venerdì 24 novembre 2017

American Assassin (2017)

E' uscito ieri in tutta Italia American Assassin, diretto dal regista Michael Cuesta e tratto dal romanzo L'assassino americano di Vince Flynn, film che dal trailer mi attirava molto ma...


Trama: dopo la morte della fidanzata per mano dei terroristi, l'unico scopo di Mitch Rapp diventa assassinarne quanti più possibile. Viene così notato dalla CIA e affidato al veterano Stan Hurley, che cerca di preparare il ragazzo in vista della prima missione...



Dopo anni dovrei avere imparato che c'è da stare attenti quando alcuni attori creduti "scomparsi" tornano prepotentemente alla ribalta perché non sempre è tutto oro quello che luccica. Prendiamo per esempio Michael Keaton, ultimamente protagonista di tantissime pellicole dopo una stasi durata più o meno un decennio: da Birdman in poi lo si è visto in film molto interessanti come Il caso Spotlight e The Founder e persino in un film Marvel come Spiderman: Homecoming ed è sempre stata una gioia ritrovarlo, almeno per me. Tuttavia avrei dovuto ricordare che gli attori, giustamente, cavalcano l'onda finché possono e non è detto che incappino sempre nel progetto o nel personaggio giusti, soprattutto quando si ritrovano per le mani una sovrabbondanza di richieste: questo, ahimé, è il caso di American Assassin, film irritante e perplimente a più livelli, con un Michael Keaton sottotono e costretto nel ruolo dell'ex Navy Seals ringhiante alle prese con una sorta di superuomo autodidatta. Un tizio di venticinque o trent'anni, per dire, che il giorno prima ha come massima preoccupazione quella di pucciarsi nelle calde acque di Ibiza e il giorno dopo, studiando credo dei manuali su internet, diventa esperto di arti marziali a livello Goku, esperto di pistole a livello Jigen ed esperto di lingue a livello Douglas Ramsey (e questa la capiscono in pochi), fino ad essere in grado di arrivare DA SOLO ad uccidere alti esponenti di un'organizzazione simil-Isis. La CIA, galvanizzata da cotanta "americanitudine", invece di chiuderlo in cella e gettar via la chiave lo arruola e lo affida al tipico istruttore degli action USA, quello che dispensa al 50% saggi consigli riassumibili in un paio di frasi fatte da duro e al 50% mena come un fabbro ferraio e tortura psicologicamente, tanto per accattivarsi la simpatia del protagonista che (e non avevo dubbi), nonostante i suoi colleghi si siano magari fatti un addestramento militare lungo decenni, è il migliore di tutti perché "agisce fuori dagli schemi anche se così facendo mette a repentaglio la vita dei suoi compagni". Maronna cheppalle. Ovviamente quel vago barlume di riflessione globale che pareva esserci nel trailer è solo la scusa per introdurre una spy story un po' più violenta del normale, non viene mai messa in discussione la positività degli americani, nonostante la presenza di personaggi vagamente ambigui, perché il nemico si nasconde in Paesi misteriosi e lontani quali Russia, Iran, ecc. ecc. Insomma, sono tornati gli anni '80.


Quello che purtroppo non è tornato, assieme agli anni '80, è la volontà di buttare tutto in supercazzola perché American Assassin è TREMENDAMENTE serio e cupo. Il film prende spunto da un terribile fatto di cronaca accaduto pochi anni fa e per tutta la sua durata, nonostante un finale da fantascienza (il Bolluomo non se ne capacitava) e le solite motivazioni risibili del villain (metà pellicola è ambientata in Italia. Quando scoprirete perché vi metterete le mani nei capelli...), non c'è mai un momento in cui gli sceneggiatori abbiano deciso di alleggerire un po' l'atmosfera o, Trump non voglia, mettere in dubbio le motivazioni o le azioni dei protagonisti; la puzza stantia di nazionalismo al limite del fascista e il clima di totale paranoia non si allentano nemmeno quando viene introdotto un alleato "esterno" perché, ovviamente, tale alleato viene comunque punito per aver tentato di fregare, seppure a fin di bene, gli emissari dello zio Sam. Cacca su di lui. Potrei aggiungere anche che la trama è così prevedibile che qualsiasi "colpo di scena" viene telefonato appena compare il personaggio ad esso legato (no, non si sono nemmeno sbattuti col casting) ma la cosa più stupida di tutte è che, oltre ad avere sprecato Michael Keaton per un ruolo adatto a qualsiasi caratterista specializzato in burini d'acciaio e avere messo un ragazzino senza carisma come protagonista nella speranza di poterlo riscritturare per i sequel, come lascia intendere il finale aperto, 'sta gente aveva per le mani Scott Adkins e niente, lo hanno fatto sparare un paio di volte e stop, niente botte ben coreografate, acrobazie o ultraviolenza godereccia. Avevano fatto peggio solo in Doctor Strange, che perlomeno era un film divertente da vedere. American Assassin è quindi solo una deprimente camurria dalle enormi ambizioni che nasconde un action dei più loffi mai girati, evitate di spenderci dei soldi, fosse anche per amore di Michael Keaton.


Del regista Michael Cuesta ho già parlato QUI. Michael Keaton (Stan Hurley) e Scott Adkins (Victor) li trovate invece ai rispettivi link.

Dylan O'Brien interpreta Mitch Rapp. Americano, ha partecipato a film come Maze Runner - Il labirinto, Maze Runner - La fuga e a serie quali Teen Wolf. Ha 26 anni e un film in uscita.


Sanaa Lathan interpreta Irene Kennedy. Americana, ha partecipato a film come Blade, Alien vs Predator, Contagion, Now You See Me 2 e a serie quali Otto sotto un tetto e Nip/Tuck; inoltre ha lavorato come doppiatrice nelle serie The Cleveland Show e I Griffin. Anche produttrice, ha 46 anni e un film in uscita.


Taylor Kitsch interpreta il Fantasma. Canadese, ha partecipato a film come Snakes on a Plane, X-Men - Le origini: Wolverine e a serie quali True Detective. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 36 anni.


Il ruolo di Mitch Rapp era stato offerto a Chris Hemsworth, che ha dovuto rifiutare per impegni pregressi mentre per un certo periodo si erano fatti i nomi di Bruce Willis per il ruolo di Stan Hurley e di Antoine Fuqua come regista ma non è dato sapere perché alla fine i due sono rimasti fuori dal progetto. Progetto che si prospetta remunerativo, tra l'altro, visto che American Assassin potrebbe fungere da prequel in quanto primo di ben quindici libri, sempre scritti da Vince Flynn, aventi per protagonista Mitch Rapp. Ma speriamo di no, vah. Se, a differenza di quanto accaduto a me, American Assassin dovesse piacervi, recuperate Mission: Impossible e la serie dedicata a Jason Bourne. ENJOY!




giovedì 23 novembre 2017

(Gio)WE, Bolla! del 22/11/2017

Buon giovedì a tutti! Come al solito, se mi capita di saltare UNA settimana al cinema (magari dicendo al Bolluomo stanco "Ma tranquillo, Justice League lo guardiamo la prossima domenica!") rimango fregata perché quella dopo escono millemila film che vorrei vedere e allora al diavolo i supereroi... come in questo caso! ENJOY!

Detroit
Reazione a caldo: Evviva!!!
Bolla, rifletti!: Me ne aveva parlato mesi fa la fortunella Alessandra, che lo aveva visto in quanto ormai suddita della Regina Elisabetta, e ne aveva detto un gran bene. Chi sono quindi io per non darle retta e correre a vederlo prima di subito? In fondo parliamo di Kathryn Bigelow, mica pizza e fichi.

American Assassin
Reazione a caldo: Gesù.
Bolla, rifletti!: Mi sono già fatta infinocchiare io dal trailer di 'sta cretinata pseudofascista action, non fatelo pure voi ed evitatelo come la peste. Ne parliamo domani sul blog, per ora fidatevi.

Caccia al tesoro
Reazione a caldo: Caccia e basta.
Bolla, rifletti!: Devastante combo Carlo Vanzina + San Gennaro, 10/10 travolgere. Non ce la posso fare.

Gli sdraiati
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Bisio attore serio a me non dispiace, eh. Però non ho mai letto il romanzo di Michele Serra e non mi fa impazzire la Archibugi, poi il confronto padri/figli all'italiana mi risulta spesso indigesto. Quindi boh, vedremo.

Flatliners - Linea mortale
Reazione a caldo: Oh yeah!
Bolla, rifletti!: E' uscito alla traditora, porca miseria, e temo non avrò il tempo di riguardare l'originale... ma forse è meglio così, almeno non ricoprirò di insulti chi ha realizzato il remake di uno degli horror più programmati (almeno in TV) degli anni '90!

Al cinema d'élite si rifà doppietta!

Il mio Godard
Reazione a caldo: Hmm...
Bolla, rifletti!: I biopic mi piacciono sempre molto e, detto sinceramente, di Godard conosco poco o nulla quindi il film è potenzialmente interessantissimo. E' l'interpretazione personale del regista che nu po' mi perplime...

Mistero a Crooked House
Reazione a caldo: Mavaff...
Bolla, rifletti!: Un film che ovviamente avrei voluto vedere è stato relegato alla brevissima e assurda programmazione del cinema d'élite. Purtroppo, per quanto sia curiosa di vedere questo giallo interpretato da Glenn Close, Terence Stamp e Gillian Anderson, toccherà passare e recuperare durante una futura visione casalinga... 

mercoledì 22 novembre 2017

C'era una volta in Messico (2003)

Non c'è mica solo Netflix, sapete. Amazon Prime Video ha un catalogo più ridotto e meno indipendente/cool ma qualcosina si trova, per esempio C'era una volta in Messico (Once Upon a Time in Mexico), diretto e sceneggiato nel 2003 dal regista Robert Rodriguez.


Trama: El Mariachi, in cerca di vendetta per la morte di moglie e figlia, si trova coinvolto nelle macchinazioni di un agente della CIA e in una storia fatta di boss mafiosi, colpi di stato e presidenti da uccidere...



In quel lontano novembre del 2003, ricordo ancora, in sala c'ero solo io. Non avevo trovato nessuno che mi accompagnasse a vedere C'era una volta in Messico, miracolosamente arrivato anche a Savona, e io, all'epoca ancora folgorata da Dal tramonto all'alba e preda di un amore folle per tutto ciò che riguardava Tarantino e i suoi simpatici amici, non potevo sopportare l'idea di non vedere l'ultima fatica di Rodriguez. Adesso, forse forse, mi farei un po' due conti in tasca. Rodriguez è ancora un bambino mai cresciuto, capace di regalare incredibili gioie allo spettatore disposto a farsi prendere in giro ma anche tantissima camurrìa derivante proprio da quell'incontenibile entusiasmo che palesemente lo prende ogni volta che si siede dietro la macchina da presa; detto questo, il nostro non azzecca un film da almeno dieci anni (Machete e Machete Kills li ho amati ma mi rendo conto che quello non è cinema) e guardando oggi C'era una volta in Messico si avverte già quel sentore di declino concretizzatosi in supercazzole e omaggi ai film di serie Z che sanno tanto di scusa per celare una fondamentale incapacità di essere Autore "serio". Nonostante tutto, io voglio un sacco bene a Rodriguez, intendiamoci, proprio per l'entusiasmo fracassone che mette nella realizzazione di ogni suo film e per la sua voglia di sperimentare sempre e comunque, tuttavia con C'era una volta in Messico il regista e sceneggiatore si è andato ad impelagare in un'impresa che meritava semplicità e tamarreide (ribadisco: Machete), non un plot a base di spie, doppiogiochisti e colpi di stato. Al culmine di una trilogia discontinua come quella del Mariachi (talmente discontinua che il regista non ricordava neppure che il personaggio di Cheech Marin fosse morto in Desperado, cosa che lo ha costretto a rivedere lo script e cambiarlo) Rodriguez fa del personaggio il salvatore della Patria, figura violenta ma pura capace di guardare oltre la corruzione serpeggiante in ogni angolo di Messico e portare la giusta revolución a suon di schitarrate e pistolettate. Il problema è che il personaggio di Sands, agente CIA, ruba la scena al Mariachi depresso più di una volta e, ancora peggio, viene utilizzato come un fastidioso latore di caos attraverso il quale vengono introdotti i più disparati personaggi, tutti ugualmente privi di carisma e abbozzati alla bell'e meglio, incapaci persino di fissarsi nella memoria dello spettatore per le loro caratteristiche trash/weird. Il che, mi spiace, ma dal regista e sceneggiatore che mi ha regalato Machete e Sex Machine (solo per citarne un paio) proprio non lo accetto.


Sarà che ormai Johnny Depp mi è inviso? Può essere benissimo, visto che Sands avrebbe tutte le carte in regola per qualificarsi come personaggio cult e invece la vista della faccetta da caSSo dell'attore (non ancora preso dalla sindrome di Sparrow, questo almeno glielo concedo) mi faceva venire voglia di prenderlo a pugni nonostante il linguaggio colorito e le braccia finte, tanto che solo nel prefinale, bardato con occhiali da sole e sangue a nascondergli il volto a mo' di novello Corvo, sono riuscita finalmente ad apprezzare Sands come meritava. Rimanendo in tema attori, Rourke e Dafoe sono un assurdo spreco di potenziale (il primo, col cagnusso, poteva fare molto meglio), la Mendes una cagnaccia inqualificabile (degnamente accompagnata da Enrique Iglesias e Marco Leonardi, due gatti di marmo) e persino faccette amate come quelle di Danny Trejo e Cheech Marin questa volta non bucano lo schermo. Meglio piuttosto l'accoppiata Banderas/Hayek o lo spettacolo del Mariachi in solitario, visto che il buon Antonio era ancora ai tempi in cui non veniva preso per il chiulo da galline e mulini: gli stunt dell'attore sono una gioia per gli occhi, basti solo pensare alla tamarrissima scena iniziale, alla sparatoria in chiesa, alla rocambolesca fuga dall'hotel incatenato ad una Hayek particolarmente sboccata... peccato solo per la decisione del regista di riempire il film di effetti digitali all'epoca all'avanguardia ma che probabilmente hanno ormai cominciato a soffrire un po' l'usura del tempo. Non che mi dispiaccia vedere proiettili che fanno letteralmente esplodere i corpi spillando ettolitri di sangue o roba che salta in aria senza un perché ma talvolta il risultato è talmente posticcio da andare persino oltre lo stile cartoonesco di Rodriguez. A compensare il tutto ci sono comunque una bellissima fotografia ricca di colori caldi, un montaggio serratissimo e, soprattutto, la colonna sonora, degna compagna delle imprese di un Mariachi che sembra quasi essere killer per caso, più interessato a tamburellare le dita sulla chitarra e cavarne evocative melodie (ma che brividi mi ha dato sentire le note di quella Malagueña appena accennata?) oppure a danzare come un ballerino di flamenco. Insomma, purtroppo tra me e C'era una volta in Messico non è più amore come un tempo ma comunque un po' di affetto c'è ancora.


Del regista e sceneggiatore Robert Rodriguez ho già parlato QUI. Antonio Banderas (El Mariachi), Salma Hayek (Carolina), Johnny Depp (Sands), Mickey Rourke (Billy), Eva Mendes (Ajedrez), Danny Trejo (Cucuy), Cheech Marin (Belini) e Willem Dafoe (Barrillo) li trovate invece ai rispettivi link.

Marco Leonardi interpreta Fideo. Australiano, ha partecipato a film come Nuovo Cinema Paradiso, La sindrome di Stendhal, Dal tramonto all'alba 3 - La figlia del boia e a serie come Elisa di Rivombrosa e Don Matteo. Ha 46 anni e sei film in uscita.


Rubén Blades interpreta Jorge FBI. Nato a Panama, ha partecipato a film come Predator 2, Il colore della notte, L'ombra del diavolo, The Counselor - Il procuratore e a serie quali X-Files e Fear the Walking Dead. Ha 69 anni ed è anche compositore e sceneggiatore.


Il cantante Enrique Iglesias, che interpreta Lorenzo, era già comparso, non accreditato, in Desperado. Johnny Depp è riuscito a completare tutte le sue scene in otto giorni ma siccome voleva rimanere ancora sul set Rodriguez gli ha fatto interpretare anche il prete con cui parla El Mariachi prima della sparatoria in chiesa; il ruolo di Johnny Depp comunque era stato pensato per George Clooney, già diversamente impegnato (probabilmente sul set di Ocean's Eleven, La tempesta perfetta o Fratello, dove sei?, chissà), mentre per l'aMMore Quentin (ringraziato nei nei titoli di coda in quanto fonte d'ispirazione del film) era pronto quello di Cucuy, al quale il regista ha dovuto rinunciare perché preso dalla realizzazione di Kill Bill. Detto questo, C'era una volta in Messico è il momentaneamente ultimo capitolo di una trilogia che comprende El Mariachi e Desperado, quindi se vi fosse piaciuto recuperateli e aggiungete Machete, Machete Kills e Dal tramonto all'alba. ENJOY!

martedì 21 novembre 2017

A Ghost Story (2017)

Ho dovuto aspettare Italia vs Svezia per riuscire a vedere A Ghost Story, film diretto e sceneggiato da David Lowery, ma alla fine ce l'ho fatta!


Trama: una persona da poco defunta torna come fantasma nella casa dove abitava e si ritrova a testimoniare lo scorrere del tempo in sua assenza...


Ho avuto la scimmia di guardare A Ghost Story fin da quando ne aveva parlato Lucia ma mi sono ritrovata a dover aspettare una sera in cui il Bolluomo fosse diversamente occupato perché da quel che avevo letto (non troppo per non rovinarmi la visione) ho capito che il film avrebbe causato la mia morte tramite pianti inconsolabili e che non mi sarei trovata davanti a un horror disimpegnato, bensì a qualcosa di estremamente diverso e, soprattutto, ben poco horror. Insomma, non pane per i denti del povero Mirco, al quale ho risparmiato un paio d'ore di sofferenza (benché visto il risultato della partita... vabbé). Quanto a me, sono arrivata alla fine di A Ghost Story ancora viva e, stranamente, poco lacrimante ma con un senso di malinconia talmente soverchiante che non ho potuto fare altro, conclusa la visione, se non spegnere la luce, appallottolarmi e chiudere gli occhi mettendomi a dormire. A Ghost Story non è infatti una storia di fantasmi e case infestate, quanto piuttosto la storia, come da titolo originale, di UN fantasma, un'entità manifestatasi nel classico lenzuolo con due buchetti al posto degli occhi. E se pensate che una rappresentazione così poco "realistica" o espressiva di un fantasma non possa comunicare più di quanto riuscirebbe la migliore CGI del mondo, ebbene vi sbagliate di grosso perché tutta la sofferenza di essere eterno o, perlomeno, legato all'"aldiquà" fin quando non sarà in grado di lasciare andare le sue pene terrene, arriva al cuore dello spettatore potente come un pugno e altrettanto dolorosa. A questi punti, meglio avvertire i lettori incauti dell'altissimo potenziale "noia" di un film come A Ghost Story, tipica pellicola in cui "non succede nulla" e che richiede allo spettatore una buona dose di sensibilità ed empatia, nonché la volontà di mettersi nei panni del fantasma e vedere scorrere mestamente davanti ai propri occhi piccoli gesti di umanissima quotidianità, trasfigurati da un punto di vista carico di rimpianto e nostalgia; Lowery, in veste di regista e sceneggiatore, si permette di indugiare in lunghi silenzi, semplici gesti d'affetto dilatati nel tempo, pochi dialoghi che inquadrano giusto la situazione ma lasciano allo spettatore il compito di "riempire i buchi" in base alla propria esperienza o predisposizione d'animo, soprattutto fa uso di un interessantissimo montaggio temporale (oltre che di un lunghissimo, angosciante piano sequenza) che sottolinea la triste condizione di un protagonista costretto a subire lo scorrere della vita altrui e la scomparsa di tutto ciò che gli è caro.


A Ghost Story è dunque l'atipica storia di un fantasma, una pellicola assai poetica e delicata che tratta temi profondissimi impiegandoci metà del tempo di quanto farebbe un film Marvel o DC qualsiasi per propinarci l'ennesima scazzottata tra supereroi. E' un film che racconta sì l'elaborazione del lutto e la necessità di andare avanti ma non solo. Pone delle domande sul futuro, non inteso necessariamente come futuro della società umana ma proprio sul lascito della singola persona ai figli, ai figli dei figli e a quelli che verranno dopo, sia che si tratti di un individuo particolare oppure di un normalissimo "uomo della strada" e lo fa attraverso un monologo assai intenso; parla di frustrazione ribaltando i classici punti di vista di un horror come Poltergeist (una delle fonti d'ispirazione del regista, per conoscere alcune delle altre vi rimando al solito trafiletto finale), della difficoltà di lasciare andare quello che per noi è importante, di sentirsi fuori dal mondo in ogni senso possibile e di odiarsi per la volontà di continuare comunque a vivere, di speranze infrante e desideri irrealizzabili, di cambiamenti, vita, morte e di tutto quello che sta in mezzo, fosse anche una storia d'amore ben lontana dall'essere perfetta. A Ghost Story è un film che costringe lo spettatore a pensare ma anche a guardare con attenzione, a concentrarsi a lungo sulle immagini fino ad arrivare a conoscerne ogni dettaglio, ad apprezzare la profondità di campo e persino ad incuriosirsi davanti a un formato che, lì per lì, pensavo fosse dovuto a qualche problema in fase di "pesca" e invece è proprio quello originale voluto e pensato dal regista. Questa scelta peculiare conferisce un'aura vintage all'intera pellicola e, pur rinchiudendo le immagini all'interno di una cornice piccolina, da diapositiva o da filmino girato in casa, non le priva della bellezza data dalla fotografia nitida e accresce il senso di claustrofobia già causato dalla scelta di girare il film quasi interamente all'interno di quattro mura. Non sto nemmeno a dire che un film così bello e particolare non ha ancora una data di uscita italiana né probabilmente l'avrà mai ma se dovesse finire tra le manine illuminate di Netflix o di qualche casa di distribuzione consiglio vivamente di dargli un'occhiata perché è una delle opere più belle e coraggiose viste quest'anno.


Di Casey Affleck (C) e Rooney Mara (M) ho già parlato ai rispettivi link.

David Lowery è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Senza santi in paradiso e Il drago invisibile. Anche produttore e attore, ha 37 anni e un film in uscita.


Sotto il lenzuolo del secondo fantasma c'è la cantante Kesha. Se A Ghost Story vi fosse piaciuto recuperate alcune delle fonti di ispirazione del regista, come per esempio La città incantata, Poltergeist, Under the Skin e Orlando. ENJOY!

lunedì 20 novembre 2017

Sei sei seiiii!!

Il titolo del post va ovviamente letto come se lo cantasse il Pelù de El Diablo, chevvelodicoaffare?
Sei anni su Blogger, ormai 10 andando per gli 11 da quando ho aperto il Bollalmanacco ai tempi di Splinder.


Volete un po' di record che non interessano a nessuno? Dai!

Da quando ho cominciato l'avventura su Blogger il post più letto è stato quello di Ted. Ted, santo cielo. Il film con l'orso sboccato parlante. Più di diecimila visualizzazioni e non comprendo il perché, visto che non parliamo di una pellicola sconosciuta, particolarmente ardua da capire (The Babadook è al secondo posto e non avete idea di quanta gente arrivi sul blog cercando una spiegazione a ciò che ha visto) o programmata spesso come A Good Marriage. Questo, di solito, quando viene passato in TV è un post che fa il boom di visualizzazioni, forse perché è un film talmente orrido, benché Kinghiano, che probabilmente ne ho parlato soltanto io in tutta Italia. E questo solo per le prime tre posizioni.

Passando ai commenti, pare che il film più commentato sia stato L'esercito delle 12 scimmie, una delle mie pellicole preferite. Ben 55 commenti, un record per questo blog, quindi poco più di venti persone che hanno scelto di lasciare la propria opinione sotto il post. I commenti sono diventati un po' il mio cruccio, lo ammetto; in questi sei anni sono arrivata a considerarli più importanti delle visite e sinceramente un po' mi spiace vedere blog che viaggiano sul centinaio al giorno e anche belli articolati e corposetti, mentre io quando arrivo a dieci (contando anche i miei e con metà limitati ad un laconico "segno") posso dirmi felice. Lo so, siamo tutti diventati dei lurker senza tempo da perdere, me per prima, però un po' mi deprimo lo stesso. It's my party, ecc. ecc. Pigri siamo, questa è la verità.

Esisteva anche un simpatico post di recupero, che dovrei un po' aggiornare, mutuato da un'idea de Il buio in sala, quello delle Recensioni Lazzaro. Se vi va, per festeggiare questi sei anni, salvate Perkins' 14 (ma davvero solo io l'ho guardato quel film??), The Killer Shrews (maddai! Uno si sbatte a guardare una roba così trash e nemmeno un commento per riderne?) e compagnia, dai, ce ne sono ancora mezza dozzina, compreso Keyhole che è stato recensito solo l'anno scorso ed è il più depresso di tutti! Devo lanciare la campagna adotta un film?

Il post si è rivelato un po' maffo, lo ammetto, ma alla fine volevo solo ringraziare chi ancora ha voglia di passare il tempo a leggere le cretinate che scrivo, le meravigliose persone conosciute di persona proprio grazie al Bollalmanacco, quelle che ancora non conosco di persona ma che comunque sento periodicamente attraverso uno dei mille mezzi tecnologici del demonio che possediamo e ovviamente il povero Bolluomo Mirco al quale sto imponendo una passione arrivata prima di lui e che è ancora lontana dall'essersi sedata. A proposito di passioni non sedate, stavo pensando di tornare a darmi al disegno, magari accompagnando i post con una vignettina da mettere su Instagram e sulla pagina Facebook del Bollalmanacco (piacetela!). Potrebbe essere la novità 2017/18 ma sono pigra e temo riscontri negativi. Qui sotto però c'è l'esempio di ciò che potrebbe essere, fatemi sapere se vi garba! Nel frattempo, come sempre... ENJOY!

Questo per Thor: Ragnarok...

... questo per Madre!




domenica 19 novembre 2017

Emelie (2015)

Spulciando il catalogo Netflix mi è capitato sotto gli occhi Emelie, diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Michael Thelin; nonostante fosse segnato come thriller/horror Mirco si è detto disponibile a farmi compagnia durante la visione quindi ho deciso di dargli un'occhiata, ahimé.


Trama: tre bambini vengono lasciati soli con la sostituta della babysitter, la quale si rivela una pazza di prim'ordine.



Avete notato con quale scazzo ho liquidato la trama? Bene, il motivo è che Emelie non è nulla più di quello che traspare da una sinossi così stringata, inutile ricamarci sopra come hanno fatto i ben due sceneggiatori (regista compreso) della pellicola per raggiungere un metraggio standard, aggiungendo cose insensate e vagamente perturbanti. Il quadro iniziale di Emelie è americano che più non si può: coppia sposata da N anni ha messo al mondo tre figli rinunciando a qualsiasi parvenza di relazione coniugale tranne il festeggiamento dell'anniversario di matrimonio. Ca**o, per i due quello è IMPORTANTISSIMO e non va dimenticato, nemmeno se il festeggiamento si limita ad una cena moscia durante la quale si parla di figli, babysitter e ci si scambiano regali graditissimi ma con l'incoolata subito dietro l'angolo (Sì, tranquillo, vai pure a vedere la partita per la quale avresti venduto un rene. Ma solo se ti porti dietro il figlio undicenne in piena crisi puberale, a-ha!). Il problema nasce dal momento in cui anche la babysitter di fiducia, conscia di doversi a sua volta portare avanti cercando presto un compagno col quale metter su famiglia, decide di uscire con un ragazzo e tirare il pacco ai coniugi disperati ma non prima di aver trovato loro una sostituta, Anna. Solo che Anna è in realtà questa Emelie che si spaccia per lei e non vi sto a dire i tripli salti carpiati fatti dagli sceneggiatori per far sì che in un quartiere grosso come il tabellone del Monopoli i due cretini non sappiano come sia fatta Anna e abbocchino all'inganno come due tonni. Comunque. Emelianna è diventata quasi pazza a causa di un'enorme perdita subita in passato e di una conseguente sterilità quindi esige un figlio e quale famiglia è meglio dei Thompson che ne hanno ben tre, uno più rompicoglioni, odioso e potenzialmente psicopatico dell'altro? Basterebbe che la tizia entrasse in casa, ne addormentasse due, si prendesse il meno peggio e tanti saluti, film finito. Invece, sempre per la questione del metraggio di cui sopra, Emelianna decide di traumatizzare a vita uno dei due "scartati" e di sviluppare le pulsioni sessuali dell'altro prima di rivelarsi a tutti (tranne al prescelto che, in quanto tale, non capirà un belino fino all'ultimo) come la pazza che è, in un crescendo di situazioni thriller talmente abusate che persino Mirco, pur non avezzo al genere, è stato in grado di prevederle.


A parte questa trama moscia, Emelie è proprio brutto o, meglio, non sa di nulla. Regia non pervenuta, addirittura da metà pellicola in poi è tutto girato in ambienti bui affossati da una fotografia televisiva (a un certo punto non si capisce una cippa di quello che succede perché, di fatto, non si vede nulla) e hanno tentato di mettere una pezza al tutto con un montaggio "spezzato", così da ravvivare un po' la faccenda e aumentare il senso d'inquietudine dello spettatore mostrandogli alternativamente la seratina dei genitori e la serataccia dei figli, ma il risultato è stato solo quello di spezzare anche la tensione. L'unica cosa vagamente intrigante è il diario di Emelie, zeppo di disegni inquietanti, ma si vede per qualche secondo o poco più quindi è un elemento trascurabile e di sicuro non rischia di influenzare positivamente un giudizio negativo. Quel che è peggio, la versione italiana di Emelie è fatta talmente male che stavolta mi rendo conto di non poter neppure dare un giudizio obiettivo sugli attori, i quali mi sono sembrati tutti mediamente cani, a partire da Sarah Bolger, carina ma insipida. Mettiamo da parte per un attimo i doppiatori scelti, monocordi a livello imbarazzante; quello che mi ha scioccata davvero è stato l'adattamento, completamente differente dai sottotitoli (messi perché fuori dalla stanza c'era un casino devastante e il volume del tablet non riusciva a sovrastarlo) evidentemente realizzati da utenti appassionati che poveracci non lo fanno di lavoro ma superano di diverse lunghezze i cosiddetti professionisti (sì, per la miseria, questo per me è un tasto dolentissimo). Un adattamento castigato, trattenuto, nemmeno ci si trovasse davanti a un film per famiglie, reso ancora più fastidioso da quel "cabbie" ripetuto mille volte e mai tradotto: porca zozza, una frase come  "il suo CABBIE" non si può sentire, Cabbie non è un nome proprio, piuttosto metti "cucciolo" come hanno fatto quelli che hanno realizzato i sottotitoli!!! Insomma, un enorme BAH, da tutti i punti di vista. Fossi in voi eviterei Emelie come la peste e se siete sposati e avete dei figli, per favore, non limitatevi a stare assieme solo una volta all'anno, dai!


Di Sarah Bolger, che interpreta Emelie, ho già parlato QUI.

Michael Thelin è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Probabilmente americano, al momento è al suo primo lungometraggio.


Se Emelie vi fosse piaciuto recuperate La mano sulla culla. ENJOY!


sabato 18 novembre 2017

Boomstick Award - Edizione 2017


Non ci speravo più, giuro. C'è voluto l'aMMore. Il 2016 è stato un anno buio, privo com'era del bastone tonante capace di illuminare la blogosfera. Ma grazie all'aMMore di una musa ispiratrice, il creatore del Boomstick, alias Germano di Book and Negative, si è ridestato e l'ambito premio è tornato a circolare, giungendo anche nelle mie mani grazie all'adorata Kara Lafayette. E ora sono qui, pronta a scegliere sette blogger meritevoli ma non prima di avervi esposto le quattro semplici regole da seguire:

1 – i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto, o più di uno, se ne avete

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite

Chiunque non rispetterà le regole (e fidatevi, chi oserà tanto verrà scoperto!) riceverà d'ufficio un Bitch, Please! Award e magari il fantasma di Camillo Benso andrà a tirargli gli alluci mentre dorme. Chissà. Paranormal Benso. Ma bando alle ciance e via ai premiati!


1. Stylebunny
Perché Lorenza è una persona estrosa e simpaticissima, ha uno stile di fumetto delicato ma ironico e con la sua creatività mi ha fatto tornare una pazza voglia di disegnare. Grazie!

2. A Clacca piace leggere
Per chi ama qualunque tipo di fumetto il blog di Clacca è un must. Per colpa sua rischio di spendere miliardi ma grazie a lei ho scoperto delle belle perle!

3. Pier(ef)fect
Il perfetto contraltare al mio essere una bestia senza speranza. Leggere il modo elegante e competente con cui parla di maschere di bellezza e trattamenti mi fa venire voglia di prendermi cura di me stessa ma adoro anche quando parla di sé, di cinema, serie, della vita. Insomma, una bellissima persona scoperta da poco.

4. Diario di una dipendenza
Come caspita faccia a guardare tutti 'sti film e a condensare in mezzo, comprensibilissimo ed interessante paragrafo quel che io non riuscirei a scrivere in venti post è un mistero. Eppure ci riesce, maledettissimo lui. E nel mezzo ci infila anche un sacco di libri interessanti! Ha forse rubato un giratempo ad Hermione?

5. Il forziere digitale
La signorina (ancora per poco...) ha cercato di defilarsi ma l'ho ritrovata, ché per i blog sono peggio di una stalker. Non parla più di anime e manga ma le sue storie di vita vissuta, ironiche e graffianti, sono adorabili.

6. Giocomagazzino
Il Grande Arbitro è impazzito per i Funko. Ci sono la Simpsonpedia e delle sfide all'ultimo sangue tra i personaggi più assurdi della storia (per esempio Jean Claude vs Tafazzi). Serve aggiungere altro?

7. Il giorno degli zombi
Il mio blog di riferimento ormai da anni e non solo per il cinema horror (benché a dicembre cominci già ad entrare in fibrillazione pregustando i recuperi del megaclassificone di fine anno). Soprattutto, amo i post in cui Lucia si incazza oppure esprime tutto il suo aMMore per determinati Autori.

E con questo concludo! Sta a voi, ora, scegliere se accogliere il Boomstick oppure abbracciare Cavour...


venerdì 17 novembre 2017

Madre! (2017)

Finalmente, ce l'ho fatta. A Savona è arrivato Madre! (Mother!) per soli due giorni e non me lo sono lasciato scappare. Ce l'avrà fatta Darren Aronofsky, regista e sceneggiatore del film, a convincermi o anche io sono dovuta fuggire urlando come mezzo pubblico di Venezia? Segue post brevissimo, sconclusionato e senza spoiler!


Trama: un uomo e una donna, marito e moglie, vedono la tranquillità della loro dimora in ricostruzione distrutta dall'arrivo di due perfetti sconosciuti. E se il marito, chissà perché, li accoglie con gioia, la vita della moglie si trasforma in un abisso di inquietudine...


L'ho scritto su Facebook, lo ribadisco qui: Madre! non l'ho capito ma è un film spettacolare. Non avendolo capito mi sembra inutile dare un'interpretazione di ciò che ho visto, posso solo supporre come faceva Bellosguardo in Robin Hood un uomo in calzamaglia e rendere il mio post delirante quanto il girato di Aronofsky, come se la cosa fosse possibile. Come uno stregone nemmeno più tanto apprendista, il regista ha buttato nel calderone qualunque cosa gli venisse in mente (probabilmente anche qualche droga, la stessa polverina dorata che assume la Lawrence nel corso del film, chissà...) e il risultato è un Roba da matti elevato alla millesima potenza, la madre di tutti gli home invasion, una commedia grottesca che è anche dramma, horror, film di guerra, distopia apocalittica, approfondimento psicologico, mancavano solo i cartoni animati. Se io sono arrivata alla macchina, dopo la visione, col cuore che mi batteva a tremila e nella notte ho metabolizzato quanto ho visto piazzando il faccione di Javier Bardem su un Negan di The Walking Dead che imprigionava e vessava me e i miei genitori, vuol dire che qualcosa di Madre! ha superato il muro dei 3/4 film visti a settimana per concretizzarsi in un diamante screziato di rosso posto proprio nel centro del mio cervello malato e tormentarmi nell'inconscio. Quel che ho visto è la realtà del mondo in cui viviamo rinchiusa tra le mura di una casa impossibile da proteggere o rendere perfetta, per quanto lo vogliamo: la casa siamo noi, siamo noi la Lawrence pronti a dare, dare per amore e a sanguinare quando quello che diamo non basta mai, ma siamo anche Bardem, pronti a prendere ignorando per egoismo le suppliche di chi amiamo di più, non per cattiveria ma solo perché è più comodo concentrarsi su ciò che desideriamo NOI, siamo gli invasori che arrivano e non capiscono che la casa non è loro, madre non è loro, il bambino non è loro, Lui non è loro, ma piuttosto che portare via le balle da posti dove non dovrebbero neppure mettere piede, spadroneggiano e fanno i cafoni come se tutto fosse loro dovuto. Ed è riflettendo su quest'ultimo punto che Madre! è diventato, almeno per me, la metafora devastante di un mondo sovrappopolato da minchie di mare che sta esplodendo sotto il peso della nostra stessa stupidità e desiderio di possesso o affermazione perché non importa quanto la Terra ci offra, non sarà mai abbastanza, ci saranno sempre litigi, guerre, distruzione e la ferma volontà di distruggere più che di ricostruire. E così da millenni, in un loop continuo da cui nessuno sembra in grado di uscire.


Attraverso la rappresentazione di concetti biblici quali Madre Terra, un Dio che offre a tutti parole vuote e false speranze, un Adamo e una Eva che arrivano a distruggere l'Eden mandando in pezzi il frutto proibito e un Caino e Abele che causano ancora più casino, Aronofsky ci prende a schiaffi con due ore di immagini splendide, incubi ad occhi aperti e quel terrificante incubo finale al cardiopalma dove, davvero, non sapevo se ridere (la situazione descritta ha del tragicomico) o piangere (Bardem a tratti fa paura mentre la Lawrence spezza il cuore e voi sapete quanto non sopporti JLaw ma diamine qui è perfetta), frastornata com'ero dalla cacofonia di violenza, esplosioni, sangue, morte e urla che è l'ultima mezz'ora di film, il punto esclamativo della Madre! L'ironica canzone dei titoli di coda e il silenzio che ne segue sono quasi un balsamo per le orecchie perché a un certo punto, davvero, avrei voluto fare come la protagonista e nascondermi in un luogo buio e silenzioso, un posto solo mio dove fermarmi, riflettere, tirare il respiro, cercare di capire PERCHE'. Invece mi sono ritrovata in una sala gremita di gente (anche se io sono andata al cinema da sola stavolta), divertita all'idea di osservare, non vista, le facce di chi è uscito da una visione simile: chi s'è bellamente addormentato a metà arrivando persino a russare (mi sembrava tanto anziano, lo perdono. Anzi, ero così presa dalla paranoia del film che ho temuto i suoi fossero rantoli di morte, mannaggiallui), chi se la rideva della grossa cercando di spiegare alla vicina che lui BAH!, ne ha visti a pacchi di film così, chi scuoteva la testa, chi si guardava intorno perplesso non sapendo bene come reagire. Ecco, io faccio parte dell'ultima categoria di persone. Le uniche cose certe dopo la visione di Madre! sono tre e su queste non transigo: 1) Ho visto un film che ricorderò finché campo e che riconferma il mio voler bene a Darren Aronofsky. 2) Passano gli anni ma Michelle Pfeiffer è una topa astrale alla quale JLaw non è neppure degna di baciare i piedi, elegante persino da ubriaca. That old beeyotch. Meow.  3) Sono innamorata di Domhnall Gleeson. Potrei anche aggiungere, ma probabilmente c'entra poco con la visione di Aronofsky, che l'unica cosa mal sopportata del film è l'idea di una maternità a tutti i costi, capace di rimettere a posto tutto, far tornare i sentimenti sopiti, illuminare d'immenso, riempire l'esistenza di felicità, poi però penso al finale e si riconferma la mia convinzione, ovvero "rimettere a posto tutto 'stacippa": se la vita di coppia fa schifo non c'è pargolo che tenga, mi spiace. Ah, ho già detto che Madre! è un film della Madonna?


Del regista e sceneggiatore Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Jennifer Lawrence (Madre), Javier Bardem (Lui), Ed Harris (Uomo), Michelle Pfeiffer (Donna), Domhnall Gleeson (Figlio Maggiore) e Kristen Wiig (Araldo) li trovate invece ai rispettivi link.

Brian Gleeson interpreta il Fratello Minore. Figlio di Brendan Gleeson e fratello di Domhnall Gleeson, ha partecipato a film come Biancaneve e il cacciatore e Assassin's Creed. Irlandese, ha 30 anni e un film in uscita, Hellboy.


Se Madre! vi fosse piaciuto recuperate i film di Aronofsky di cui ho parlato, che trovate tutti QUI.

giovedì 16 novembre 2017

(Gio)WE, Bolla! del 16/11/2017

Buon giovedì a tutti! Martedì mi sono tolta lo sfizio di Madre! e domani ne parlerò, intanto oggi è uscita un mucchio di roba ma sarà interessante...? ENJOY!

Justice League
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Se già non avevo voglia di andare a vedere Thor: Ragnarok, Justice League mi ispira anche meno. Non so se basterà la fisicata di Jason Momoa a spingermi al cinema, attendo recensioni particolarmente illuminate per capire se buttare o no i miei soldi...

The Broken Key
Reazione a caldo: Fantasy italiano???
Bolla, rifletti!: Ossignore. Ecco qualcosa che mi ispira anche meno di Justice League però solletica allo stesso tempo il mio sesto senso trashone. Solo per il cast (Rutger Hauer, Michael Madsen, Geraldine Chaplin, Franco Nero, Christopher Lambert... gesù!!) correrei al cinema ma ho davvero paura che possa fare troppo schifo per vivere...

La casa di famiglia
Reazione a caldo: Ah, dicevo. Ecco una rassicurante commedia!
Bolla, rifletti!: Stefano Fresi, io ti adoro però mi sembra un po' uno spreco andare a vedere al cinema la solita commediussa italiana di stampo televisivo. Magari fa ridere, eh. Ma non al cinema, dai.

Al cinema d'élite invece che succede? Vedo doppio?

The Big Sick
Reazione a caldo: Mhh.
Bolla, rifletti!: Questo sembrerebbe simpatico e interessante, una romcom interraziale ancorata nell'attualità e poi Zoe Kazan è terribilmente carina. Forse però anche questo, come La casa di famiglia, meriterebbe una visione in TV più che al cinema

Ogni tuo respiro
Reazione a caldo: Uddio.
Bolla, rifletti!: Gollum vs Il Polpettone Romantico Strappalacrime a Sfondo Medicale? No, me lo risparmio, grazie. Con tutto il rispetto per Andy Serkis, ovviamente. 

mercoledì 15 novembre 2017

Lui è tornato (2015)

Durante l'ennesima ricerca di un film su Netflix che potesse piacere sia a me che a Mirco è spuntato Lui è tornato (Er ist wieder da), diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista David Wnendt a partire dal libro omonimo di Timur Vermes.


Trama: Adolf Hitler si risveglia nel 2014, vicino al bunker dove si era rifugiato prima della sconfitta del 1945 e il conseguente suicidio. Dopo lo sconcerto iniziale, Hitler viene preso sotto l'ala protettiva di un regista freelance di belle speranze, che è convinto di avere davanti un comico o un attore e lo porta a partecipare ad un programma televisivo...



Cosa farebbe Adolf Hitler se si risvegliasse ai nostri giorni? Probabilmente, dopo un momento di sconfortante e comprensibile confusione causato da tutti gli stravolgimenti geo-politici e l'evoluzione della tecnologia, si sentirebbe a suo agio: tra populismo, ondate di odio razziale causato da immigrazione incontrollata e terrorismo, complottari, antivaccinisti, haters di professione, ignoranza galoppante e quant'altro troverebbe quasi sicuramente terreno fertile per le sue idee malate e più sostenitori di quanti ci aspetteremmo. Lo dimostra questo Lui è tornato, commedia dai risvolti inaspettatamente tragici e fortemente radicata nell'attualità non solo della Germania ma anche del mondo, Italia compresa, realizzata mescolando scene di finzione a candid camera girate per le strade di Berlino. L'idea di base, che poi è la stessa del libro (non ancora letto e per questo mi scuso) di Timur Vermes, è che Hitler si "risvegli" nella Germania del 2014 e venga scambiato, comprensibilmente, per un attore, più precisamente per un comico; la sua incredibile serietà e i suoi atteggiamenti così tipici da sembrare caricaturali attirano subito l'attenzione di un regista free lance che decide di sfruttarlo per una serie di documentari in cui il Führer si trova ad aver a che fare con la vita di tutti i giorni oppure interagisce con le persone. Al di là di un paio di scene esilaranti legate alla scoperta della TV, allo shock culturale e alle psicosi di Hitler, sono proprio i confronti reali con i tedeschi o con i turisti a turbare lo spettatore rimanendo impressi anche dopo la visione, in quanto sono davvero pochi quelli che reagiscono disgustati davanti al sembiante e alle parole del dittatore. Spinti a sciogliersi davanti a quello che ritengono uno scherzo e per nulla disturbati dalla presenza delle telecamere, molti degli intervistati rilasciano dichiarazioni angoscianti, interamente imperniate sulla paura dello straniero, sul desiderio di avere un governo dal pugno più forte, addirittura sulla speranza che possano tornare i lager per proteggere i veri tedeschi dall'invasione di extracomunitari e persino europei, mentre la maggior parte dei turisti vede Hitler come un simbolo "figo" con cui fare selfie e impegnarsi in gare di saluto romano, roba veramente folle che mostra quanto poco le persone sappiano della cultura dei paesi che visitano e quanto poco conti la memoria storica di tragedie avvenute neppure troppo tempo fa.


La scelta di realizzare Lui è tornato come una sorta di mix tra film, guerrilla video, mockumentary e candid camera è contemporaneamente sia il punto di forza della pellicola che il suo punto debole. Quasi due ore di girato tenute assieme da una storia anche troppo diluita e sfilacciata (lo scheletro della trama si basa sull'ascesa di Hitler come star della TV e verso il finale si scivola nel distopico ma i "raccordi" sono davvero pochini) fanno saltare all'occhio la confezione scialba della pellicola, al punto che sembra di avere davanti più uno di quei terrificanti telefilm tedeschi che un film pensato per il grande schermo. Gli attori non aiutano ad elevare il livello di Lui è tornato, beninteso. La trasformazione di Oliver Masucci in Adolf Hitler è a dir poco impressionante e lui è inquietante da morire, una presenza alla quale basta rimanere in silenzio per ipnotizzare gli astanti o pronunciare poche parole di incredibile durezza per acquisire consensi ma il cast di supporto è a livelli imbarazzanti e si salva solo lo stralunato Fabian Busch, perfetta spalla tragicomica di Masucci. Nonostante queste carenze a livello stilistico (che, a mio avviso, possono essere percepite o meno, dipende dai gusti del singolo spettatore) mi è parso comunque che il messaggio di Lui è tornato fosse comunque incredibilmente potente ed attuale e spesso mi sono chiesta come reagirei io se mi trovassi davanti ad un wannabe Hitler in Germania o un Mussolini in Italia: probabilmente lo guarderei scuotendo la testa con disgusto e mi fa specie pensare che, in un Paese letteralmente piagato da una vergogna indicibile come la Germania, ci sia gente che invece stia allo scherzo e sorrida indulgente di fronte all'incarnazione del loro incubo peggiore. Eh, probabilmente per parecchie persone tanto incubo non è stato, ed è questo che fa pensare e mette inquietudine.

David Wnendt è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Combat Girls e Wetlands. Ha 40 anni e un film in uscita.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler.. e magari Borat. ENJOY!


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