venerdì 3 marzo 2017

Trainspotting (1996)

Non che ce ne fosse bisogno ma in preparazione di T2 - Trainspotting ho deciso di "ripassare" Trainspotting, diretto nel 1996 da Danny Boyle e tratto dal romanzo omonimo di Irvine Welsh. Segue post MOLTO amarcordO...


Trama: Renton, Sick Boy e Spud sono tre giovani scozzesi con un unico interesse, la droga. Tra tentativi di disintossicazione, furti, risse e occasionali scopate, la loro "vita" si consuma portando con sé anche inevitabili tragedie.


Il 4 ottobre 1996 Trainspotting usciva in Italia. Io avevo 15 anni ed ero appena entrata alle superiori, dove cercavo di "disintossicarmi" da un'infanzia e una pre-adolescenza passata praticamente in mezzo ai bricchi, dove al massimo arrivavano gli horror, qualche Dylan Dog, i cartoni animati, un 40 % di musica buona ma popolare (Madonna, Guns'n Roses, Queen, U2) e un 60 % di musica diMMerda truzza da morire. Insomma, nell'allora "grande" Savona passavo giustamente per rozza sfigata, più che "passavo per" diciamo che ERO una rozza sfigata, e ciò si ripercuoteva anche sui miei gusti cinematografici, ça va sans dire. La memoria sta diventando ingannevole ma sono quasi sicura di non essere andata al cinema a vedere Trainspotting e di avere recuperato la videocassetta uscita con Panorama l'anno dopo, o forse addirittura nel 1998, anno in cui avevano riproposto al cinema Arancia meccanica e io mi ero perdutamente innamorata della Settima Arte che conta, quella che meraviglia, sconvolge, spinge alla visione compulsiva anche quando le immagini non sono piacevoli e anzi, ancora oggi non si riescono a guardare. E' buffo pensare che di un film ambientato nel mondo degli eroinomani io non abbia mai visto nemmeno una delle scene in cui Renton e soci si bucano ma se dicessi che quelle sono le sequenze più devastanti di Trainspotting mentirei: vogliamo parlare di baby Dawn, che ancora oggi mi perseguita negli incubi? vogliamo ricordare la worst toilet of Scotland, una roba da conato immediato? vogliamo parlare dello squallore degli ultimi mesi di vita di Tommy? Come già con Arancia meccanica, genitori e amici distanti da quell'idea di cinema mi hanno dato per anni delle botte di pazza, maniaca, pervertita al pensiero che potesse piacermi un film simile ma con quelle che sarebbero poi diventate le mie migliori amiche si poteva parlare con tranquillità e costruire (noi con altri adolescenti sparsi per il mondo) il mito della pellicola di Danny Boyle, le contraddizioni che ne hanno fatto un cult per i decenni a venire e che oggi fanno venire le palpitazioni all'idea di andare a vedere un secondo capitolo.


Le contraddizioni, dicevo. Eravamo ragazzine di sedici/diciassette anni, in piena crisi ormonale. Come avremmo potuto sottrarci al fascino indiscutibile di Renton e Sick Boy, all'apice della loro giovinezza? Due ragazzi così belli che non perdono il loro carisma neppure quando vengono mostrati vomitanti, drogati, schifati dalle ragazze, letteralmente coperti di merda, ma non è una cosa assurda? Eppure Danny Boyle mette in scena senza troppi fronzoli tutto lo schifo della loro non-vita, prende tutta la curiosità che potrebbe suscitare l'idea di provare "un orgasmo moltiplicato mille volte" e la ricaccia in gola allo spettatore facendogli passare ogni velleità di provare ad infilarsi un ago in vena. Boyle (assieme a Welsh, per carità) cattura lo squallore di una triste realtà scozzese e lo rende stiloso senza privarlo dell'incredibile senso di vuoto e tristezza che lo caratterizza, creando un film stupendo e disturbante che non poteva non penetrare nella testa e nel cuore di un'adolescente che negli anni '90 stava cercando di uscire dal guscio creato da un ambiente non dissimile da quello frequentato da Renton e soci: va bene, noi non avevamo i treni da veder passare ma io avevo un intero prato (non parco. Prato, è diverso) davanti a casa dove al mattino non era difficile trovare siringhe e affini, ché il disagio pre-nuovo millennio si sentiva tanto a Luceto quanto ad Edimburgo. Avevo le stesse paure e i medesimi dubbi di Renton, come chiunque altro alla mia età. Choose Life, quale aberrazione. Che significa choose life? Una vita banale e noiosa, famiglia, casa, lavoro e TV invece di, chessò, viaggi intorno al mondo, un'esistenza da artista bohémien, la possibilità di passare da un uomo all'altro manco fossi stata figa? Ma che orrore, la non-vita dei nostri genitori, consumata nello stare dietro al mutuo da pagare, ai problemi quotidiani, al rispetto delle regole, ai figli ingrati, sempre frenata da paletti invisibili e limiti invalicabili. Eppure. Eppure la libertà forse è anche quella di crescere e "mettere la testa a posto", afferrando con le unghie e con i denti quello che è importante per noi e al diavolo quello che pensano gli altri, la "società che non esiste" o i "so-called friends".


Le (dis)avventure al limite del picaresco di Renton e soci sono passate alla storia perché sono grottesche ma realistiche, perché sono il viaggio allucinante di una testa matta, di un narratore inattendibile che per quanto sia sfatto e stronzo non può che starci simpatico. Perché, in soldoni, Renton siamo noi. Pieni di dubbi, timorosi della solitudine al punto da circondarci delle peggio persone per non ascoltare i pensieri ansiogeni, il terrore di crescere (sì, anche quando superiamo i trent'anni, fidatevi) e quella maledetta voce che ci ricorda di essere dei falliti in un modo o nell'altro, sempre e comunque; mica tutti, infatti, hanno la sicurezza di un Begbie o un Sick Boy, che affrontano la vita violentandola, oppure l'ingenuità fastidiosa di uno Spud, che probabilmente il cervello non ce l'ha neppure, figurati se riesce a sentire le voci. Molto spesso, ci ritroviamo ad essere Renton, costantemente in bilico tra la nostra parte buona e quella cattiva o, ancora peggio, Tommy, costretti a pagare per un unico, fatale errore compiuto in un momento di disperazione. Qualche giorno fa parlavo, seduta ad un tavolo sorseggiando un borghesissimo spritz durante un ancor più borghese aperitivo, assieme alla mia migliore amica di allora (ciao Noruzza, ti adoro), a suo marito e al mio ragazzo (c'era anche Filippo, patatino, ma lui non parla ancora e fa tanta nanna), di come probabilmente se avessimo visto Trainspotting oggi non ci avrebbe segnato per nulla, tanto i tempi sono cambiati, e probabilmente l'avremmo liquidato come un film ben diretto, simpatico, ma nulla più. Una sorta di Snatch tra drogati, si potrebbe dire. E invece ne parliamo ancora adesso dopo vent'anni, citandone frasi e sequenze a memoria, sfruttandolo per termini di paragone, probabilmente guardando al ritorno delle Gazelle come un presagio di tempi migliori, durante i quali potremo sentirci più giovani alla faccia della vita. Che poi così schifo non fa, suvvia, soprattutto se si ha avuto la fortuna di venire formati da pellicole come questa.


Del regista Danny Boyle ho già parlato QUI. Ewan McGregor (Renton), Ewen Bremner (Spud), Jonny Lee Miller (Sick Boy), Kevin McKidd (Tommy), Robert Carlyle (Begbie), Kelly MacDonald (Diane) e Shirley Henderson (Gail) li trovate invece ai rispettivi link.

Peter Mullan interpreta Swanney, alias Madre Superiora. Scozzese, ha partecipato a film come Piccoli omicidi tra amici, Braveheart - Cuore impavido, Harry Potter e i doni della morte - Parte I e War Horse. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 58 anni e quattro film in uscita.


Lo scrittore Irvine Welsh interpreta il pusher Mikey. Purtroppo non posso delucidarvi sulle differenze tra libro e film in quanto non ho mai letto il libro di Welsh (shame on me!) e, nell'attesa di dirvi se T2 - Trainspotting merita o meno, nel caso Trainspotting vi fosse piaciuto consiglio il recupero di Arancia meccanica, Piccoli omicidi tra amici, Gridlock'd e Requiem for a Dream. ENJOY!

10 commenti:

  1. Un film epocale, a partire da quella mitica latrina, sì, bella rece la tua ... questa nuova versione non sarà come la prima, ma accidenti, dobbiamo vederla ad ogni costo.

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    1. Ti dirò che T2 a me è piaciuto tantissimo. Certo, non è neppure paragonabile ma è comunque molto ben fatto e le emozioni si sono fatte sentire eccome!

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  2. Un gioiello che io non vidi al cinema ma come te recuperai subito dopo in vhs.
    Anche io ho dei ricordi legati a questo film, esattamente simili ai tuoi, roba che alle superiori devi fare il figo guardando film di questo genere (solo che a me piacevano davvero, per molti era una moda XD)

    Moz-

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    1. Eh sai, alla fine era come oggi: ne parlano tutti quindi bisogna guardarlo. Solo che all'epoca esisteva il passaparola "vocale" :P

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  3. Io nel 96 non ero ancora entrata nell'adolescenza e me lo sono perso. La mia venerazione adolescenziale per "I ragazzi dello zoo di Berlino" mi dice che mi sarebbe piaciuto. Lo recupererò a breve, ma temo non mi farà lo stesso effetto.

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    1. Assolutamente sì, avresti dovuto guardarlo subito dopo! Visto oggi chissà che effetto fa ma rimane sicuramente un bel film!

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  4. Nel 1996 avevo 8 anni. I miei fratelli parlavano di "Trainspotting" come di un film proibiti: da non farlo sapere ai grandi. Del genere: "Oggi andiamo al cinema a vederlo, ma non diciamo ai nostri genitori".
    Ho visto Trainspotting solo molti anni dopo, con la consapevolezza che stavo per vedere un film con l'aurea di cult... Cavolo se avevano ragione!
    Per screditarlo mi hanno sempre detto: "Questo è il film che piace ai drogati, perchè elogia la droga".
    E si, ai miei amici accannati piaceva tanto... Ma personalmente l'ho sempre visto come un film che cercasse una reazione... Anche nello schifo che c'è intorno, bisogna uscire e trovare la propria direzione.
    In fondo, "Trainspotting" elogia il bisogno di cambiare...

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    1. Come ho detto, io dopo aver visto Trainspotting la prima volta sarei scappata a gambe levate se mi avessero proposto di "farmi". Altro che elogio della droga XD

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  5. film rappresentativo, super cult ... i primi 20 minuti, poi, sono eccezionali

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    1. Assolutamente sì. In effetti, sono quelli che rimangono più impressi!

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