mercoledì 25 aprile 2018

Un nuovo Widget: isnotTV!!

Qualche settimana fa sono stata contattata dal team di isnotTV con una mail che mi proponeva di testare gratuitamente un widget sul Bollalmanacco.

Innanzitutto, cos'è isnotTV?
Una community internazionale il cui motto è "Save the world from watching crap". In pratica l'utente sceglie quali persone iscritte seguire e, in base ai propri gusti e a quelli di coloro di cui si fida maggiormente, il sito gli scodella bella pronta una serie di consigli per passare la serata con un bel film (o una serie). La cosa bella è che è tutto totalmente gratuito e che la scheda di ogni film/serie è corredata da un link che rimanda l'utente ai vari servizi streaming legali  dove recuperarlo.

Cosa c'entra il Bollalmanacco con tutto questo?
Beh, mi è stato proposto di inserire un widget all'interno degli articoli che scrivo. Attraverso questo piccolo ma utile strumentino ai lettori del blog viene data la possibilità di vedere il trailer del film recensito (in italiano, se c'è, altrimenti quello internazionale), leggere la trama con tutti i dettagli come cast, regista, ecc., trovare i siti dove vederlo in streaming legale e scoprire quali altre opere simili recuperare in caso di alto gradimento!
Ecco un esempio di come funziona il widget, usando come modello proprio un film recensito in questi giorni (dove non avete lasciato nemmeno un commento, cattivussi!!), ovvero Cell Block 99: Nessuno può fermarmi:


E' molto carino e anche funzionale, nevvero? La mia idea era quella di metterlo alla fine di ogni post, dopo il mio solito infoporn/sproloquio finale, ma si accettano suggerimenti.

Dove sta la fregatura?
Da nessuna parte, per una volta! Io ho ottenuto uno strumento per arricchire il blog e la possibilità di aggiungere i link alle mie recensioni sul sito, in cambio aiuterò i ragazzi di isnotTV a tenere in ordine il loro database, magari correggendo trame sbagliate o poco precise, traducendole dalle altre lingue così che anche gli utenti nostrani possano leggerle senza problemi, aggiungendo titoli in italiano (come nel caso di Cell Block 99: Nessuno può fermarmi) e così via. Mi pare un do ut des equo!

Quindi, riassumendo: oggi partirò per Trieste e per almeno una settimana ho post programmati ma al mio ritorno conto di utilizzare questo widget per ogni recensione, sperando di fare cosa utile e gradita per gli sparuti lettori del blog! Buon ponte lunghissimo del 25 aprile se lo fate e... ENJOY!

martedì 24 aprile 2018

Free Fire (2016)

Uno sfortunato incidente accorso nel periodo Natalizio è coinciso con la possibilità di passare del tempo bloccata in casa a guardare film... quindi, per cominciare, ho deciso di recuperare Free Fire, uscito in Italia (ma non a Savona) a inizio dicembre e diretto nel 2016 dal regista Ben Wheatley, anche co-sceneggiatore.


Trama: uno scambio di armi e denaro non va per il verso giusto e i coinvolti cominciano a spararsi, diffidenti l'uno dell'altro...



Immagino che tutti ricorderete il finale de Le Iene, uno stallo in cui i protagonisti, alla fine, si ritrovano l'uno contro l'altro e si sparano a vicenda. Fine. Ecco, Free Fire prende la sparatoria, l'allunga per un'ora e mezza e la trasforma in un film divertente, movimentato, angosciante e bellissimo. Merito di Ben Wheatley (e della moglie alla sceneggiatura), regista col quale ho un rapporto controverso ma che non si può dire abbia mai sbagliato un film o, meglio, che non sforni qualcosa di particolare e zeppo di personalità ogni volta. Free Fire, per esempio, poteva essere una tamarrata unica, perché la base è quanto di più action e banale ci sia al mondo: ci sono due gruppi di malviventi, un gruppo vuole i fucili, l'altro vuole i soldi, una persona fa l'intermediario. La fiducia reciproca è poca, già di partenza, e ovviamente succede qualcosa che innesca la miccia della tensione e trasforma una fabbrica abbandonata in un terreno di guerra dove tutti i protagonisti hanno come obiettivo la sopravvivenza e la morte di qualcun altro, vuoi per vendetta, vuoi per antipatia, vuoi per puro e semplice interesse personale. In un film banale (leggi: in un action USA) probabilmente la fabbrica ad un certo punto esploderebbe oppure ci sarebbe il macho man della situazione che, rimediando giusto una ferita sul finale, si ergerebbe su tutti i coinvolti scrollandosi di dosso le pallottole come acqua, qui la situazione è invece un po' diversa. Tanto per cominciare, i protagonisti di Free Fire sono uno più cretino dell'altro. Vanesi, innamorati della propria voce e al 90% ignoranti delle regole base di convivenza criminale se non addirittura pesci piccoli dal carattere rissoso, sembrano dei bambini impegnati in un gioco da adulti. Quando cominciano a volare le prime pallottole, una bellissima sequenza ce li mostra sconvolti, con un ralenti impietoso ad inquadrare corpi non tanto pronti ad armarsi a loro volta bensì desiderosi di allontanarsi dalla prima persona colpita, diretti verso qualunque riparo in grado di offrire salvezza perché consapevoli che la situazione sta per buttare molto, molto male. Da lì comincia un'ininterrotta sinfonia di pistole che sparano, gente che urla (di dolore ma anche per minacciare, chiamare i compagni, manifestare la propria disperazione o semplicemente rompere le palle al prossimo) e John Denver che canta, qualcosa che non solo non da tregua ai personaggi ma nemmeno allo spettatore.


Se l'idea di ambientare il tutto negli anni '70 è un raffinato tocco di classe che delizia gli occhi con costumi e pettinature a tema (e soprattutto impedisce ai protagonisti di avere un cellulare!), quella di utilizzare una fabbrica abbandonata è funzionale alla trama stessa. La scenografia, oltre a essere molto evocativa, è piena di nascondigli di fortuna ma anche di piccole cose in grado di far male e vedere i personaggi costretti a strisciare in mezzo ai vetri, le schegge di legno o i cocci di cemento crea un immediato senso di fastidio; ovviamente, la cinepresa di Ben Wheatley indugia su ogni espressione di dolore, su ogni ferita e persino sulle pallottole ma di tanto in tanto si allarga a mostrarci per intero il "campo da gioco" e le posizioni dei vari giocatori, rannicchiati dietro protezioni di fortuna, mentre un montaggio serratissimo porta quasi a voler chinare la testa per paura che una pallottola possa raggiungere persino noi spettatori. Gli attori, poi, sono perfetti. Assieme ad alcuni caratteristi che si imprimono a fuoco nella memoria pur senza avere un nome di richiamo, ci sono attori più conosciuti come Cillian Murphy, Armie Hammer e Brie Larson che interpretano alla perfezione i loro personaggi e soprattutto c'è Sharlto Copley. Ora, voi forse non avete idea di quanto fossi arrivata non sopportare Copley ma qui è decisamente il migliore del mazzo con quei baffoni assurdi e quell'accento caricatissimo (dal mio umile punto di vista Free Fire perde almeno cinque punti doppiato in italiano. Poi, fate voi) che lo rendono un personaggio esilarante ma, ovviamente, da non sottovalutare. L'inglesotto Ben Wheatley si riconferma dunque Autore a tutto tondo da tenere sottocchio. Magari non facile (anche se in questo caso fortunatamente non mi è esploso il cervello come con High Rise o Kill List) ma comunque originalissimo e pronto a sperimentare, oltre che dannatamente bravo. Di questi tempi è quasi un miracolo!


Del regista e co-sceneggiatore Ben Wheatley ho già parlato QUI. Sam Riley (Stevo), Michael Smiley (Frank), Brie Larson (Justine), Cillian Murphy (Chris), Armie Hammer (Ord), Sharlto Copley (Vernon), Noah Taylor (Gordon) e Jack Reynor (Harry) li trovate invece ai rispettivi link.

Enzo Cilenti interpreta Bernie. Inglese, ha partecipato a film come e a serie quali Kick-Ass 2, Guardiani della galassia, La teoria del tutto, Sopravvissuto - The Martian, High Rise e a serie come Il trono di spade. Anche produtore, ha 44 anni.



Babou Ceesay, che interpreta Martin, ha esordito al cinema con l'esilarante Tagli al personale. A Luke Evans era stato offerto il ruolo di Vernon ma l'attore ha dovuto rinunciare in quanto impegnato sul set de La bella e la bestia e anche Olivia Wilde ha declinato l'invito a partecipare al film. Se Free Fire vi fosse piaciuto recuperate Le iene, The Departed e Green Room. ENJOY!

domenica 22 aprile 2018

Cell Block 99: Nessuno può fermarmi (2017)

Scuotendo la testa per l'orrendo titolo italiota che gli hanno appioppato, in questi giorni ho recuperato Cell Block 99: Nessuno può fermarmi (Brawl in Cell Block 99), diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista S. Craig Zahler.


Trama: un ex pugile ed ex alcolista cerca di rifarsi una vita con la moglie e per racimolare denaro comincia a lavorare come corriere della droga. Quando una consegna finisce malissimo l'uomo viene condannato a sette anni di prigione ma è solo l'inizio di un incubo ben più terribile...


Da mesi tutti i blogger parlano benissimo di Cell Block 99 e siccome in questi giorni dovrebbe essere uscito straight to video anche nel nostro "bel" Paese arrivo anch'io a scrivere due righe per consigliarvi di assecondare la distribuzione italiana miope ed irrispettosa (per la cronaca, anche l'altro, bellissimo film di Zahler, Bone Tomahawk, qui è arrivato solo sul mercato dell'home video) e procurarvelo senza indugio. Come già accadeva con l'opera precedente di Zahler, Cell Block 99 è un film lento a carburare, che stuzzica lo spettatore con un preambolo atto a presentare al meglio il protagonista della pellicola, Bradley (mai Brad!) Thomas, e la sua situazione familiare, senza sprecare troppi dialoghi ma concentrandosi sui dettagli "ambientali" e sulla fisicità del personaggio. Fondamentalmente, Bradley è un mostro a malapena tenuto a bada da alcuni punti fermi quali onore, patriottismo e famiglia, un uomo che, per quanto ci provi, non è comunque in grado di condurre una vita normale e per tentare di averne una deve lo stesso scendere a compromessi col mondo criminale nella figura dell'amico Gil; quando quest'ultimo si mette in affari con dei messicani rissosi, Bradley finisce in carcere proprio per colpa del proprio codice morale e da lì comincia la letterale discesa all'inferno di un uomo che farebbe di tutto per proteggere le pochissime cose ancora pure ed importanti della sua vita. A un certo punto, quindi, Cell Block 99 diventerebbe uno dei più classici prison movie col protagonista non necessariamente "cattivo" nel senso stretto del termine, costretto a sopportare soprusi di carcerieri antipatici e di compagni di cella infingardi, se non fosse che, come da titolo, Bradley viene spinto (non vi dico come né perché) a raggiungere il blocco 99 e da lì la pellicola si contamina pesantemente con l'horror, come già accadeva in Bone Tomahawk, e diventa un omaggio ai grindhouse anni '70. Anche nelle sue fasi più concitate, tuttavia, Cell Block 99 è un film "ragionato", costruito alla perfezione, che non perde mai di vista la centralità del protagonista e tutto ciò che rende condivisibile al pubblico ogni sua azione o ogni suo momento riflessivo, che contribuisce non solo ad aumentare la tensione di una trama che ad un certo punto sfiora l'immorale, ma soprattutto a rendere più umano il personaggio di Bradley all'interno di un parterre di caratteri ad alto rischio cliché.


Bradley, tra l'altro, è interpretato da un Vince Vaughn quasi irriconoscibile che regge sulle spalle tutto il peso del film. Abituati come siamo all'azione frenetica e coreografata in maniera quasi surreale dei combattimenti action non solo dei cinecomics ma di qualsiasi film a base di violenza, vedere Vince Vaughn boxare con movimenti ragionati e "trattenuti" (ma non meno efficaci, Cristo) senza ausilio di controfigure, è affascinante e trasmette tutto il dolore di un pugno chiuso che impatta contro la carne e le ossa di chi è tanto sfortunato da subirne la furia. Diciamo che è un po' come succedeva in Profondo Rosso, dove tutte le morti erano causate da oggetti o elementi "comuni", veicolanti sensazioni che qualsiasi spettatore ha provato almeno una volta in misura minore: qui abbiamo un energumeno intelligente, incazzato e infaticabile che mena pugni veri, non un folletto orientale che spacca gli avversari a calci volanti, ed ogni osso spezzato, dente che salta, scheggia di vetro, nonaggiungoaltroomisiaccapponalapellesantoDdio, soprattutto se ripreso nel dettaglio o grazie a raffinati piani sequenza, entra secco nelle ossa e nei muscoli dello spettatore, alla faccia degli effetti speciali volutamente grezzi sul finale. Oltre a questo modo maschio e realistico di rappresentare la violenza, di Cell Block 99 ho apprezzato molto le scenografie del carcere di massima sicurezza, un emblema perfetto di "cura medievale per il tuo c**o" (cit.) che fa perdere ogni speranza sia al pubblico che ai carcerati, e poi ovviamente la comparsa di due caratteristi adorati come Don Johnson e Udo Kier. Quest'ultimo, in particolare, sarà anche "placid" e dotato di poco minutaggio ma come mette paura lui, con quelle due parole in croce cariche di terrificanti minacce, nessuno mai. Quindi Zahler ha lanciato nel mondo del cinema un'altra bella bombetta e ciò lo rende uno dei registi da tenere d'occhio nell'imminente futuro: quest'anno dovrebbe uscire Dragged Across the Concrete, che già dal titolo promette non bene, di più, e io lo attendo con gioia!


Del regista S. Craig Zahler ho già parlato QUI. Vince Vaughn (Bradley Thomas), Jennifer Carpenter (Lauren Thomas), Don Johnson (Guardia Tuggs) e Udo Kier (Uomo tranquillo) li trovate invece ai rispettivi link.

Marc Blucas interpreta Gil. Americano, indimenticato Riley di Buffy l'ammazzavampiri, lo ricordo per film come Pleasantville, Jay & Silent Bob... fermate Hollywood!, They - Incubi dal mondo delle ombre, Innocenti bugie e Red State, inoltre ha partecipato ad altre serie quali Dr. House e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, ha 46 anni.


Se Cell Block 99: Nessuno può fermarmi vi fosse piaciuto recuperate La fratellanza e Bone Tomahawk. ENJOY!

venerdì 20 aprile 2018

Molly's Game (2017)

Esce questa settimana in tutta italia Molly's Game, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Aaron Sorkin e nominato agli ultimi Oscar per la sceneggiatura non originale (il film è tratto dall'autobiografia di Molly Bloom, ovvero Molly's Game: From Hollywood's Elite to Wall Street's Billionaire Boys Club, My High-Stakes Adventure in the World of Underground Poker).


Trama: dopo un disastroso incidente che ha terminato la sua carriera di sportiva, la giovane Molly Bloom si ritrova indagata dall'FBI per essere diventata la regina del poker clandestino...


Il 2018 cinematografico probabilmente verrà ricordato come quello in cui le sportive a un passo dalle Olimpiadi escono di testa e abbracciano l'illegalità. Prima c'è stata la Tonya di Margot Robbie, ora arriva la Molly Bloom di Jessica Chastain, raffinata organizzatrice di bische clandestine che per qualche anno è riuscita a vivere alle spalle di potenti ricchi ed annoiati pronti a lasciare ingenti somme di denaro sui tavoli da poker. Le differenze tra le due donne non potrebbero essere più evidenti: mentre il retaggio di Tonya Harding è quello della white trash proletaria e la sua natura quella di "macchina da pattinaggio", Molly Bloom viene da una famiglia di atleti e, oltre ad essere incredibilmente acculturata, ha come unico obiettivo nella vita quello di vincere, non importa in quale campo. Donna fatta letteralmente d'acciaio, Molly ha subito sconfitte fin dalla più tenera età ma si è sempre rialzata e non solo a causa dello sprone di un padre severo ma ipocrita, bensì grazie soprattutto al nocciolo fondamentalmente duro del suo carattere indomito, quello stesso nocciolo che le impedisce di abbracciare appieno una carriera "criminale". A differenza di ciò che accade in molti film imperniati sul mondo delle scommesse, il personaggio di Molly ha infatti una morale e un rigido codice d'onore che le impediscono non solo di accettare compromessi ma anche di cercare facili vie di fuga quando la situazione si fa critica, inoltre l'inevitabile spirale discendente che cattura questo genere di protagonisti non è incontrollata come spesso succede, neppure quando Molly comincia a prendere delle droghe "per rimanere sveglia". Il destino di Molly assomiglia ad una sorta di caos ragionato e il film mostra una protagonista sempre e comunque lucida, calcolatrice ma non malvagia, come arriverà a scoprire l'avvocato Charlie Jaffey, incaricato di difenderla e affascinato suo malgrado dalla personalità della donna. La stessa fascinazione, nonostante la consapevolezza di una storia romanzata e sicuramente filtrata dal punto di vista soggettivo della vera Molly, autrice della biografia da cui il film è tratto, la subisce lo spettatore che non può fare altro che parteggiare per questa signora sfortunata che, in fin dei conti, non faceva altro che sfruttare i soldi di chi poteva permettersi di perderli a poker, senza depredare poveracci o simili.


D'altronde, sottrarsi al fascino carismatico di Jessica Chastain è un po' impossibile. La favolosa attrice, ingiustamente snobbata agli Oscar, mette tutta sé stessa nell'interpretazione di un personaggio difficile, a tratti talmente intelligente e capace da essere fuori dal mondo eppure lo stesso incredibilmente umano e fragile, con quello sguardo testardo capace di bucare lo schermo e la parlantina devastante che probabilmente metterà in ginocchio adattatori e doppiatori italiani. Di fatto, è soltanto la presenza di Jessica Chastain a rendere memorabile un film che soffre di qualche lungaggine a livello di sceneggiatura pur essendo strutturato in modo dinamico ed intrigante anche per chi non è avvezzo al mondo del poker. La prima parte, che vede tra le figure chiave un Michael Cera particolarmente ambiguo, scorre veloce concentrandosi sulla scalata di Molly verso i più alti livelli del gioco d'azzardo clandestino, la seconda si impantana in qualche cliché di troppo (la mafia italiana, quella russa, i problemi familiari corollati dal mega spiegone finale del padre...) ed è interessante soprattutto per quel che riguarda la parte giuridica della questione, con Idris Elba che si fa avanti per dare man forte alla protagonista dimostrando tutte le sue doti di attore carismatico e, se posso dire, anche di ometto dalla bella presenza, alla faccia delle inguardabili parrucche di Thor: Ragnarok. La chimica tra i due interpreti c'è e fa funzionare bene il film, sicuramente più di quanto non faccia la regia di Aaron Sorkin, alla sua prima prova dietro la macchina da presa e non particolarmente degno di infamia o lode, per quanto il suo modo di gestire le scene mi abbia ricordato a tratti il David O. Russel di American Hustle (ma forse era solo per l'argomento trattato, chissà. Ormai ho visto quel film talmente tanto tempo fa!). Detto questo, Molly's Game è una pellicola che merita una visione, soprattutto se vi interessa questo genere di storie che hanno per protagonisti figure ambigue al limite della legalità e se siete fan della Chastain. In quest'ultimo caso, però, meglio cercare un cinema che lo proietti in lingua originale.


Di Jessica Chastain (Molly Bloom), Idris Elba (Charlie Jaffey), Kevin Costner (Larry Bloom), Michael Cera (Giocatore X), Jeremy Strong (Dean Ketih), Chris O'Dowd (Douglas Downey) e Graham Greene (Giudice Foxman) ho già parlato ai rispettivi link.

Aaron Sorkin è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima prova dietro la macchina da presa. Americano, come sceneggiatore ha firmato film come Codice d'onore, Malice - Il sospetto, Il presidente - Una storia d'amore, The Social Network, che nel 2011 gli è valso un Oscar, e Steve Jobs. Anche produttore e attore, ha 57 anni.


Bill Camp interpreta Harlan Eustice. Americano, ha partecipato a film come In & Out, Lincoln, 12 anni schiavo, Birdman, Black Mass - L'ultimo gangster, Loving e The Killing of a Sacred Deer.


Tra le guest star della pellicola spunta a un certo punto il mitico Steve di Stranger Things, alias l'attore Joe Keery, nei panni dello sprovveduto Cole. Se Molly's Game vi fosse piaciuto recuperate anche Casino, Ocean's Eleven e Tonya. ENJOY!

giovedì 19 aprile 2018

(Gio)WE, Bolla! del 19/4/2018

Buon giovedì a tutti! Dico, ma almeno il giorno del mio compleanno potevano far uscire qualcosa di decente al cinema? No! Il regalo che aspettavo con ansia, Ghost Stories, non è arrivato e ha lasciato spazio a fuffa. ENJ... ma anche no!

Il tuttofare
Reazione a caldo: Uff.
Bolla, rifletti!: Lo sceneggiatore è lo stesso di Smetto quando voglio, in questo caso anche regista, ma manca il tocco Sibiliano e non vorrei che Castellitto giganteggiasse fino a mangiarsi tutto il film lasciando, di fatto, ben poca "ciccia". Come al solito, lascio che altri blogger si immolino!

Escobar - Il fascino del male
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Spulciando qui e là delle recensioni straniere mi par di capire che l'unico pregio di avere questo film in Italia è che il doppiaggio ci metterà una pezza visto che gli attori parlano un terrificante inglese inficiato da un accento spagnolo pesantissimo. Detto questo, potrebbe anche essere una storia intrigante ma temo il polpettone e, ancor peggio, temo Pénelope Cruz...

Al cinema d'élite si va sull'autoriale, too much for me.

Doppio amore
Reazione a caldo: Hm.
Bolla, rifletti!: Dato il periodo un po' sconfortante ho bisogno di allegria, non di raffinati giochi di doppi e sensualità. Sono certa però che questo film sia bellissimo, quindi fatemi sapere, voi che siete più colti di me!

Il Bollodromo #46: Lupin III - Parte 5 - Episodio 3


Incredibile aMMisci! Alla terza puntata Lupin III - Parte 5 non molla il colpo e continua a confermarsi una delle serie migliori tra quelle dedicate al Ladro Gentiluomo. Nella speranza che continui su questa strada vediamo un po' che è successo questa settimana: ecco a voi il commento a 殺し屋は荒野に集う - Koroshiya ha Kouya ni Tsudou (Gli assassini si radunano nel deserto)... ENJOY!

Questa settimana, per la cronaca, si mangia Ramen istantaneo.
Avevamo lasciato Lupin e compagnia in Bwanda (??), alle prese con il terribile gioco Happy Death Day, che ha riunito tutte le nemesi cartacee create da Monkey Punch e le ha scagliate in massa contro i nostri eroi. Ora, prima di continuare faccio ammenda per la mia memoria del cavolo: avevo sentore di aver già visto buona parte dei killer coinvolti nel gioco ma solo con la puntata uscita martedì sono riuscita a ricordare di averli visti tra le pagine dei manga Lupin e Shin Lupin e a riconoscerli quasi tutti. Purtroppo il "tratto" nervosetto del Maestro rende davvero poco con il character design moderno e personaggi come Mamma, il capo del Clan dei Ratti (finalmente!), Shinpei e Chishio Akaki perdono un buon 90% di personalità in versione cartone animato. Ma chi sono io per giudicare? Vergogna su di me (e sulla mia mucca)! Dicevamo, dopo aver fatto impazzire per un po' i vari killer, soprattutto grazie alle capacità da hacker di Ami, Lupin riesce a scappare ma il capo del Clan dei Ratti colpisce comunque la ragazza con un proiettile, ferendola. Mentre viene curata, la poveretta racconta la sua triste infanzia: rapita da bambina da un branco di pedofili che facevano foto porno a lei e ad altri pargoletti per rivenderle (Auguri, adattatori italiani!!), è riuscita a "salire" nella loro scala di valori dimostrando di essere una programmatrice coi fiocchi per poi scappare e rifugiarsi nelle Twin Tower dove è stata trovata da Lupin. Quest'ultimo, nel frattempo, ha capito (grazie alla mossa scellerata del capo del Clan dei Ratti) che l'unico modo per sconfiggere i killer è metterli uno contro l'altro sfruttando una piccolissima falla nel gioco Happy Death Day. Se lo scopo del gioco è azzeccare la data di morte della vittima, è normale pensare che non tutti i partecipanti vogliano Lupin morto subito e che l'obiettivo di buona parte di essi sia rapirlo per poi ucciderlo il giorno stabilito onde incassare i proventi della scommessa. Grazie all'ausilio di un selfie stick e del superpotere del web, Lupin invita quindi tutti i partecipanti a raggiungerlo in un bel luogo isolato dove Jigen e Goemon fanno la festa ai killer che non si sono ammazzati già a vicenda, mentre il Capo del Clan dei Ratti viene ucciso da un Lupin particolarmente infuriato.

Mamma e Chishio Akaki, manga vs anime. Quanto è più stiloso Monkey Punch?
Volendo trovare un difetto all'episodio, nonostante lo scontro finale con gli assassini promettesse scintille, c'è sì stata molta azione ma anche poca viulenza. Sì, Goemon mozza le mani a Shinpei, Jigen spara, Lupin idem, tuttavia si tratta di scene innanzitutto non animate benissimo (a un certo punto il nostro samurai sembra uno spaventapasseri) e poi sono tre gocce in un mare di inseguimenti e inquadrature di chat (simpatica scelta all'inizio, ora ha un po' rotto le scatole anche perché le sequenze sono talmente rapide che leggere i tweet in giapponese è praticamente impossibile). Fortunatamente, i dialoghi e le atmosfere della serie sono quanto di più adulto si potesse sperare di avere dopo la disfatta de L'avventura italiana. A parte Ami che, probabilmente traumatizzata dall'esperienza coi pedofili, propone a Lupin di rubarle la verginità senza troppi giri di parole (ce ne sarebbe con Goemon secondo me ma la fanciulla a un certo punto chiede a Lupin se lui e Jigen non siano in realtà due donne travestite maOOOOH UN PO' DI RISPETTO, SVERGOGNATA!!! - E un po' di rispetto anche per Mer*aset, ché qui si parla di S.E.S.S.O. Chi pensa ai bambini??, cit. - ), la puntata mostra chiaramente i nostri eroi soddisfatti all'idea di essersi sfogati in battaglia e orgogliosi di essere ladri e assassini. Inoltre, i dialoghi tra Lupin e Ami sono infarciti di una malinconia tutta particolare, legata allo scorrere del tempo che pare aver intaccato in qualche modo il carattere indomito del protagonista; a quanto pare, tra lui e Fujiko non c'è più il legame di un tempo e l'incontro (finalmente!) tra i due è nostalgico, dolceamaro. Non tanto perché Fujiko tira fuori una pistola e la punta contro il povero Lupin (non sarebbe la prima volta...) candidandosi come "unica in grado di farlo fuori" quanto per  un atteggiamento di rassegnato rimpianto che richiama prepotentemente le atmosfere della sigla finale. Chissà nella prossima puntata verrà chiarito ciò che è successo tra i due dopo il matrimonio di Lupin con Rebecca Rossellini? Quel che è certo è che Fujiko in questa serie è tornata ad essere la sensuale e seria professionista degli esordi... e anche che la settimana prossima arriverà il vecchio Zazà a rompere le uova nel paniere, con una puntata dedicata interamente a lui, fin dal titolo. Speriamo che l'ispettore non finisca per buttare tutto in caciara!

Altrimenti ti sparo, Zazà. Sallo.

Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 5:

Episodio 1
Episodio 2

mercoledì 18 aprile 2018

Il segreto del mio successo (1987)

Questo mese la Koch Media distribuisce in home video uno dei film che più ho amato da bambina, Il segreto del mio successo (The Secret of my Success), diretto nel 1987 dal regista Herbert Ross.


Trama: Brantley Foster, neolaureato di belle speranze proveniente dal Kansas, decide di trasferirsi a New York e diventare un manager di successo. Riesce a farsi assumere come fattorino nella multinazionale del ricco zio ma per una serie di circostanze fortuite diventa, all'insaputa di tutti, uno dei dirigenti più intraprendenti e capaci della ditta...


Erano almeno vent'anni, forse anche di più, che non riguardavo Il segreto del mio successo, eppure durante la visione mi sono accorta con gioia che il film si era sedimentato tenacemente nei recessi della mia memoria, al punto che dopo pochi minuti qualcosa mi ha cominciato a sussurrare nomi, battute, melodie in sincrono col DVD. E non avete idea di quanto mi abbia fatto piacere vedere Mirco, che ovviamente non aveva mai neppure sentito nominare il film in questione, divertirsi assieme a me davanti alle mirabolanti, assurde avventure di un ragazzo del Kansas che vorrebbe diventare un grande manager newyorchese in virtù di una laurea e tanto entusiasmo. Ovvio, ci sono stati anche momenti in cui la lacrima compulsiva è scesa da sola, ché non è un mistero quanto io adori e abbia sempre adorato Michael J. Fox, con la sua faccia pulita da bravo ragazzo ammeregano, l'innata capacità di uscire con incredibile abilità dai casini più grandi e, ovviamente, quella di coronare i suoi sogni d'amore, non importa quanto impossibili; anche Il segreto del mio successo è un film cucito apposta sulla fisicità dell'attore ed è un rigurgito di ottimismo tipicamente anni '80, l'elogio del self made man in grado di raggiungere qualsiasi obiettivo grazie fondamentalmente all'enorme forza di volontà e ad una giusta dose di intraprendenza sconfinante nella simpatica sfacciataggine (diverso dal secondo personaggio di yuppie interpretato da Michael J. Fox in Le mille luci di New York, decisamente più drammatico). In effetti, a pensarci bene Brantley Foster non ha un difetto che sia uno, salvo forse l'ingenuità e la "sfortuna" di essere nato in Kansas, e tutti i personaggi positivi arrivano a volergli bene fin da subito, offrendo il beneficio del dubbio a questo novellino dalle grandi capacità, capace di portare freschezza e idee nuove nello stantio mondo dello yuppismo rampante. Brantley è così perfetto che il suo personaggio non segue nemmeno il solito percorso  in tre atti "ascesa-caduta-redenzione" tipico della commedia USA, in quanto quella del protagonista è un'ascesa rocambolesca ma costante e la sua caduta sul finale è talmente insignificante da non potersi nemmeno definire tale, giusto una piccola frenata che lo proietterà subito dopo nell'empireo dell'alta società di Manhattan, in un finale a tarallucci e vino che normalmente risulterebbe più che odioso se non fosse che lo spettatore viene spinto fin da subito ad adorare Brantley e augurargli il meglio.


Davanti a "un'amore così grande" diventa credibile anche una sceneggiatura che non solo consente al protagonista di impossessarsi di un ufficio vacante per condurre una vita da colletto bianco in parallelo con quella da corriere (evento, si dice, ispirato a un episodio della vita di Steven Spielberg!) ma di infiltrarsi impunemente anche nelle riunioni dei dirigenti, diventando tale pur senza essere mai stato visto da nessuno, men che meno dal presidente della multinazionale. Oltre a questo, Il segreto del mio successo avrebbe rischiato di impantanarsi in una sottotrama rosa anche troppo tirata per le lunghe ma fortunatamente agli sceneggiatori è venuto in mente di inserire un elemento di disturbo incarnato dalla procace e sensualissima ZILF Vera, moglie ricca ed annoiata del presidente che non perde occasione di saltare addosso al povero Brantley rendendosi protagonista delle due scene cult che non ho mai dimenticato dall'infanzia, entrambe scandite dall'iconica Oh Yeah della band svizzera Yello: quella della seduzione in Limousine e quella, esilarante, dello scambio di camere nella magione di Prescott, un trionfo di umorismo "guardone" degno delle migliori gag di Benny Hill. L'attrice Margaret Whitton non è l'unico membro del cast capace di far brillare ancor più la stella di Michael J. Fox, anche il resto dei co-protagonisti è perfetto, a partire dalla bella Helen Slater con una capigliatura incredibilmente anni '80 per arrivare all'affascinante ma laido Howard Prescott di Richard Jordan, senza dimenticare tutti i caratteristi che godono di almeno un paio di scene topiche ed indimenticabili come il simpatico John Pankow, "Chiamami Dio" Christopher Murney o Gerry Bamman (lo zio Frank di Mamma ho perso l'aereo, per intenderci). Il timore di arrivare a detestare un film amato come Il segreto del mio successo era tanto ma per fortuna la pellicola di Herbert Ross tiene botta anche dopo 30 anni quindi il mio consiglio è quello di immergervi nella New York zeppa di yuppies e "criminalità" dei mitici 80ies e godervi uno dei film migliori di Michael J. Fox!


Di Michael J. Fox, che interpreta Brantley Foster/Carlton Whitfield, ho già parlato QUI mentre John Pankow, che interpreta Fred Melrose, lo trovate QUA.

Herbert Ross è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Goodbye, Mr. Chips, Provaci ancora Sam, Due vite una svolta, Footloose, Fiori d'acciaio e Il testimone più pazzo del mondo. Anche produttore, è morto nel 2001 all'età di 74 anni.


Helen Slater interpreta Christy Wills. Americana, la ricordo per film come Supergirl - La ragazza d'acciaio e Scappo dalla città - La vita, l'amore e le vacche, inoltre ha partecipato a serie quali Will & Grace, Grey's Anatomy, Supernatural, CSI: NY, Smallville e Supergirl. Come doppiatrice, ha lavorato nelle serie Batman. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 55 anni e due film in uscita.


Richard Jordan interpreta Howard Prescott. Americano, ha partecipato a film come Torna El Grinta, La fuga di Logan, Dune, Caccia a Ottobre Rosso e a serie quali Il tenente Kojak e I racconti della cripta. Anche produttore, è morto nel 1993 all'età di 56 anni.


Fred Gwynne interpreta Donald Davenport. Americano, lo ricordo per film come Cotton Club, Attrazione fatale, Cimitero vivente, Ombre e nebbia e Mio cugino Vincenzo inoltre ha partecipato a serie quali I Mostri. Anche sceneggiatore, è morto nel 1993 all'età di 66 anni.

Lo riconoscete...? XD
Nella sceneggiatura originale il protagonista avrebbe dovuto innamorarsi di una prostituta ingaggiata dallo zio ma la Universal ha preteso una riscrittura e Christy è diventata una dirigente d'azienda, inoltre il film avrebbe dovuto avere un sequel ma alla fine non se n'è fatto nulla. Detto questo, se Il segreto del mio successo vi fosse piaciuto recuperate Amore con interessi, Doc Hollywood - Dottore in carriera, Una donna in carriera, Mister Hula Hoop e Voglia di vincere. ENJOY!

martedì 17 aprile 2018

Terrifier (2017)

Della serie: volemose male. Sì, ho recuperato Terrifier dopo averne sentito parlare bene da chiunque e sì, ora mi ritrovo a ringraziare lo sceneggiatore e regista Damien Leone per aver fomentato ulteriormente la mia coulrofobia...


Trama: la notte di Halloween un maniaco vestito da clown comincia a perseguitare due ragazze, uccidendo chiunque tenti di aiutarle...



Avevo già fatto la conoscenza di Art il Clown nel 2014 "grazie" a All Hallow's Eve, un filmetto a episodi realizzato coi piedi e dimenticabile, tratto dai precedenti corti di Damien Leone. L'unica cosa che mi era rimasta impressa di All Hallow's Eve (tolta un'imbarazzante rumenta a base di alieni) era per l'appunto Art, protagonista del segmento più terrificante in assoluto, silenziosa figura bianchissima dotata non solo del dono dell'ubiquità e di una natura probabilmente sovrannaturale ma anche di uno spiccato gusto per lo splatter. Cinque anni dopo, Leone ha deciso di rispolverare la sua creatura più riuscita e di farsi produrre da Dread Central, "regalando" al pubblico una splatterata trucida come poche, un giro all'interno di una squallida casa degli orrori dove lo spettrale Art il clown può sbucare da qualsiasi angolo, con qualsiasi oggetto di tortura in mano, senza mai emettere un suono, degno contraltare di un Pennywise che messo di fianco a lui farebbe paura quanto un'educanda. Terrifier non è un horror intelligente né innovativo, è piuttosto viscerale, bastardo e sceglie di andare a solleticare gli istinti più bassi di uno spettatore ormai disabituato a vedere passare sullo schermo (grande o piccolo che sia) omicidi efferati per il semplice gusto del sangue, del cuore che accelera i battiti per la paura dell'attesa di un colpo di scena che arriverà, sicuro come la morte e le tasse, ad infartare noi e a terminare le povere vittime designate. Vittime che, per inciso, sono dei manichini semoventi con un cartello sulle spalle che urla "uccidetemi nei modi peggiori", prive di background, personalità o motivazioni, eppure tutte le terrificanti torture che infligge loro il maledetto Art sono forse ancora più "percepibili" in quanto quei personaggi, neutri come sono, potremmo essere noi, bloccati in un palazzo dal quale non è possibile uscire, già condannato alla demolizione, braccati da un clown pazzo. Brr.

How about NO??
Detto questo, Art il Clown fa più paura quando rimane fermo e silenzioso a farsi passare per la persona normale che non è. L'intera sequenza iniziale (anzi, la seconda sequenza, ché la prima, cattivissima, non ha Art come protagonista e mi ha ricordato parecchio l'adorabile Delirium di Dylan Dog) è costruita per uccidere letteralmente chi, come me, ha paura dei clown ed è imperniata su silenzi protratti, contatti indesiderati, giochi di sguardi, dettagli perturbanti e quant'altro possa serrare lo stomaco nell'attesa che arrivi la mazzata potentissima. Poi, certo, quando Art si sfoga più che inquietudine fa schifo, ma schifo a livello "Bolla perché guardi questi film facendo colazione che ti si ripropone persino il panettone del 2007?", questo nonostante gli effetti speciali non siano proprio eccelsi. Come ho detto, Terrifier è un film trucido che gode di tutto il  basso budget con cui è stato realizzato e compensa la mancanza di realismo e di attori validi con incredibile entusiasmo unito alla potenza di una figura come quella di Art il Clown. Non è solo il trucco succido di un clown bianco bianco coi denti nerissimi a spaventare, ma anche e soprattutto la mimica di David Howard Thornton, l'uomo nascosto sotto il pagliaccio, le cui facce fanno a tratti persino vergognosamente ridere, mentre altre... vabbé, diciamo che se incontrassi costui per strada pregherei il Signore di prendermi all'istante per non farmi soffrire. In conclusione, io da un lato spero che Leone non riesumi mai più la sua creatura maledetta, dall'altro non posso far altro che complimentarmi con lui per aver riportato l'orrore ignorante sugli schermi con così tanta maestria e avermi instillato la paura di vedere spuntare Art il clown da ogni anfratto. Sono forse pazza?


Del regista e sceneggiatore Damien Leone ho già parlato QUI.


David Howard Thornton, che presta il volto al terrificante Art il clown al posto di Mike Giannelli (che in effetti era un po' più "ciccio", se vogliamo), ha interpretato il Joker nella web series Nightwing: Escalation quindi era già abbonato al ruolo di pagliaccio folle. Detto questo, se Terrifier vi fosse piaciuto sappiate che Art "è nato" nel corto omonimo, sempre diretto da Leone, ed è tornato in All Hallow's Eve, discutibilissimo film a episodi dove effettivamente l'unica cosa degna di nota è il segmento dedicato al clown; se avete tempo e voglia recuperateli entrambi! ENJOY!

lunedì 16 aprile 2018

Tre giorni di tristezza con un pizzico(ne) d'ignoranza

Prima è toccato a Milos Forman. Come tutti, ho adorato Qualcuno volò sul nido del cuculo e Amadeus, per quanto quest'ultimo lo abbia conosciuto solo l'anno scorso. E sì, mi sono piaciuti tantissimo anche Larry Flint - Oltre lo scandalo e Man on the Moon, quindi grazie Milos per tutto, soprattutto per la tua enorme eleganza.


Poi è scomparso Vittorio Taviani e qui devo ammettere di essere non carente, di più. Assieme al fratello ha portato onore e gloria al cinema italiano ma io non ho mai, e dico mai visto un film da lui diretto. Bella cinefila del menga, eh? Apro qui un ON DEMAND non ufficiale: consigliatemi IL film da lui diretto che devo assolutamente guardare e farò ammenda, prometto. Non costringetemi ad andare a caso e affidarmi alla mia ignoranza.


Ultimo, ma non per questo ultimo: il sergente che, grazie a Kubrick, più abbiamo amato odiare dal 1987 in poi, talmente iconico da essere finito a parodiarsi persino ne I Simpson e in Toy Story, per non parlare delle apparizioni speciali in film come Non aprite quella porta e, soprattutto, Sospesi nel tempo. Addio R. Lee Ermey, non esisterà mai più un sergente bastardo come il tuo!!




domenica 15 aprile 2018

Deserto rosso sangue (2016)

Le uscite Midnight Factory per il mese di aprile sono Inside, di cui ho già parlato QUI e che vi consiglio di non perdere se avete uno stomaco ben preparato, e Deserto rosso sangue (It Stains the Sands Red), horror diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Colin Minihan.


Trama: con l'apocalisse zombi in corso, una donna cerca di raggiungere la salvezza di un aeroporto in mezzo al deserto ma viene inseguita da un vorace e tenacissimo morto vivente...



Questo è un po' un periodaccio per quel che riguarda le mie condizioni di salute. Alla zampa che continua a fare male nonostante tutti dicano "Ma com'è possibile? Ancora?" (Fidatevi, cazzo. Fa ancora male anche se sorrido, faccio scale, cammino veloce, sollevo pesi, dopo quattro mesi, sì.) si sono aggiunti altri allegri malanni che concorrono, assieme alla pioggia costante, ad abbattere il mio umore e a causarmi uno stato di letargia pressoché costante, una stanchezza che si manifesta appena mi siedo/sdraio da qualche parte. Sì, lo so che dei miei scazzi di salute fregherà poco a chi dovesse passare a leggere queste righe per caso ma era per dire che guardando Deserto rosso sangue, oltre ad essermi addormentata a più riprese (non perché il film sia brutto, infatti ogni volta rimandavo indietro il DVD, porca zozza), ho sofferto l'impossibilità di aggrapparmi alla suspension of disbelief necessaria per credere che una donna con delle scarpe palesemente scomode e il ciclo potesse camminare ininterrottamente nel deserto USA, sotto il sole cocente, per giorni. Porco schifo, si vede che la sceneggiatura l'hanno scritta due uomini. Io non sono una di quelle donne che si danno malate i primi due giorni di ciclo ma, Cristo, con la pressione bassa che ho, se dovessi trovarmi nella situazione di Molly probabilmente morirei prima di venire raggiunta dallo zombi, bamba o non bamba, anzi, mi lascerei morire io direttamente e buonanotte al secchio. Invece Molly, che per inciso fugge dalla città conquistata dai morti viventi truccata di tutto punto e conciata manco dovesse andare in discoteca, si getta in volo e va marcia fiera verso la sua meta come la perfetta testimonial della Nuvenia, prendendosi anche il tempo di bullizzare il povero morto vivente costretto a seguire la scia del suo sangue mestruale e compiendo tante di quelle scelte scellerate da poter concorrere tranquillamente al Darwin Award e vincerlo. Ok, mi scuso, questo stesso post sembra scritto da una col ciclo ma la verità è che dopo l'inizio un po' scemo Deserto rosso sangue cambia, per fortuna.


Nonostante un paio di scelte di sceneggiatura paradossali, ingiustificabili anche riflettendo sulla natura di "sprone" del morto vivente denominato Piccolo, Deserto rosso sangue imbastisce un racconto di formazione all'interno del quale la protagonista passa dall'essere una donnaccia cocainomane da prendere a badilate nella faccia ogni due sequenze a personaggio perlomeno tridimensionale, con un cervello, un passato fatto di scelte sbagliate, un desiderio di sopravvivere legato a qualcosa di ben più importante di una sniffata. Ad ogni metro macinato nel deserto Molly si spoglia, letteralmente, della maschera di gretto menefreghismo indossata all'inizio, diventando più lucida, consapevole e umana ad ogni passo, aprendo gli occhi per la prima volta sulla sua condizione e su quella dei belini molli di cui ama circondarsi, la peggio feccia del genere maschile. Sicuramente è tutto molto didascalico, riportato su schermo con la finezza della carta vetro anche per quel che riguarda la messa in scena, fatta di flashback dai colori saturi e un presente caratterizzato dalla fotografia gretta di un grindhouse leggermente più raffinato del solito e bruciato dal sole, però si arriva comunque ad affezionarsi alla protagonista, a seguire con apprensione i suoi pellegrinaggi sempre più difficili e a volerle persino bene. Considerato il regista/sceneggiatore che ha messo mano alla pellicola (lo stesso che assieme all'altro co-sceneggiatore, Stuart Ortiz, aveva firmato con lo pseudonimo The Vicious Brothers quell'orrore di ESP - Fenomeni paranormali) e considerato quanto non sia facile, al giorno d'oggi, realizzare un film di zombi con qualcosa di diverso da dire, credo che Deserto rosso sangue sia un horror che merita almeno una chance, soprattutto se il genere tanto amato da Romero vi appassiona.


Del regista e co-sceneggiatore Colin Minihan ho già parlato QUI mentre Juan Riedinger, che interpreta Piccolo, lo trovate QUA.

Brittany Allen interpreta Molly. Canadese, ha partecipato a film come Extraterrestrial e Saw Legacy. Anche produttrice, sceneggiatrice, regista e compositrice, ha 32 anni e un film in uscita.


L'edizione in DVD della Midnight Factory è corredata da un libretto curato dalla redazione di Nocturno e da alcuni inserti speciali, ovvero trailer, backstage e una featurette relativa al lavoro sul set. L'attore T.C. Gibson, che interpreta Nick, aveva partecipato a ESP - Fenomeni paranormali, il primo, orrendo lungometraggio di Colin Minihan. Detto questo, se Deserto rosso sangue vi fosse piaciuto recuperate Il giorno degli zombi e magari anche Fido! ENJOY!

venerdì 13 aprile 2018

A Quiet Place: Un posto tranquillo (2018)

Per un pelo, visto che mercoledì era l'ultimo giorno di programmazione savonese, ho recuperato il bellissimo A Quiet Place: Un posto tranquillo (A Quiet Place), diretto e co-sceneggiato dal regista John Krasinski.


Trama: in un futuro non precisato, una famiglia è costretta a sopravvivere senza far rumore, circondata da orribili creature scatenate da qualsiasi tipo di suono.


Non mi sono mai trovata a riflettere su quanto sia rumoroso il mondo. A pensarci, anche in questo istante sto facendo casino, battendo le dita sulla tastiera, mentre ascolto la musica e il vicino di casa sta passando il tosaerba, i pargoli a strillare non si sa bene per quale motivo; tutte queste cose non le classifichiamo come "rumori", al massimo come suoni di fondo ad accompagnare la quotidianità delle nostre giornate, ma cosa succederebbe se questa naturale "colonna sonora" implicasse la nostra morte istantanea? E' incredibile pensare a quante attività si fermerebbero, a come sarebbe impossibile anche solo spostarsi se non a piedi, comunicare con le persone lontane, persino lavare i piatti, ché comunque le stoviglie fanno rumore anche maneggiandole con attenzione. Insomma, ogni attività, anche la più banale, diventerebbe un terno al lotto per la sopravvivenza. In questa condizione di estremo disagio viene a trovarsi la famiglia Abbott, isolata in un mondo che è diventato ormai un "posto tranquillo", dove ognuno deve tentare di sopravvivere come può sperando che i mostri (alieni?) sparsi ovunque non vengano attirati dal minimo rumore; l'idea che si riversa potente sullo spettatore è quella di persone costrette a vivere in un clima di costante tensione, soppesando ogni singolo movimento e comunicando attraverso il linguaggio dei segni, al punto che qualunque suono un po' più forte di un sussurro viene vissuto anche dal pubblico come qualcosa di orribile e pericoloso, da evitare a tutti i costi. Qui risiede la bellezza di A Quiet Place, un film che sfrutta al meglio il sonoro e l'assenza dello stesso, permettendosi il lusso di portare al cinema una storia praticamente priva di dialoghi e a tratti persino di colonna sonora. Abituando l'orecchio dello spettatore all'assenza di suono e coinvolgendolo con una trama che sottolinea costantemente il pericolo insito in qualsiasi tipo di rumore, si ottiene un effetto di "orrore sonoro" e un perfetto meccanismo thriller che scatena la paura non tanto quando compaiono le creature, quanto piuttosto quando un personaggio si ritrova in una situazione all'interno della quale non è umanamente possibile rimanere in silenzio.


Questa scelta azzeccatissima non influisce soltanto sull'aspetto horror della vicenda ma funziona anche per quel che riguarda l'approfondimento psicologico dei personaggi e, soprattutto, l'empatia che lo spettatore arriva a provare verso questi ultimi. Gli Abbott non sono persone dotate di abilità o conoscenze particolari, tuttavia il loro desiderio di sopravvivere a tutti i costi, rimanere insieme e vivere un'esistenza normale, per quanto possibile, li porta a difendersi al meglio delle loro possibilità e fin dall'inizio speriamo che tutte le loro precauzioni consentano ai singoli membri di rimanere vivi e magari, perché no, di sconfiggere la piaga aliena che infesta la Terra. Sono i piccoli dettagli che mi hanno conquistata, i gesti e gli sguardi che si scambiano alcuni personaggi, specchio di una profonda spaccatura tra i vari membri della famiglia per motivi che non vi sto a spoilerare, la ricerca di gratificazioni quotidiane come una semplice canzone da ascoltare con le cuffie, soprattutto mi ha spinta alle lacrime la necessità di reprimere le urla, non tanto quelle di dolore quanto quelle "naturali" di frustrazione e rabbia: il pensiero di odiare il mondo e la propria condizione senza potere nemmeno sfogarsi urlando o tirando pugni perché una cosa simile significherebbe richiamare una morte orribile mi ha letteralmente fatto venire voglia di distruggere la poltrona del cinema per il nervoso, aumentando ancora di più il mio amore verso la sfortunata famiglia protagonista del film. Recentemente ho guardato It Comes at Night e non posso fare a meno di pensare come, pur presentando situazioni molto simili, i due film siano diversissimi per quel che riguarda la capacità di trasmettere emozioni al pubblico, al di là della semplice tensione derivante da una forma di isolamento combinata a un pericolo incombente, e come A Quiet Place gli sia nettamente superiore pur mancando di velleità "autoriali", o forse proprio per questo. Il film di Krasinski (qui anche convincente attore assieme alla moglie nella vita reale, Emily Blunt, semplicemente perfetta) è semplice nella realizzazione, tocca forse delle corde più "primordiali" rispetto a quello di Shults e, a pensarci bene, presenta qualche ingenuità a livello di trama ma al momento rappresenta un'alta asticella che altre pellicole di genere faticheranno a superare quest'anno, testimonianza del fatto che l'horror "commerciale" non ha esaurito tutte le sue cartucce da sparare finché ci saranno sceneggiatori e registi desiderosi di realizzare opere originali e curate a prescindere dal budget.


Di Emily Blunt, che interpreta Evelyn Abbott, ho già parlato QUI.

John Krasinski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Lee Abbott. Americano, marito di Emily Blunt, ha diretto film mai arrivati in Italia come Brief Interviews with Hideous Men e The Hollars e alcuni episodi della serie The Office. Anche produttore, ha 39 anni.


Millicent Simmonds, che interpreta Regan, è davvero sorda fin dall'infanzia e ha recitato anche nel film La stanza delle meraviglie, che dovrebbe uscire in Italia a giugno. A Quiet Place ha "rischiato" di venire prodotto come parte del franchise di Cloverfield ma per fortuna la Paramount ha deciso alla fine di realizzarlo come film a sé stante, completamente originale. Detto questo, se A Quiet Place vi fosse piaciuto recuperate Signs, Man in the Dark e Hush. ENJOY!

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