzina! L'idea di agghindare il buon vecchio Clown Ballerino come un pupazzo di fine '800 non solo è vincente ma si collega anche ai mille rimandi inseriti dagli sceneggiatori sul sanguinoso passato di Derry, cittadina all'interno della quale Pennywise campa da secoli uccidendo, depredando e spargendo il male sottile che influenza tutti gli abitanti; agghiacciante nel make-up più "mostruoso" ma anche in quello normale, il Pennywise di Skarsgard è dotato di un folle, infantile umorismo nero che lo rende ancora più inquietante di Tim Curry e anche di una sorta di "fascino" perverso, lo stesso che porta a fissare morbosamente qualcosa di disgustoso anche se razionalmente bisognerebbe distogliere lo sguardo. Aggiungo che Pennywise non è l'aspetto più agghiacciante del film, anzi. Muschietti osa l'inosabile e tocca gli intoccabili, infilando allegramente nella pellicola una sequenza pressoché ininterrotta di nefandezze assortite, alcune sbattute in faccia agli spettatori in un profluvio di gore, altre appena suggerite ma comunque da far accapponare la pelle, giocando tra l'altro in maniera subdola con chi conosce bene il libro e si aspettava alcune scene scioccanti (e NO, non sto parlando dell'"orgia". Quella non c'è, ma come può anche solo pensarlo la gente?). Anzi, nonostante adori il romanzo alla follia ho apprezzato la maggior parte dei cambiamenti, soprattutto per quel che riguarda le paure dei singoli Perdenti, alcune realizzate per esigenze di "spettacolo", come quella di Richie (ah ma Paul Bunyan è lì che osserva...), altre cambiate per offrire allo spettatore la possibilità di conoscere aspetti di Derry altrimenti impossibili da riportare su pellicola senza realizzare un girato di 40 ore.


Quindi l'It di Muschietti è un film perfetto, senza nemmeno un difettuccio? Ovviamente no, ma ciò non toglie che abbiamo davanti uno dei migliori adattamenti Kinghiani di sempre, almeno per quel che riguarda mezzo romanzo e si spera che il regista faccia il bis tra un paio d'anni, quando arriverà la seconda parte in cui i protagonisti si ritroveranno ad affrontare Pennywise con 27 anni in più sul groppone (cosa che viene spesso ironicamente citata nel film, per inciso). Tra i difetti della pellicola, salta all'occhio una scrittura frettolosa che ha reso Mike una figura bidimensionale, come se gli sceneggiatori non sapessero bene che farne. E' vero che l'"importanza" di Mike dovrebbe aumentare nel secondo capitolo e che molto di ciò che rendeva il ragazzino un outsider negli anni '50 probabilmente sarebbe suonato stridente in un film ambientato negli anni '80 però allo stesso modo ho trovato un po' deludente la sua presenza, anche perché Fukunaga con lui aveva fatto un lavoro migliore (vedi note in fondo). Così come ho trovato deludenti alcuni effetti speciali, con quel sapore di CG "finta" che già aveva inficiato la completa riuscita del lavoro precedente di Muschietti, Mama. A questi punti penso che il regista non sappia bene come connettere le riprese dal vero con gli effetti speciali più seri perché il resto del film è di una bellezza incredibile, ricco di sequenze omaggianti classici degli anni '80 che tuttavia non opprimono né stufano lo spettatore ormai saturo di questa voglia perenne di revival; in It è più una questione di atmosfera, il ritorno ai coming of age inseriti in un contesto horror/fantastico più che una rincorsa alla citazione d'annata, la riaffermazione del gruppo di ragazzini che tirano fuori le palle perché gli adulti hanno dimenticato di averle o non le hanno mai avute, troppo presi dai loro problemi per farsi carico degli "incubi" di un branco di mocciosi sfigati. Ecco, è questo che ho apprezzato maggiormente di It, al di là di tutte le idiozie assortite e faziose che si sono lette in rete: la volontà degli autori di omaggiare una storia bellissima CREANDONE una nuova, simile ma diversa, magari un pelino meno potente (pare che azzeccare il pre-finale sia piuttosto difficile ma d'altronde è risaputo che anche King non sia una cima a risolvere le sue stesse storie...) ma capace di coinvolgere tutti, sia gli amanti di Stephen King sia chi non ha mai nemmeno sentito parlare di It. Col Bolluomo accanto, stranieri in terra straniera, mi è sembrato che alla fine fossimo tutti pronti a prenderci per mano e prometterci di tornare, non tra 27 anni ma tra 2, per dare nuovamente fiducia a Muschietti e ai suoi collaboratori; nell'attesa, da brava loser/lover, io tornerò al cinema già domani, così da godermi per intero i dialoghi... sperando che l'adattamento e il doppiaggio italiani non facciano pena come al solito.


Del regista Andy Muschietti ho già parlato QUI mentre Bill Skarsgård, alias Pennywise, lo trovate QUA.

Jaeden Lieberher interpreta Bill Denbrough. Americano, ha partecipato a film come St. Vincent, Midnight Special e The Book of Henry, inoltre ha doppiato serie come American Dad!. Ha 14 anni e due film in uscita.


Nicholas Hamilton interpreta Henry Bowers. Australiano, lo ricordo per film come Captain Fantastic e La torre nera. Ha 17 anni e un film in uscita.


Jeremy Ray Taylor, che interpreta Ben, era già comparso in Ant-Man invece Jack Dylan Grazer, ovvero Eddie, ha partecipato ad uno degli episodi di Tales of Halloween e Owen Teague, alias Patrick Hockstetter, ha già fatto parte dell'universo Kinghiano grazie a quell'orrore di Cell. Anche Wyatt Oleff, che interpreta Stan, potrebbe non essere un volto nuovo per molti spettatori visto che è stato un giovane Peter Quill in Guardiani della galassia e un giovane Tremotino nella serie C'era una volta, mentre Finn Wolfhard, che interpreta Richie (e che è l'unico attore rimasto dopo che il film è passato da Cary Fukunaga ad Andy Muschietti), è ovviamente il Mike della serie Stranger Things; a tal proposito, i Duffer Brothers avrebbero voluto dirigere il film ma all'epoca delle prime fasi di produzione il loro nome era ancora poco conosciuto, quindi hanno dovuto "ripiegare" proprio su Stranger Things, uno dei migliori omaggi a King degli ultimi anni. Torno un attimo a parlare di attori dicendo che il piccolo Jackson Robert Scott, ovvero George Denbrough, dovrebbe tornare sullo schermo grazie al figlio di Stephen King, Joe Hill, in una serie TV (sempre diretta da Andy Muschietti) tratta dallo stupendo Locke & Key, dove il piccolino dovrebbe interpretare il dolce Bode Locke assieme a Megan Charpentier, che in It compare come Gret(t)a Bowie e nella serie TV dovrebbe essere invece Kinsey Locke. Passando a Pennywise, alla fine i due attori rimasti a contendersi il ruolo dopo l'abbandono di Will Poulter erano Hugo Weaving e Bill Skarsgård ma alla fine l'ha spuntata quest'ultimo in quanto Weaving non era in grado di offrire un'interpretazione che fosse anche infantile ed ironica ma faceva solo paura. Passando dagli attori ai registi/sceneggiatori, on line è disponibile lo script del 2014 scritto da Cary Fukunaga, immagino prima che lo stesso aggiungesse le scene controverse che lo hanno allontanato dal progetto (si parla di Henry Bowers che fa sesso con una capra ed eiacula su una torta di compleanno, della fusione di Stan e Richie in un personaggio di nome Richie Goldfarb, di un Pennywise nudo che si mostra ad una dei Padri Pellegrini, di una Beverly picchiata dagli amici del padre i quali, si dice, avrebbero fatto sesso con lei, del fatto che Pennywise avesse lasciato vivere Al Marsh solo per fargli molestare la figlia ogni sera e di Bowers e la sua gang che costringono delle ragazze a praticare loro sesso orale), ed è molto simile al film di Muschietti salvo per un paio di cose. Per esempio, Mike ha un ruolo ben più preponderante e il padre gli racconta dell'incendio al Punto Nero, l'"epica battaglia a sassate" diventa "l'epica battaglia con fuochi d'artificio", Al Marsh viene posseduto da It e cerca di violentare Beverly, Belch e Victor muoiono nelle fogne e la forma finale di It, così come un paio di visioni dei bambini, sono molto diverse (Stella marina coi tentacoli? Aiuto!); Muschietti è rimasto più legato al romanzo di King e avrebbe voluto inserire anche il rito del fumo nel quale Mike e Richie scoprono l'origine di It ma limiti di budget hanno purtroppo impedito la realizzazione della scena. E dopo questo infoporn praticamente infinito, mi duole informarvi che per It - Chapter II occorrerà aspettare il 2019, nel frattempo speriamo che molti degli attori che i bambini vorrebbero veder interpretare i perdenti da adulti esaudiscano le loro giovani controparti: sto parlando soprattutto con te, Jessica, ma potrebbero accettare anche Jake Gyllenhaal (Eddie), Joseph Gordon-Levitt (Stan), Chris Pratt (Ben) e Christian Bale (Bill), che dite? Il mio dreamcasting sarebbe però Casey Affleck (Stan), Ethan Embry (Ben), James Franco o Ryan Reynolds (Richie), Elijah Wood (Eddie), James McAvoy (Bill) e David Oyelowo (Mike), lascio solo Jessicona che sarebbe perfetta! ENJOY!








martedì 17 ottobre 2017

The Babysitter (2017)

Ottobre è il mese di Halloween e, nell'attesa della seconda serie di Stranger Things, Netflix ha tirato fuori dal cilindro la commedia horror The Babysitter, diretta dal regista McG.


Trama: Cole è un ragazzino timido e pauroso che, alla veneranda età di 13 anni, ha ancora bisogno della babysitter, la bellissima e sensuale Bee. Una sera Cole decide non dormire quando la babysitter lo mette a letto e scopre così che la bella Bee nasconde un terrificante segreto...


The Babysitter è la seconda commedia horror (che io sappia) prodotta e distribuita da Netflix dopo Little Evil, film che ho già visto ma di cui non ho ancora parlato. A differenza della storia del "figlio di Satana", carina all'inizio ma un po' moralista da metà in poi, The Babysitter non smette mai di essere ciò che appare all'inizio, ovvero un'esageratissima supercazzola dalle tinte sanguinolente, assai divertente e molto godereccia, che non perde mai di vista l'assurda cattiveria del suo assunto iniziale e offre allo spettatore la presenza di personaggi assurdi e ben caratterizzati. Il protagonista, innanzitutto. Cole frequenta le scuole medie e ha paura di qualsiasi cosa, questo nonostante abbia dei genitori che gli permetterebbero di fare parecchie esperienze che farebbero la gioia di un ragazzino della sua età (guidare la macchina in primis); conciato come un piccolo Kingsman, ovviamente vessato dal novanta per cento dei compagni di scuola, non si capisce se Cole sia davvero uno sfigato oppure se ci marci sopra per poter continuare ad avere come babysitter la bionda Bee. Quest'ultima è caratterizzata come il sogno proibito di ogni uomo e donna del pianeta e non ha un difetto che sia uno: bionda, gnocca, simpatica, intelligente, sensualissima, persino dotata di enorme cultura nerd e cinematografica, è indubbiamente la compagna di giochi ideale per un ragazzino che comunque si trova nella delicata fase prepuberale e quindi non è totalmente indifferente alle grazie della signorina. La prima parte del film è interamente realizzata come una commedia che potrebbe sfociare nel coming of age, con Cole costretto ad affrontare i suoi problemi, Bee che gli fa da allegra spalla, il cucuzzaro di assurdi personaggi che circondano il protagonista ognuno impegnato a svolgere al meglio il proprio ruolo (bulletto, amici del bulletto, ragazzina carina della porta accanto, genitori in crisi matrimoniale impegnati a ravvivare il loro rapporto, ecc. ecc.) e la scommessa di rimanere sveglio per vedere cosa succede di notte dopo che la babysitter l'ha mandato a letto (ci saranno "prostate"? "Orge"? Chissà...)... poi però la situazione cambia e subentra l'elemento horror. Molto splatter. Come si evince dal trailer, da protetto Cole diventa vittima sacrificale e la bella Bee un mostro spietato, quindi il ragazzino deve superare la sua natura paurosa e cercare di sopravvivere alla notte più difficile della sua vita, tramutatasi all'improvviso nel più classico degli home invasion, una roba che quella del povero Kevin McCallister, al confronto, era una natalizia passeggiata di salute.


Dopo la lunga introduzione dal sapor di commedia, dunque, The Babysitter sconfina in campo horror eppure non smette mai, nemmeno per un secondo, di divertire lo spettatore. Tra battute esilaranti, personaggi incredibilmente stupidi, equivoci e carnefici che si prendono tutto il tempo di fare anche da mentore alle proprie vittime, il regista McG trova anche l'occasione di prendersi in giro citando una delle scene iconiche del primo Charlie's Angels e fa inorridire lo spettatore con tarantole giganti, secchiate di sangue e un bodycount abbastanza alto per questo genere di pellicola. Intendiamoci, non si ha mai davvero paura guardando The Babysitter, eppure ci sono un paio di jump scare efficaci e un'ottima gestione dei momenti più thriller, durante i quali McG dimostra di non essere l'ultimo streppone che si è ritrovato in mano una macchina da presa per caso; fortunatamente, il regista non dimentica neppure le sue origini pop e i momenti topici vengono evidenziati con divertentissime scritte in sovrimpressione, finestre tipiche dei giochi di ruolo e altre amenità dosate con parsimonia così da non risultare fastidiose. Ma io posso anche stare qui a scrivere delle ore su quanto mi sia divertita guardando The Babysitter, tanto so benissimo che l'unico motivo per guardarlo sta nell'incredibile bellezza di Samara Weaving, quella maledetta sgnoccolona australiota. La sua presenza scenica non può passare inosservata e durante il gioco della bottiglia tra lei e Bella Thorne il Bolluomo ha rivalutato in tempo zero il valore culturale della cinematografia horror (non potevo neppure tirargli una gomitata nei denti...) ma, al di là dell'innegabile bellezza stratosferica che le fate madrine le hanno donato, mi è parso che la biondina sapesse anche recitare, cosa che mi porta ad augurarle una fulgida carriera. Il resto del cast non è magari così memorabile, per quanto sia composto da almeno un paio di facce conosciute, ma per il valore che ha The Babysitter portano tutti a casa la pagnotta, sia ragazzini che adulti, con menzione speciale a una Bella Thorne che ho trovato molto più in parte qui rispetto all'abominevole Amityville: Il risveglio. In soldoni, Netflix ha tirato fuori una pellicola perfetta per una serata ignorante a base di pop corn e brividelli allouìni, adatta anche a chi non ha il coraggio di affrontare un Horror con l'H maiuscola ma vuole comunque farsi trasportare dall'atmosfera stagionale, quindi consiglio senza remore una visione disimpegnata.


Di Bella Thorne (Allison), Leslie Bibb (la mamma di Cole) e Ken Marino (il papà di Cole) ho parlato ai rispettivi link.

McG (vero nome Joseph McGinty Nichols) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Charlie's Angels, Charlie's Angels - Più che mai e Terminator Salvation. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 49 anni e un film in uscita.


Samara Weaving interpreta Bee. Nipote di Hugo Weaving, ha partecipato a serie quali Home and Away e Ash vs Evil Dead. Australiana, anche regista e sceneggiatrice, ha 25 anni ed è tra le protagoniste dell'imminente serie Picnic ad Hanging Rock.



domenica 15 ottobre 2017

Ammore e malavita (2017)

Non credevo sarei mai andata a vedere un musicarello napoletano al cinema ma, tant'è, il tam tam della rete post Venezia ha fatto il suo sporco lavoro e giovedì ho visto Ammore e malavita, diretto e co-sceneggiato dai Manetti Bros.


Trama: Ciro è la guardia del corpo di don Vincenzo, Fatima un'infermiera che un giorno vede qualcosa che nessuno avrebbe dovuto vedere. Ciro dovrebbe ucciderla ma Fatima è l'amore perduto della sua infanzia e i due quindi scappano, lasciandosi alle spalle uno stuolo di cadaveri...


Ammetto con colpevolezza di non avere mai visto un film dei Manetti Bros. Ma nemmeno mezzo, eh. Neppure Zora la vampira, che pure all'epoca aveva fatto notizia. Si vede che io e il cinema italiano andiamo in due direzioni diverse. Probabilmente se gente come Sauro e Lisa non ne avessero parlato benissimo nei loro blog non sarei andata a vedere neppure Ammore e malavita che a me, con tutto il dovuto rispetto, l'ambientazione napoletana irrita non poco, con tutti gli stereotipi partenopei che immagino diano fastidio persino agli abitanti di quelle zone. E ammetto che, magari, due sottotitoli in più avrebbero giovato alla visione del film, ché io il 90% dei dialoghi tra Fatima e Ciro non li ho capiti manco p'o cazz'. Aggiungo infine che io e il musicarello non ci siamo mai incrociati nemmeno per sbaglio, neppure da bambina o ragazzina, nemmeno quando i miei genitori erano padroni del telecomando, perché i veri liguri stundai il musicarello lo schifano, belin, e ai biondi capelli di Nino D'Angelo preferiscono la faccia scazzata di De André, per dire. Concluso questo lungo preambolo, devo dire che inaspettatamente Ammore e malavita mi è piaciuto, non tanto quanto avrei voluto magari, ma ne riconosco la genialità e ammetto che non solo mi ha fatto fare un sacco di risate ma si è rivelato persino più profondo di quanto non pensassi. Quegli inni alla libertà sul finale, il giusto ridimensionamento della figura del "padrone" all'inizio (il padrone deve comunque ricordare le sue origini umili, senza mancare di rispetto a chi sta "sotto") e la celebrazione dell'aMMaure sono cose che allargano il cuore e riconciliano un po' col mondo, aggiungendo una ventata di ottimismo e allegria anche all'interno di una storia dove il bodycount è altissimo e la malavita spadroneggia fin dalle primissime sequenze, tra cadaveri canterini che si chiedono "chi cazz'è stu Don Vincenzo?" e turisti che vengono felicemente rapinati a Scampia. Non ho mai visto Song'e Napule (ne dubitavate?) ma mi è parso di capire che, nonostante siano entrambi romani, i Manetti Bros portino la città partenopea nel cuore e ne riconoscano il fascino a discapito di tutti gli stereotipi e di tutte le brutture che l'hanno fatta assurgere, spesso ingiustamente, agli onori della cronaca nera, al punto da arrivare ad essere internazionalmente considerata come una delle città più pericolose del mondo. Poi oh, io a Napoli non sono mai stata quindi mi viene difficile anche parlarne e capire il sentimento che smuove i Manetti ma, di base, mi è sembrato positivo.


Più che la storia in sé, comunque, una sorta di Romeo e Giulietta in salsa mafiosa condita da innumerevoli e consapevoli citazioni cinematografiche che fanno capo nientemeno che a James Bond, colpiscono di Ammore e malavita l'anima musical e il gusto con cui i Manetti mettono in scena non soltanto i vari numeri musicali ma anche le sequenze più "action". Non riesco ad entrare nel merito della musica in sé perché obiettivamente quello di Ammore e malavita non è il mio genere (diciamo che ho riso molto ma è una colonna sonora che non riascolterei) e, benché funzionali alla trama e rispettose del "canone", ho preso le canzoni presenti nel film come una parodia ben realizzata, però ho apprezzato tutte le coreografie e la messinscena che fa loro da contorno, a cominciare dalla Madonnina che s'illumina trasformando un grigio corridoio d'ospedale in una truzzissima sala da ballo, passando per il tizio che canta circondato da cornetti rossi, per arrivare ai cadaveri che tengono il tempo schioccando le dita come un macabro coro greco, giusto per citare un paio di scene che mi hanno colpita più di altre. Bellissima la fotografia "rozza", le inquadrature da poliziottesco, l'esagerazione splatter delle sparatorie e degli innumerevoli atti di violenza che costellano il film, molto interessanti anche i costumi e alcuni dettagli delle scenografie (i cuori "sacri" con in mezzo l'orologio di Johnny Depp in casa di Fatima, la De Lorean! sul finale), tutti aspetti del film che mi spingerebbero a recuperare le precedenti opere dei Manetti Bros perché, davvero, se c'è un film da cui traspare aMMore per tutto il cinema è davvero Ammore e malavita quindi chissà cosa mi sono persa in tutti questi anni. Bravissimi anche gli interpreti, tra l'altro. A dire il vero la Gerini, con quel napoletano parodico e forzato, lì per lì non mi convinceva ma più andavo avanti più mi sono resa conto che questa è la sua migliore interpretazione da anni, mentre Serena Rossi, Carlo Buccirosso, Giampaolo Morelli e tutto il resto del cast si sono conquistati la mia simpatia fin dall'inizio e in particolare Serena Rossi, con quella sua aria un po' motown e la voce bellissima, è stata davvero una sorpresa graditissima. Mi rendo conto che dovrei spendere qualche parola in più ma, ribadisco, non ho le conoscenze per analizzare Ammore e malavita come meriterebbe e mi spiace. Posso solo consigliare chi dovesse leggere il post di andarlo a vedere prima che lo tolgano dalle sale perché un film simile va "vissuto" più che letto. Iamme, ia!


Di Carlo Buccirosso, che interpreta Don Vincenzo Strozzalone, ho già parlato QUI mentre Claudia Gerini, che interpreta Donna Maria, la trovate QUA.

I Manetti Bros, al secolo Marco e Antonio Manetti, sono i registi e co-sceneggiatori del film. Nati entrambi a Roma, hanno diretto film come Zora la vampira, L'arrivo di Wang, Paura 3D, Song'e Napule ed episodi delle serie Il commissario Rex e L'ispettore Coliandro. Anche produttori e attori, Marco ha 49 anni mentre Antonio ne ha 47.


Giampaolo Morelli interpreta Ciro. Nato a Napoli, ha partecipato a film come South Kensington, Paz!, Song'e Napule, Smetto quando voglio: Masterclass e a serie quali Anni 60, Distretto di polizia, Braccialetti rossi e L'ispettore Coliandro. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 44 anni e un film in uscita.


Serena Rossi interpreta Fatima. Nata a Napoli, ha partecipato a film come Song'e Napule e a serie quali Un posto al sole, Il commissario Montalbano, Che Dio ci aiuti, Il commissario Rex e L'ispettore Coliandro, inoltre ha prestato la voce ad Anna in Frozen - Il regno di ghiaccio. Ha 32 anni e un film in uscita.


Tra gli altri attori che compaiono nella pellicola segnalo il cantante Raiz, al secolo Gennaro Della Volpe, che interpreta Rosario, mentre non so per quale motivo in nessun sito viene riportata la presenza del comico Giovanni Esposito nei panni del boss rivale (accompagnato tra l'altro dal wrestler italiano Giuseppe "King" Danza). Oh ben, c'è e tanto vi deve bastare! ENJOY!

venerdì 13 ottobre 2017

Seoul Station (2016)

Avrei voluto recuperarlo subito dopo aver guardato Train to Busan ma tra un Oscar e l'altro non sono proprio riuscita. Inoltre, ieri è uscito sul mercato home video, grazie all'apprezzatissima etichetta Midnight Factory, il DVD/Blu Ray doppio di Train to Busan, contenente anche il suo prequel animato, ecco quindi perché parlo solo oggi di Seoul Station (서울역), diretto e sceneggiato nel 2016 dal regista Yeon Sang-Ho.



Trama: un padre cerca di ritrovare la figlia scappata di casa proprio quando nei pressi della stazione di Seoul le persone cominciano a trasformarsi in sanguinari zombi.



Nonostante lo abbia visto solo quest'anno, Train to Busan è stato una delle sorprese horror del 2016. Mentre scrivevo il post dedicato ho scoperto che il regista e sceneggiatore Yeon Sang-Ho aveva realizzato un prequel animato dal titolo Seoul Station e non ho potuto fare altro che recuperarlo, incuriosita all'idea di un cartone che potesse magari fare luce sull'origine dell'epidemia mostrata in Train to Busan. A scanso di equivoci, Seoul Station non chiarisce proprio un bel nulla e, come già accadeva nel live action, gli zombi spuntano senza un motivo particolare, dapprima centellinati e poi sempre più abbondanti e minacciosi; inoltre, non viene ripreso neppure uno dei personaggi di Train to Busan quindi se speravate, che so, di vedere tornare sullo schermo il pugile torello e la moglie incinta cascate davvero malissimo. I riflettori stavolta sono invece puntati su una ragazza scappata di casa, Hye-Sun, sul suo rapporto conflittuale col fidanzato nullafacente e sulla disperata ricerca del padre di lei, messosi sulle sue tracce dopo avere visto su un sito di incontri a pagamento una foto di Hye-Sun. La trama segue quindi gli spostamenti di questi tre personaggi (Hye-Sun da una parte e padre con fidanzato dall'altra) in una Seoul sempre più pericolosa, popolata da persone che spesso non vengono neppure considerate tali; Seoul Station si concentra infatti sui reietti della società coreana, senza tetto e drogati che hanno eletto la stazione a dimora ma anche ragazzi come Hye-Sun e il fidanzato, che si lasciano vivere senza avere progetti per il futuro né una famiglia a sostenerli, ed è quindi una pellicola all'interno della quale lo zombi acquista una funzione di critica sociale. La diffidenza mostrata dalle forze dell'ordine verso i senzatetto della stazione è un elemento chiave per far precipitare la situazione, perché la mancanza di tempestività nei soccorsi scatena una sommossa che parte letteralmente dal basso e, invece di venire contenuta, provoca l'ovvia ritorsione di un esercito che alla fine si ritrova costretto a non fare distinzione tra popolazione e zombi, coi risultati disastrosi visti in Train to Busan. Inoltre, se nel sequel si scorge nei personaggi una parvenza di umanità, qui i protagonisti e le figure secondarie sono esseri sconfitti, violenti o ormai morti dentro e l'atmosfera che si respira nel cartone animato è ancora più pessimista rispetto quella del live action, tanto che Seoul sembra una città condannata fin dalle battute iniziali, come se gli zombi fossero una manifestazione fisica di una malattia in suppurazione già da tempo nei bassifondi ma non solo.


Con tutto questo (anche se so che non è mai simpatico fare paragoni), ho comunque preferito Train to Busan a Seoul Station, forse proprio perché è più facile empatizzare con i protagonisti, piangere assieme a loro davanti a un destino maledetto (non che qui non ci si commuova, eh. La scena del senzatetto disperato che invoca una casa inesistente mi ha stretto parecchio il cuore) o alle speranze infrante o forse perché l'espressività degli attori veri è difficilmente sostituibile. Quello che non ho molto apprezzato di Seoul Station è infatti il character design che, pur essendo molto realistico, è comunque minimal e rende i personaggi a mio avviso ben poco espressivi mentre, per contro, gli zombi risultano ancora più spaventosi. Queste caratteristiche, unite all'utilizzo di colori cupi e a sfondi abbastanza monotoni (per quanto, anch'essi, incredibilmente realistici), per non parlare del fatto che lo zombi animato mi fa molta meno impressione rispetto a quello live action, ha portato a qualche momento di noia durante la visione di Seoul Station, cosa che non era accaduta invece mentre guardavo Train to Busan. Questo non significa che Seoul Station sia una pellicola inferiore, anzi, solo che con me non è riuscita a fare breccia e a diventare memorabile; resta comunque il fatto che l'esperimento horror di Yeon Sang-Ho è molto particolare e ben congegnato, quindi mi sento di consigliarlo senza remore, soprattutto agli appassionati del genere e a chi si fosse innamorato di Train to Busan.


Del regista e sceneggiatore Yeon Sang-Ho ho già parlato QUI.


L'attrice Eun-kyung Shim, che doppia la giovane Hye-Sun, ha partecipato anche a Train to Busan e dovrebbe essere la ragazza che sale sul treno all'inizio, quella insomma che da il via a tutto il casino. Seoul Station, come ho già detto nel post, è il prequel animato di Train to Busan quindi se vi fosse piaciuto il cartone vi consiglio di recuperare anche il film. ENJOY!


giovedì 12 ottobre 2017

(Gio) WE, Bolla! del 12/10/2017

Buon giovedì a t... no, buon giovedì un razzo! Qui siamo invasi dalle cimici, Mother! ancora non si vede da nessuna parte, il Funko Pop di Pennywise costa uno sproposito, l'universo incombe... AAARGH!, thank god che tra un po' è Friday... ENJOY!

Nove lune e mezza
Reazione a caldo: Ah, il desiderio di maternità...
Bolla, rifletti!: Per me che ho la sindrome di Erode e al momento non desidero figli un film simile è da evitare come la peste. Però chissà che non porti l'italiano medio a pensare un po' sulla questione "madri surrogate" e all'effettivo problema delle donne che vorrebbero tanto avere figli ma non riescono...

Lego Ninjago - Il film
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Ma adesso fanno film Lego su ogni cosa? Il primo Lego Movie mi era piaciuto ma questo mi ispira davvero poco: piuttosto aspetto il film dei My Little Pony!

Dove non ho mai abitato
Reazione a caldo: A Savona, mi auguro.
Bolla, rifletti!: I drammoni sentimentali italiani non mancano mai da queste parti! E io, ogni volta, non manco di ribadire quanto mi facciano orrore...

L'uomo di neve
Reazione a caldo: L'unico film interessante della settimana...
Bolla, rifletti!: Fassbender, thriller, sangue e... Tomas Alfredson? Hm. Un po' di paura talpesca ce l'ho ma mi fido, anche se non ho mai letto i libri di Jo Nesbø.

Ancora il cinema d'élite non mi propone Madre! ma altra roba...

L'altra metà della storia
Reazione a caldo: Ne volevo una intera: Madre!.
Bolla, rifletti!: Però Jim Broadbent mi piace proprio tanto e questo mi sa di film invernale da guardare accoccolati in poltrona sotto le coperte, con la lacrima nell'occhio. Magari in futuro lo recupererò.

mercoledì 11 ottobre 2017

Come ti ammazzo il bodyguard (2017)

Attirati da un trailer scemo e dalla necessità di guardare un film supercazzola causa orari infami, lunedì io e il Bolluomo ci siamo sparati Come ti ammazzo il bodyguard (The Hitman's Bodyguard), diretto dal regista Patrick Hughes.


Trama: una guardia del corpo deve scortare un sicario fino alla Corte Penale Internazionale dell'Aia, dove quest'ultimo è chiamato a testimoniare contro un sanguinario dittatore...


Cosa succede quando qualcuno decide di mettere insieme Samuel L. Jackson, emblema della badassitudine "nera" fin dai tempi di Pulp Fiction e ultimamente sempre più pronto a prendersi in giro, e Ryan Reynolds, adorabile quanto inespressivo beniamino delle nuove generazioni nerd? La risposta banale sarebbe "una supercazzola action", la verità è che Come ti ammazzo il bodyguard è un film schizofrenico, che prende tante di quelle direzioni da non sapere più nemmeno lui come definirsi. Di tanto in tanto traspare la sua natura "drammatica", precedente alla riscrittura che lo avrebbe fatto diventare una commedia; per esempio, la figura del dittatore Dukhovich è incredibilmente negativa, così come è anche troppo realistica ed attuale la sua natura di folle criminale e, nonostante Gary Oldman si ritrovi a sfoderare esagerati atteggiamenti di minaccia nei confronti dei suoi collaboratori (e di Samuel L. Jackson), il suo personaggio non strappa mai il sorriso, nemmeno per sbaglio. Il rapporto tra i due protagonisti poi oscilla di continuo tra bromance, legame insegnante-mentore e un più naturale e sano odio reciproco, seguendo dinamiche che non riescono a sfociare interamente nel territorio del buddy movie come è stato, per esempio, nel recente e ben più riuscito The Nice Guys. Di fatto, le personalità dei due sono troppo simili e i protagonisti passano molto dell'abbondante minutaggio a parlarsi addosso, rinfacciarsi sempre le stesse cose (nella fattispecie uno è troppo "noioso" nel suo lavoro, l'altro apparentemente è un folle assassino) e disquisire d'amore, ennesima aggiunta alla trama capace di renderla ancora più psicotica: sia sicario che bodyguard hanno infatti problemi di cuore, il secondo più del primo, e le rispettive amanti od ex hanno un ruolo abbastanza importante nell'economia della storia. L'aspetto action della pellicola non è marginale, d'altronde il regista è lo stesso de I mercenari 3, però diciamo che viene diluito e sfilacciato da tutto ciò che ho scritto sopra, quando io (e altri spettatori immagino) mi sarei aspettata un'ora e mezza di violenza sopra le righe alla John Wick, con l'aggiunta dell'esilarante alchimia tra i due protagonisti che si evince dal trailer e che mi ha spinta a guardare il film. Il risultato di questo mix di "anime" è un pasticcio, non un pasticciaccio brutto ma lo stesso qualcosa di poco memorabile, che dura il tempo di una risata (poche a dire il vero) nonostante si prolunghi per due ore, troppe per questo genere di film.


Come spesso accade, il meglio di Come ti ammazzo il bodyguard è stato già mostrato nel trailer e allo spettatore in cerca di qualcosa di nuovo da aggiungere rimane l'unico, vero momento esilarante del film (il coretto con le suore, da guardare esclusivamente in lingua inglese e che doppiato perderà interamente la sua forza umoristica) e al limite il bell'inseguimento tra i canali di Amsterdam, dove Patrick Hughes si ingegna tra stunt arditi, montaggio serrato, riprese con la steadycam e tutto il necessario per rendere la sequenza uno dei punti forti della pellicola. Per il resto, l'azione non manca, esplosioni e headshots abbondano e gli sceneggiatori non si tirano indietro neppure quando si tratta di inserire nel film una scena che rimanda anche troppo agli ultimi fatti di cronaca a base di camion lanciati sulla folla, cosa che di questi tempi mi ha lasciata francamente perplessa (per dire, questa settimana gli autori hanno deciso di montare da capo e tagliare l'episodio di American Horror Story per rispetto verso quanto accaduto a Las Vegas...). Quanto agli attori, Reynolds e Jackson fanno quello che ci si aspetta da loro, né più ne meno, e tra i due forse spicca di più il vecchio Samuel, dotato del personaggio più simpatico e anche più approfondito psicologicamente (diciamo che Reynolds va bene solo come Deadpool, forse perché recita al 90% col volto coperto da una maschera); fa un po' male invece vedere non solo Gary Oldman e Richard E. Grant (!!) relegati ad essere "semplici" caratteristi di lusso ma anche una bellezza come Salma Hayek ormai ridotta al ruolo di vajassa volgarissima che infarcisce ogni dialogo di parolacce in spagnolo, benché durante il flashback che la riguarda parrebbe quasi di essere tornati ai bei tempi di C'era una volta in Messico. Insomma, Come ti ammazzo il bodyguard non è interamente da buttare ma col senno di poi direi che i contro superano i pro e se cercate un film divertente, entusiasmante e memorabile rischiate di rimanere davvero delusi. Meglio approcciarsi alla pellicola durante un futuro passaggio televisivo, senza troppe aspettative e senza sprecare preziosi soldi per il biglietto del cinema (detto che è già disponibile da un paio di mesi su Netflix Japan. A buon intenditor...).


Del regista Patrick Hughes ho già parlato QUI. Ryan Reynolds (Michael Bryce), Richard E. Grant (Seifert), Gary Oldman (Vladislav Dukhovic), Samuel L. Jackson (Darius Kincaid) e Salma Hayek (Sonia Kincaid) li trovate invece ai rispettivi link.

Elodie Yung interpreta Amelia Roussel. Francese, la ricordo per film come Millenium - Uomini che odiano le donne e serie quali Daredevil e The Defenders, dove interpreta Elektra. Ha 36 anni.


Joaquim de Almeida interpreta Jean Foucher. Portoghese, ha partecipato a film come Sostiene Pereira, Desperado e a serie quali Miami Vice, 24, CSI: Miami, C'era una volta e Bones. Ha 60 anni e un film in uscita.


Aspettate la fine dei titoli di coda per un fuori scena dedicato interamente a Ryan Reynolds e, se Come ti ammazzo il bodyguard vi fosse piaciuto, recuperate The Nice Guys, Baby Driver, 48 ore e Ancora 48 ore. ENJOY!


martedì 10 ottobre 2017

Blade Runner 2049 (2017)

Nonostante avessi tutto contro (weekend con matrimoni, il terrore del Bolluomo all'idea di affrontare tre ore di film, gli orari maffi del Multisala), sabato sono riuscita a vedere Blade Runner 2049, sequel di Blade Runner diretto dal regista Denis Villeneuve.


Trama: durante un'operazione di routine il Blade Runner replicante K scopre un segreto che minaccia di sovvertire l'ordine mondiale e, durante le indagini, viene a conoscenza di cose che riguardano il suo stesso passato.


L'inevitabile premessa del post è che, pur avendo apprezzato moltissimo il Blade Runner di Ridley Scott, non sono mai stata una di quei fan che ne ricordano ogni singola battuta, né mi sono fracassata la testa sull'ambiguo finale, di fatto credo di non avere mai visto neppure tutte e tre le versioni del film realizzate nel corso degli anni ed immesse sul mercato dell'home video. Sono quindi andata a vedere Blade Runner 2049 col cuore molto leggero, senza contare che Villeneuve è un regista che mi piace tantissimo, e giustamente sono riuscita così a godermi un film che, nonostante le quasi tre ore di durata, scivola via che è un piacere, tenendo incollato lo spettatore allo schermo non tanto per la trama, pur interessante, ma per l'incredibile bellezza delle sequenze girate da Villeneuve; probabilmente, senza nulla togliere a Scott e senza desiderio di attirarmi gli strali dei fan di Blade Runner, nel 1982 gli spettatori sono rimasti ipnotizzati davanti allo schermo allo stesso modo, immersi nella nebbia, nella pioggia oscura e negli incredibili giochi al neon di una Los Angeles cosmopolita, mentre le orecchie si aprivano stupite alle note di un Vangelis sparato a tutto volume. L'omaggio di Villeneuve a quelle vecchie atmosfere tecno-noir è palese, così come lo è quello di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch per quel che riguarda la colonna sonora, eppure Blade Runner 2049 non è semplicemente una strizzata d'occhio continua ai fan ma un film malinconico e grandioso dotato di una sua personalità, fatto di creature che si dibattono alla ricerca di risposte su sé stesse e possibilmente di un motivo per continuare ad esistere, siano esse replicanti in crisi d'identità, demiurghi desiderosi di velocizzare il progresso, intelligenze artificiali innamorate o vecchi detective che hanno rinunciato a tutto per proteggere le cose più importanti della loro vita. Il futuro o, per meglio dire, il presente dei protagonisti si riallaccia così in modo naturale al mitico passato in cui Rick Deckart arrivava a mettere in dubbio il suo ruolo di Blade Runner e a scoprire l'amore, il tutto filtrato attraverso gli occhi artificiali di un replicante diventato cacciatore dei propri simili eppure lo stesso incredibilmente umano, talmente bisognoso di relazioni da arrivare a crearsene una con un'Intelligenza Artificiale creata appositamente per soddisfare i desideri degli utenti, quella Joi così simile nei modi e nell'interazione col suo "padrone" da ricordare lo struggente Her di Spike Jonze. I misteri che circondano l'ultimo ritrovamento di K diventano così l'inizio di un percorso non solo verso la verità e verso la possibile risposta alle domande che gli spettatori si ponevano da trent'anni ma anche verso riflessioni più ampie relative ad umanità, ricordi e considerazioni "scomode" sulla vita artificiale, magari non delle più innovative viste al cinema negli ultimi anni ma comunque capaci di tenere desta l'attenzione dello spettatore.


Ma, ribadisco, quello che a me è saltato letteralmente all'occhio non è tanto la bravura degli sceneggiatori nel creare una storia senza sbavature e coerente con ciò che aveva mostrato Scott negli anni '80 (continuo a dire che Blade Runner per me è un ricordo più visivo che narrativo) quanto piuttosto la bellezza delle riprese di Villeneuve, che si riconferma regista elegante ed incredibilmente emozionante. I grattacieli immersi nel fumo e nella nebbia, i mezzi volanti così piccoli al confronto della megalopoli da venirne inghiottiti, l'incessante pioggia, il punto di vista che si allarga da un punto preciso per mostrare allo spettatore la grandiosità di strutture regolari praticamente infinite, il caos di neon nei bassifondi della città, l'interazione col gigantesco e coloratissimo ologramma di una Dea, una scazzottata in mezzo ai video olografici di un vecchio hotel, l'aspetto malato di una Las Vegas radioattiva, la neve malinconica, soprattutto i colori caldi che si alternano alle ombre e ai riflessi acquatici del sancta sanctorum di Niander Wallace sono tutti ricordi che mi bruciano nel cervello da sabato sera e sono immagini che spero di non dimenticare mai più, rese ancora più emozionanti dalla bellissima colonna sonora di Zimmer e Wallfisch. E se rivedere Harrison Ford nei panni di Deckart non mi ha fatto né caldo né freddo (come ho scritto su Facebook, due bestemmie e qualche modo di dire ligure in bocca e sarebbe diventato la controfigura di mio padre) e Jared Leto sarà anche andato in giro con le lenti opache per provare davvero cosa vuol dire essere ciechi ma il suo personaggio mi ha detto proprio poco, ho apprezzato enormemente non solo Ryan Gosling ma anche e soprattutto la dolcissima e sensuale Ana de Armas, Dave Bautista (nonostante compaia pochissimo) e la bastardissima Sylvia Hoeks, alla quale è bastato un cambio di tinta per sembrare quasi orientale oltre che una stronza da primato. Mi soffermo un attimo su Ryan Gosling. Sono io la prima ad essermi quasi spaccata il cranio contro quello del Bolluomo nel momento in cui, all'unisono, siamo scoppiati a ridere quando non ricordo quale personaggio si è complimentato con K per sapere anche sorridere, però l'interpretazione "fissa" del bel Ryan è assolutamente perfetta in questo caso e quella faccetta da cane bastonato mi è entrata talmente dentro che sul finale ho persino speso una lacrima, commossa dalle vicende di questo replicante "più umano degli umani" e gabbato da un destino beffardo. D'altronde, non è che Harrison Ford sia mai stato un attore granché espressivo e invecchiando sul suo volto si percepisce sempre una sola emozione: quella del vecchio incarognito perché alla riunione di condominio non è riuscito ad impedire che si stanziassero fondi per l'ascensore nuovo. A parte questo sproloquio finale, confermo la bellezza di Blade Runner 2049, un film che più di altri quest'anno merita di essere visto al cinema, alla faccia dei detrattori e degli incassi miserrimi che sta avendo in patria.


Del regista Denis Villeneuve ho già parlato QUI. Ryan Gosling (K), Dave Bautista (Sapper Morton), Robin Wright (Tenente Joshi), Ana de Armas (Joi), Jared Leto (Niander Wallace), Harrison Ford (Rick Deckart) e Sean Young (Rachael) li trovate invece ai rispettivi link.

David Dastmalchian interpreta Coco. Americano, ha partecipato a film come Il cavaliere oscuroPrisonersAnt-Man, The Belko Experiment e a serie quali E.R. Medici in prima linea, CSI - Scena del crimine Twin Peaks. Anche sceneggiatore e produttore, ha 40 anni e cinque film in uscita tra cui Ant-Man and the Wasp.


Sylvia Hoeks interpreta Luv. Olandese, ha partecipato a film come La migliore offerta. Ha 34 anni e un film in uscita.


Edward James Olmos riprende il ruolo di Gaff dopo Blade Runner. Americano, ha partecipato a serie quali Il tenente Kojak, Starsky & Hutch, Chips, Miami Vice, CSI: NY, Dexter, Agents of S.H.I.E.L.D. e ha lavorato come doppiatore per episodi de I Simpson e per il corto Blade Runner: Black Out 2022. Anche, ha 70 anni e sei film in uscita, tra i quali Coco e The Predator.


Mackenzie Davis interpreta Mariette. Canadese, ha partecipato a film come Sopravvissuto - The Martian e a serie quali Black Mirror e Halt and Catch Fire. Anche produttrice, ha 30 anni e un film in uscita.


Lennie James interpreta Mister Cotton. Conosciuto come Morgan della serie The Walking Dead, ha partecipato a film come I miserabili, Snatch - Lo strappo e Lockout. Inglese, anche sceneggiatore, ha 52 anni.


David Bowie era la prima scelta di Villeneuve per il ruolo di Wallace ma il cantante è morto prima che cominciassero le riprese; il regista Ridley Scott ha invece lasciato il posto al collega (rimanendo come produttore), probabilmente per girare Alien: Covenant. Tra Blade Runner e il suo sequel ci sono tre corti, uno diretto da Shinichiro Watanabe, ovvero Black Out 2022 e due diretti da Luke Scott, ovvero 2036: Nexus Dawn (con Jared Leto) e 2048: Nowhere to Run (con Dave Bautista); se Blade Runner 2049 vi fosse piaciuto avete quindi un bel po' di roba da recuperare! ENJOY!




Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...